Cos’è l’ecoterrorismo, il volto più radicale dell’ambientalismo - THE VISION

Da tempo lo stato di salute del Pianeta è motivo di allarme per la comunità scientifica, le organizzazioni ecologiste e un numero sempre più ampio di persone in tutto il mondo. Il problema dell’inquinamento atmosferico ha avuto particolare eco dopo il lockdown della primavera 2020, durante il quale si è registrata una temporanea riduzione di CO2, interrotta in concomitanza della ripresa economica, quando le emissioni hanno subito il cosiddetto “effetto rimbalzo”. Tale incremento è stato confermato anche dall’Agenzia Internazionale dell’Energia, che ha pronosticato che nel 2021 le emissioni di CO2 toccheranno un livello record, aumentando su scala mondiale di 1,5 miliardi di tonnellate e registrando un +5% rispetto al 2020. Queste valutazioni assumono un elevato peso specifico se contestualizzate all’interno dell’attuale emergenza sanitaria: la correlazione tra alte concentrazioni di particolato atmosferico e l’insorgenza di casi Covid-19 sembra essere acclarato da buona parte della comunità scientifica, dato che l’indebolimento generalizzato degli apparati respiratorio e cardiovascolare e del sistema immunitario causato dall’esposizione alle polveri sottili può verosimilmente fungere da cofattore dell’epidemia.

Zlobnica, Polonia

Il fatto che il Coronavirus abbia dato il via a un’azione di sensibilizzazione circa la condizione del Pianeta avalla la tesi di Rebecca Solnit, autrice del libro Un paradiso all’inferno, per cui in una società priva di senso di appartenenza e di significato servono i disastri per iniziare a soddisfare le esigenze umane – e ambientali – fondamentali e per prendere consapevolezza dello stato delle cose. Ma accanto al tentativo di mettere in discussione un modello di produzione basato su un consumismo endemico, si assiste alla diffusione di un capitalismo verde che riqualifica i consumi attraverso una narrazione che di ecologico ha spesso solo la retorica. Usato da molte aziende che vogliono costruire un’immagine di sé ingannevolmente positiva sotto il profilo dell’impatto ambientale, il greenwashing è una pratica comunicativa definita e descritta nel 1986 quando l’ambientalista statunitense Jay Westerveld coniò il termine in riferimento all’abitudine degli hotel di mettere il cartello per invitare al riutilizzo degli asciugamani.

Nuove costruzioni a San Diego, presumibilmente incendiate dall’organizzazione Earth Liberation Front (ELF)

Se l’espressione greenwashing è ricavata per irradiazione sinonimica dall’espressione whitewashing (tentativo di occultare la verità per proteggere o migliorare le reputazioni di aziende o prodotti), il termine “ecoterrorismo” è invece il neologismo con il quale sono etichettate le organizzazioni ecologiste radicali. Entrato ormai nell’uso comune, “ecoterrorismo” è una parola con una forte portata repressiva che richiama alla memoria la violenza stereotipata delle azioni terroristiche. Coniato negli anni Sessanta dall’Fbi, il termine è descritto come “l’uso o la minaccia di atti violenti, spesso simbolici, di natura criminale contro persone innocenti o oggetti da parte di gruppi di matrice ambientalista per scopi politici che si ricollegano a una causa ambientale”, definizione duramente rifiutata da diversi movimenti radicali tra i quali l’Animal Liberation Front e l’Earth Liberation Front, accusate di ecoterrorismo sull’onda della Green Scare – in riferimento alla Red Scare del periodo del maccartismo –, cioè l’azione di contenimento del governo statunitense contro i movimenti radicali ambientalisti. 

Movimento internazionale, ecologista radicale a carattere clandestino, l’Elf è nato a Brighton nel 1992 a partire da una spaccatura interna all’Earth First! dovuta alla volontà di alcuni attivisti di passare a metodi di azione più radicali, tra cui la pratica dello tree spiking, che consiste nel piantare lunghi chiodi negli alberi centenari per difenderli dalle motoseghe. L’Inghilterra è anche la terra natale dell’Alf, organizzazione antispecista di ispirazione anarchica e antifascista fondata negli anni Settanta. Entrambe queste realtà fin dalle origini hanno abbracciato una forma di resistenza senza leader, il che si traduce in una struttura non gerarchica, nell’assenza di un’organizzazione o leadership centralizzata e nella possibilità per chiunque di firmare con la sigla Elf o Alf eventuali azioni qualora fossero condivisi mezzi e fini. L’Elf e l’Alf sono diventati in questo modo qualcosa che va oltre al gruppo clandestino assumendo la forma dell’idea. L’incoraggiamento a fondare nuclei indipendenti che operano in autonomia, l’organizzazione informale e orizzontale e la predilezione per azioni dirette spesso illegali differenziano l’ecologismo radicale da altre organizzazioni ambientaliste che si muovono invece in un ambito legalitario spesso in stretta collaborazione con le istituzioni.

Quando nel 2001 l’Fbi ha definito l’Elf come “uno dei gruppi estremisti più attivi degli Stati Uniti” e una “minaccia terroristica”, il movimento ha dichiarato che “Le autorità e i loro servi dei mezzi di informazione hanno lavorato molto per diffondere la falsa immagine dell’ecoterrorismo, questo non a caso. […] Quando si sente la parola terrorista nella mente delle persone sorgono immagini di stereotipati dirottamenti aerei a opera di arabi, violenza, morte. Così quando un’azione dell’Elf è descritta come ecoterrorismo nella mente delle persone si forma un’immagine negativa. […] L’Elf lavora per difendere la vita sul Pianeta. I terroristi sono i governi e le industrie che sfruttano, uccidono, distruggono, torturano ogni giorno in giro per il mondo”.

James Jarboe, responsabile della sezione di terrorismo interno dell’Fbi durante i primi anni del Duemila, ha collegato l’Alf e l’Elf a più di 600 atti criminali tra il 1996 e il 2002 per un totale di 43 milioni di dollari di danni. L’azione più famosa attribuita all’Elf è l’attacco incendiario del 1998 al Vail Resort Inc. del Colorado, con danni stimati in almeno 12 milioni di dollari. L’Elf rivendicò quella che viene ricordata come la più nota azione di sabotaggio ecologista della storia – 7 diversi focolai mandarono in fiamme 5 edifici e 4 skylift – nel nome della lince, il cui habitat naturale rischiava di essere distrutto dall’ampiamento dei complessi sciistici. Il sabotaggio ecologista è una pratica cara anche all’Alf, che nel 1982 ha firmato una serie di danneggiamenti al centro medico e di ricerca dell’Università Statale del Maryland, ritenuto dall’Fbi il primo atto terroristico di matrice ambientalista negli Stati Uniti. Nel corso degli anni, l’Alf e l’Elf hanno organizzato comuni atti di sabotaggio, a partire dal 1997, con la prima firma congiunta in occasione di un’azione contro il Bureau of Land Management in Oregon. In quell’occasione gli attivisti dell’Elf e dell’Alf liberarono 488 cavalli selvatici e 51 asinelli, oltre a incendiare gli uffici, i magazzini e le staccionate che contenevano gli animali.

 

Alla base delle cause che hanno sposato l’Alf e l’Elf  vi è l’idea che non sia accettabile che non ci possa essere una liberazione animale in una terra derubata dalle sue ricchezze e la consapevolezza che la difesa dell’ambiente in funzione unicamente dell’uomo sia sintomo di una visione antropocentrica. L’Earth Liberation Front ha concentrato le sue azioni oltre che sulla difesa delle foreste, anche sull’ingegneria genetica e gli Ogm, oltre che sull’impatto inquinante dei Suv. In quest’ultimo caso le iniziative dell’Elf sono state indirizzate sia contro i rivenditori sia contro i singoli proprietari che si sono trovati le loro auto rovinate da scritte spray. 

La critica mossa dalle azioni dell’Elf e dell’Alf è sempre andata oltre la difesa dell’ambiente e degli animali, sottolineando come l’eco-collasso porti con sé l’estinzione di specie animali e vegetali così come dei popoli che abitano le zone più minacciate dall’emergenza climatica. Inoltre il focus è su come lo sfruttamento dell’ambiente e degli animali equivalga allo sfruttamento della manodopera. Al contrario, la soluzione al problema offerta dal sistema capitalista non prevede la messa in discussione dei metodi di produzione, di consumo e di sviluppo; in questo modo la questione ambientale, anche se tornata in auge, rischia di non essere affrontata come un problema politico a tutto tondo.

Un esempio di come la condizione del Pianeta continui a essere ritenuta una sola questione ambientale attraverso un punto di vista fermamente antropocentrico è la stretta connessione tra tecnologia e sostenibilità avanzata dalla green economy. Il Gruppo di ricerca Ippolita, nella postfazione di Insegnare a trasgredire, spiega che “le tecnologie [creano] regimi di verità, dunque saperi politicamente orientati, a partire dalla loro progettazione tecnica. […] Il modo in cui il mondo ha conosciuto la tecnologia è caratterizzato da una dominante coloniale che è ancora pericolosamente sottovalutata”. Credere nella neutralità della tecnologia vista come nostra alleata per un mondo più sostenibile appare una sbrigativa soluzione a una condizione che richiede un’analisi di più ampio respiro. Per sviluppare una sensibilità ambientale che vada oltre l’etichetta “ecofriendly” o “transizione ecologica” è necessario garantire a tutte e a tutti gli strumenti necessari per un accesso significativo alla realtà, capaci di alimentare uno spirito critico. La consapevolezza che i cambiamenti climatici sono connessi ai flussi migratori, che le abitudini alimentari incidono sulle emissioni di CO2, che il metodo di produzione della merce può nascondere uno sfruttamento umano oltre che ambientale consente di aumentare la capacità individuale di affrontare la realtà e la volontà individuale di intervenire per cambiare circostanze ingiuste.

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