Contro il cambiamento climatico bloccare le emissioni non basta. Bisogna distruggere anche quelle accumulate.

Il fisico Peter Wadhams, tra i massimi esperti di oceani e dell’Artide, è un veterano delle spedizioni al Polo Nord. Nonostante il pessimismo sullo stato della calotta artica e del Pianeta che lo ha preso dopo le sue ultime esplorazioni, il professore della Cambridge University non ha perso la speranza sull’efficacia delle soluzioni contro il riscaldamento globale. Il suo è un ottimismo della ragione e anche della volontà, visto che l’autore di Addio ai ghiacci non si accontenta dei paletti fissati dell’accordo sul clima di Parigi. Limitare il riscaldamento globale al livello attuale di 1,5°C, azzerando le emissioni di anidride carbonica entro il 2050, “aiuterà a ridurre i cambiamenti climatici, ma non li fermerà”, ammonisce. Le miliardi di tonnellate di CO2 riversati nell’atmosfera dalla Rivoluzione industriale in poi hanno già alterato in modo massiccio l’ecosistema e continueranno a farlo, così come non si fermeranno entro il 2050 tutti gli aerei, le centrali a carbone, la deforestazione, le coltivazioni e gli allevamenti intensivi. Per invertire davvero rotta servirà anche eliminare una parte delle emissioni già accumulate. Catturarle è già possibile sia nell’aria che, ancora prima, intervenendo direttamente sulle fonti dell’inquinamento: il nuovo Center for Climate Repair di Wadhams si occuperà proprio di come riciclare le vecchie emissioni di Co2.

 

Queste possono diventare cemento, fertilizzanti, carburanti sintetici, plastiche riciclate. Per esempio, con più anidride carbonica le piante nelle serre crescono più in fretta, è una componente basilare delle bevande gassate, così come per la sintesi del principio attivo dell’aspirina. Le tecniche già sviluppate per filtrare le emissioni e trasformarle in nuove materie prime stanno facendo passi da gigante negli impianti sperimentali in Nord America e in Europa. La parola d’ordine, in queste strutture, non è “emissioni zero”, ma “emissioni negative” (Net). Al momento si trovano nell’atmosfera 33 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, che possono essere riciclate. Uno dei tre progetti pilota europei di Direct Air Capture (Dac), l’aspirazione dall’aria della CO2 attraverso grandi ventole, si trova in Puglia, in provincia di Foggia: gli svizzeri di Climeworks l’hanno inaugurato nel 2018, grazie agli stessi finanziamenti europei del programma Horizon 2020 che, nel 2017, ha permesso l’apertura di un impianto in Islanda. Pochi mesi prima il progetto pilota è stato lanciato ad alcuni chilometri da Zurigo, sfruttando il calore di un inceneritore per trasferire le emissioni catturate in una serra.

Nell’impianto in provincia di Foggia l’anidride carbonica è invece mescolata a gas come l’idrogeno, per diventare metano per auto, centrali eoliche e solari. In Islanda, invece, la CO2 viene stoccata con l’aggiunta di acqua nelle viscere della terra, attraverso la tecnica del Carbon Capture and Storage (Ccs), dove torna roccia in un paio di anni. Anche l’impianto di Reykjavik è eco-friendly, perché alimentato con energia geotermica. Alcuni progetti a “emissioni negative” sono in corso anche in Cina, per fronteggiare il suo livello record di inquinamento dovuto al carbone. Intanto, questo settembre, i ricercatori dell’università di Kyoto hanno sviluppato un composto chimico dieci volte più efficiente e durevole dei solventi utilizzati finora per attrarre e filtrare dall’aria le emissioni.

Le novità più importanti nel campo arrivano però dal Canada. L’inventore della tecnica, il fisico di Harvard David Keith, non ha perso l’entusiasmo dalla presentazione nel 2008 della sua prima torretta Dac. Oggi il suo prototipo congegnato in Canada è diventato un impianto della Carbon Engineering che cattura Co2 nella Columbia britannica e punta a diventare la prima struttura al mondo Dac su larga scala, in grado di aspirare un milione di tonnellate all’anno di emissioni, partendo dalle circa 400 attuali.

La Carbon Engineering sta anche abbattendo il costo medio iniziale di 600 dollari previsto per filtrare e lavorare una tonnellata di CO2, con l’obiettivo di arrivare a circa un centinaio di dollari. Punta anche a costruire una grande rete virtuosa di Net tra il Canada e gli Stati Uniti, grazie alla collaborazione con una startup californiana che, come in Italia, dall’anidride carbonica e dall’idrogeno ottiene carburanti fossili sintetici. I canadesi hanno in mente volumi molto più ampli degli italiani: circa 200 barili al giorno entro il 2021, al costo di un dollaro al litro, più caro dei combustibili tradizionali, ma comunque competitivo. Soprattutto in California, dove il governo federale incentiva gli automobilisti a scegliere carburanti a basso impatto ambientale. Uno sviluppo del genere delle Net è reso possibile solo con un flusso sostanzioso e rapido di investimenti pubblici e privati. La Carbon Engineering può contare sul magnate di Microsoft Bill Gates e altri grossi finanziatori,  ma oltreoceano non è raro ormai vedere anche colossi petroliferi farsi avanti: dal 2019 Chevron collabora al progetto pilota canadese. Sempre in California la concorrente Global Thermostat sperimenta un impianto per catturare CO2, appoggiata da ExxonMobil dall’inizio dell’estate 2019. Nel settore si respira molto fermento: anche i professori della Columbia University Graciela Chichilnisky e Peter Eisenberger, Ceo della Global Thermostat, dal 2010 sviluppano tecniche Dac e Ccs per catturare le emissioni direttamente negli impianti petrolchimici, dalle ciminiere dove è alta più la concentrazione. Un processo che costa 50 dollari per tonnellata di Co2.

 

Anche le compagnie energetiche cercano di ripulirsi dalla responsabilità di milioni di emissioni con le tecniche sperimentali di Ccs. Il più grande stabilimento al mondo per la raffinazione del petrolio pulito si trova a Mongstad, nella Norvegia che è all’avanguardia come la Svizzera nel riciclo di CO2: altri progetti pilota per depurare alle fonti gas e olio nero sono tentati nei siti della compagnia norvegese Equinor ha avviato diversi progetti sperimentali. La maggior parte dei produttori di idrocarburi sta conducendo ricerche sulle emissioni negative: l’Eni, per esempio, studia con l’Università di Pisa processi per catturare CO2 dai giacimenti di gas e altri per accelerare lo stoccaggio e di solidificazione, anche in impianti industriali dove creare materiali adatti all’edilizia. Allo stesso scopo i fondi europei Horizon 2020 sostengono in Italia, secondo produttore di cemento dell’Unione europea dopo la Germania, un esperimento del Laboratorio Energia Ambiente di Piacenza (Leap) per tramutare la CO2 originata dal ciclo del cemento in emissioni calcificate per ottenere altro cemento. Al test partecipano industrie come Italcemento e Buzzi Unicem. Intanto, Fiat Chrysler ed Eni collaborano con il Mit di Boston per eliminare parte della CO2 prodotta dai motori delle auto.

Per quanto efficaci, queste misure non possono giustificare la sopravvivenza di un sistema industriale e produttivo basato ancora sulle fonti fossili di energia. Come l’Onu, il Consiglio delle Accademie nazionali scientifiche europee (Easac) ammonisce a non aggirare l’obiettivo delle emissioni zero con il riciclaggio in emissioni negative. Prima di tutto, non è ancora possibile estrarre i miliardi di CO2 accumulata nell’atmosfera in tempi brevi: appena lo 0,04% della CO2 è concentrato nell’aria filtrata da impianti come Climeworks o Carbon Engineering. L’impianto pilota in Islanda estrae poche decine di tonnellate di anidride carbonica l’anno, e meno di 150 tonnellate quello italiano. Anche le 900 tonnellate dell’impianto svizzero equivalgono alle emissioni di 450 auto. Al massimo del loro potenziale, stabilimenti su larga scala come quello in fase di allestimento del Canada pongono diversi interrogativi sulla loro sostenibilità, sia economica che ambientale: il costo energetico di grandi centrali di questo tipo per filtrare e lavorare la CO2 sarebbe molto alto. Benché le emissioni generate per l’attività resterebbero inferiori a quelle eliminate dall’atmosfera, per essere efficienti i grandi impianti dovrebbero essere alimentati esclusivamente con fonti rinnovabili.

C’è molta strada da fare, anche per le emissioni negative, ma tutte le forze devono essere messe in campo contro l’emergenza climatica. Per i massimi esperti mondiali come il tedesco Ottmar Georg Edenhofer, a lungo membro dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) dell’Onu, “centrare gli obiettivi di Parigi dipenderà moltissimo da quanto potremo fare con le emissioni negative”. Anche il primo studio multidisciplinare sulle Net del 2019, condotto dal Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici e dell’Istituto europeo sull’Economia e sull’Ambiente guidato dal Politecnico di Milano, invita a “sviluppare velocemente e a usare queste tecnologie in modo integrato, non come alternativa”. Anche l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) cita i “progressi per la prima volta nel 2018” negli impianti per catturare e riciclare CO2, Attraverso i “43 progetti di questo tipo al mondo, attivi o in costruzione”. Investire nella ricerca, come ha fatto la Germania mettendo in bilancio 100 miliardi di euro da investire nell’economia green entro il 2030, sarà fondamentale per ridurre i costi energetici ed economici delle tecniche Dac e Ccs.

I tedeschi sono leader in Europa per emissioni abbattute lo scorso anno (il 4,5% su una media europea dell’1,3%, secondo i dati Aie). Gli altri governi non sono così stati virtuosi, neanche in tema di investimenti per l’ambiente. Per il prossimo bilancio, l’Unione europea si è ripromessa di aumentare i fondi sul clima, che tra il 2014 e il 2020 ammontavano a 162 miliardi di euro (appena un quarto del totale dei Fondi strutturali e di investimento), chiedendo un maggiore contributo agli Stati membri. Gli ingegneri fondatori della Climeworks, Christoph Gebald e Jan Wurzbacher, sono ottimisti sulla riduzione dei costi e diffusione delle loro tecniche in Europa. Per raggiungere l’obiettivo dell’1% di emissioni globali riassorbite entro il 2025 che si sono posti servirebbero già decine di migliaia di impianti come quello svizzero in funzione. Può sembrare un’ingenuità, se non un’utopia, ma questo non deve impedirci di scommettere anche su queste soluzioni per arginare e poi invertire gli effetti sempre più gravi dell’emergenza climatica.

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