Il fallimento delle megalopoli dimostra come il nostro sistema sia ormai diventato insostenibile

Tutte le volte che, durante il mese in cui ci ho vissuto, ho chiesto a un abitante di Giacarta quante persone vivessero in quella città, ho ricevuto diverse varianti simili di una risposta che può essere sintetizzata così: “C’è chi dice che qui ci siano 11 milioni di persone di notte e 15 di giorno, ma sono molte molte di più”. Basta trascorrere pochi giorni nella megalopoli asiatica per tradurre questi numeri in una situazione concreta e insostenibile che, come ormai riportato da tutti i media del mondo, ha spinto il neo-rieletto Presidente Joko Widodo ad annunciare, pochi giorni fa, lo spostamento della Capitale indonesiana nell’Isola del Borneo, centralissima e poco abitata rispetto a Java, l’isola su cui sorge Giacarta.

Non una diversa città, come aveva ipotizzato la BBC, ma un vero e proprio centro costruito da zero, in una zona in cui oggi c’è una delle foreste più estese del Paese. Disboscare e rendere accogliente quest’area – attualmente occupata da una giungla selvaggia e nota per essere una delle zone con la più alta concentrazione di orangotango d’Asia – costerà circa 33 miliardi di dollari. Per di più col grosso rischio di non rappresentare realmente una soluzione. Una cifra enorme secondo qualcuno, ma non secondo il governo, che da anni è costretto ad affrontare gli innumerevoli problemi che affliggono Giacarta, primi su tutti: traffico, alluvioni, affollamento estremo e organizzazione precaria. La scelta aggraverà un altro dei grandi problemi dell’Indonesia: quello della deforestazione. Negli ultimi anni si è infatti affermata anche qui la pratica già ampiamente diffusa in altre zone del mondo, come il Brasile, di appiccare vasti incendi dolosi per trasformare le foreste in terreni coltivabili.  La BBC, dando questa notizia sul proprio sito internet, a questo proposito ha infatti titolato: “Will Indonesia’s new capital just move the problem to the jungle?”, “La nuova capitale indonesiana non farà altro che spostare il problema nella giungla?”. E sta proprio qui il dilemma che tutti si pongono: questa mossa governativa riuscirà effettivamente a risolvere i problemi creati da Giacarta, o contribuirà a crearne degli altri?

La quasi ex capitale indonesiana non è però certo la sola ad avere di questi problemi. Attualmente sono 31 le città che superano i 10 milioni di abitanti nel mondo, mentre nel 1975 erano soltanto tre: New York, Tokyo e Città del Messico. Secondo l’ONU, entro il 2030 se ne dovrebbero aggiungere altre 10 e allora più del 15% della popolazione mondiale vivrà in queste particolari zone abitate. A cominciare dagli ultimi rapporti annuali sulla popolazione mondiale delle Nazioni Unite, qualsiasi analisi si guardi la sentenza è univoca: nelle maggiori città del mondo la popolazione continua e continuerà a crescere senza sosta. Questa crescita inizia a sembrare inquietante soprattutto se vista alla luce dei dati raccolti da uno studio pubblicato recentemente sulla rivista PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences), “Energy and material flows of megacities”, secondo cui le 27 città che fino al 2010 superavano i 10 milioni di abitanti erano già responsabili del 9% del consumo di elettricità globale, del 10% del consumo di carburanti e del 13% dei rifiuti solidi.

Le megalopoli diventano sempre più grandi e, se non si trovano soluzioni, utilizzeranno sempre più energia, sottraendo sempre più risorse al resto del mondo e danneggiando severamente l’ecosistema mondiale, già messo a dura prova. Le sfide che l’umanità dovrà affrontare dunque non saranno soltanto all’esterno di queste città-stato, ma anche e soprattutto al loro interno. Ad esempio, sarà sempre più difficile trovare una casa. Il territorio su cui sorgono infatti è enorme ma non infinito. Per quanto l’ingegneria e la tecnica siano in continua evoluzione e riescano a creare posti letto in spazi sempre più piccoli, non sarà possibile reggere a un così forte aumento di popolazione – come quello indicato da dati e proiezioni – senza far precipitare determinati standard sanitari e qualitativi. Secondo un report di McKinsey, multinazionale di consulenza strategica, entro il 2025 1,6 miliardi di persone potrebbero avere difficoltà a trovare un alloggio decente nella propria città che costi meno del 30% del proprio reddito. Su questo fenomeno il nostro Paese, anche senza contare megalopoli è stato, purtroppo, precursore: a Milano, Roma e Napoli questa difficile condizione è già realtà. Traducendo questi numeri, inoltre, si ha un sesto della popolazione mondiale a rischio abitativo e 106 milioni di famiglie in difficoltà economica in più entro i prossimi 5 anni. Difficoltà che si faranno sentire maggiormente nelle grandissime città, come evidenziato da Tanza Loudenback in un articolo pubblicato su Business Insider nel 2017.

L’idea di una città a bassissimo livello di vita è stata tollerata e giustificata a partire dalla prima rivoluzione industriale, grazie alla produzione immessa nel mercato e all’economia fiorente. Ma oggi la maggior parte delle megalopoli costa e disperde più di quanto produca, come confermato nello studio uscito su PNAS. Non tutte queste realtà reagiscono però alle difficoltà causate dalla propria dimensione nello stesso modo. Quelle moderne e in costante evoluzione che riescono a mantenersi aggiornate tecnologicamente, pur avendo al proprio interno gravi disparità sociali, difficoltà d’integrazione delle minoranze e molti problemi con l’inquinamento, riescono comunque a mantenere alta la propria produttività ed efficienza. Tokyo è l’esempio lampante di questo modo di “sopravvivere alla vastità”, secondo Chris Kennedy, professore di ingegneria civile all’Università di Toronto tra gli autori dello studio. Non sembra essere così, invece, per le megalopoli che si trovano nei Paesi in via di sviluppo che, complici un’estensione urbanistica incontrollata e casuale insieme a mezzi pubblici gravemente difettosi e piani di ammodernamento inesistenti, rischiano sempre più l’autodistruzione.

Tornando ad analizzare la condizione di Giacarta, simbolo di questo decadimento al centro dell’attenzione mediatica, è possibile osservare in concreto la tragicità della situazione. Il traffico, per esempio, come riferito ad aprile dal ministro per la Programmazione Bambang Brodjonegoro, costa ogni anno all’economia della città circa 6 miliardi di dollari. Per percorrere 80 km nell’area urbana durante il giorno si impiegano in media 3 ore, che in un’ottica capitalistica vengono per forza sottratte al lavoro e ai consumi, ma anche ai rapporti interpersonali. Daffa, giovane ingegnere indonesiano della vicina Depok – città poco a sud di Giacarta che conta un milione e mezzo di abitanti – fa una riflessione che non è soltanto frutto di una propria sensazione: “Mi sembra di aver passato più tempo della mia vita in macchina che con mia madre”, mi dice. Nell’area metropolitana di Giacarta (che include città politicamente separate ma geograficamente attaccate), vivono circa 33 milioni di abitanti su un’estensione di circa 200 km (più della metà della popolazione italiana in un’area paragonabile a quella tra Bologna e Milano). Sono numeri impressionanti, ma non riguardano solo Giacarta. Le aree metropolitane di Tokyo e Chongqing, in Cina, si avvicinano ormai ai 40 milioni di abitanti, e si estendono addirittura per una quantità di chilometri minori rispetto a quella di Giacarta.

Le megalopoli sono ormai tutte città congestionate. Ma a Giacarta sta succedendo qualcosa di più: la città sta letteralmente affondando nelle acque del mar di Javache che la bagna e che secondo alcuni studi, riportati recentemente dal New York Times, coprirà quasi il 36% del suo territorio entro il 2050. Giacarta è stata costruita su una palude e nel suo sottosuolo sono presenti diverse falde acquifere, o meglio, erano: nel corso degli anni sono servite a soddisfare il bisogno d’acqua dell’immensa popolazione e complici i tantissimi pozzi privati e abusivi e una trivellazione fuori controllo, il terreno si è svuotato. Prosciugati i corsi d’acqua sotterranei, la città è sprofondata. Inizialmente si ergeva a circa 7 metri sopra il livello del mare, ma oggi più della metà del territorio, a causa di un fenomeno noto come subsidenza, si è abbassata a una velocità di 25 centimetri all’anno sotto il livello del mare. Da qui continue inondazioni hanno afflitto la città e hanno causato diversi morti, migliaia di sfollati e più di mezzo miliardo di dollari per la ricostruzione.

I media, parlando di Giacarta, riportano l’ultimo dato ufficiale di abitanti risalente al 2014: 10 milioni. Ma la popolazione cresce anche nelle città vicine – Depok, Bogor, Tangerang, Bandung – ognuna delle quali supera il milione di abitanti. Gli abitanti delle altre isole indonesiane, attratti dalle possibilità lavorative, rinunciano a uno stile di vita oggettivamente migliore pur di trasferirsi a Java, soprattutto nella parte Nord-occidentale dell’Isola, per cercare fortuna. La nuova città progettata dal governo indonesiano – sulla scia di Nigeria, Brasile ed Egitto – dovrà essere da subito capace di profilarsi all’avanguardia, motore propulsivo di una nuova Indonesia. Dovrà attirare multinazionali e grandi investitori e migliaia di lavoratori. Se non ci riuscirà, la sfida sarà persa e Giacarta, anche se non più capitale, rimarrà centro economico e finanziario continuando a crescere e a sprofondare.

Le megalopoli sono così difficili da far funzionare e da amministrare perché sono enormi blob informi, non sono più un’unica città, ma tante città nella città, con esigenze e caratteristiche totalmente diverse. Per questo bisognerebbe amministrare in modo differente i tanti quartieri, pur mantenendo la comunicazione tra le varie zone agevole e frequente. In sistemi così grandi il concetto di periferia non ha nemmeno più senso, è come se tutto diventasse periferico rispetto a qualcos’altro, da qui il ruolo urgente e necessario di una rete di trasporti efficiente e rapida, come il sistema circolatorio di un organismo. Se quella si inceppa tutto il sistema arranca. Ogni zona dovrebbe diventare un centro autonomo a sé stante, con una propria identità, funzionale e capace di interfacciarsi al resto in modo completamente paritario. Purtroppo, però, tutte queste cose sono molto più facili a dirsi che a farsi. E forse ormai è troppo tardi.

Nelle megalopoli sarebbe andata diversamente se già negli anni Cinquanta – periodo in cui si cominciarono a intravedere i primi sintomi dei problemi che hanno portato a questa scelta estrema – si fosse iniziato a intervenire. Se il governo indonesiano avesse speso dieci anni fa i 33 miliardi che si appresta a spendere oggi per la nuova città in politiche capaci di fermare il decadimento e rilanciarla, oggi non dovrebbe distruggere la sua giungla. Tokyo, tra tutte, sembra l’esempio più positivo, ma è frutto di anni e anni di pianificazione, buona amministrazione e investimenti lungimiranti su nuove tecnologie e trasporti. Se le istituzioni avessero sostenuto visioni alternative concrete, invece di farsi costantemente influenzare dall’utile e senza lavorare giorno dopo giorno sulla costruzione del futuro, oggi non parleremmo delle megalopoli come di modelli urbanistici fallimentari, città enormi e affascinanti che da un giorno all’altro, crescendo, imploderanno, a scapito dei loro abitanti sempre più stritolati dal sistema.

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