Senza desiderio non siamo nulla, ci insegna Susan Sontag - The Vision

Negli ultimi mesi si è tornato molto a parlare di Susan Sontag, una delle intellettuali più importanti del Novecento. La mostra annuale del MET e, di conseguenza, anche il famoso ballo inaugurale MET Gala sono stati dedicati al suo saggio del 1964 Notes on Camp. Negli Stati Uniti è appena uscita un’attesa biografia autorizzata, Sontag: Her Life and Work, scritta da Benjamin Moser e si attende l’ultimo volume dei diari della scrittrice, curati dal figlio David Rieff. In Italia il primo tomo, Rinata, è stato pubblicato da Nottetempo e il secondo, La coscienza imbrigliata al corpo, è previsto per il 14 novembre 2019. La casa editrice si sta anche occupando della riedizione in italiano di tutte le opere dell’autrice. Infatti, a eccezione di alcuni saggi considerati dei classici per alcuni settori (come quello sulla fotografia), il resto delle sue opere non è molto conosciuto, almeno nel nostro Paese.

Dopo la sua morte avvenuta nel 2004, il suo nome è stato dimenticato, forse perché Sontag è un’intellettuale eclettica, fuori dal coro e di difficile lettura. È complicato anche solo riassumere in poche parole i suoi lavori: si è occupata di fotografia, arte, letteratura, media studies, fenomeni di costume. Pur essendo nata e cresciuta a New York, non si è quasi mai occupata di cultura americana, ma anzi ha sempre prediletto pochi e ricercati autori francesi e tedeschi, lontani dai gusti del pubblico statunitense. È sempre stata ai margini delle principali correnti artistiche del suo tempo, rigettando il postmodernismo, senza mai adottare una prospettiva marxista o femminista. Si è occupata di temi all’epoca inusuali, come i significati culturali di malattie come l’Aids e il cancro, e non ha mai mostrato interesse per la cultura pop, al contrario di molti suoi contemporanei. In un certo senso, di questi aspetti ha fatto una sorta di missione di vita, perché scegliendo di andare controcorrente si è isolata dal resto del mondo culturale, in particolare dagli ambienti intellettuali ebraici che animavano la New York degli anni Sessanta e Settanta (la sua famiglia è di origine polacca). Sontag è nota per il suo approccio convintamente antirealista e avverso alla critica ufficiale. Negli anni in cui scriveva si stavano infatti diffondendo nelle università le istanze neo-marxiste e della Scuola di Francoforte, che cercavano interpretazioni di tipo sociale alle opere d’arte. Nel suo famoso saggio Contro l’interpretazione del 1967 polemizza con i critici del suo tempo, a suo dire troppo impegnati a cercare di capire le intenzioni dell’autore e il contesto sociale anziché indagare l’opera in sé e per sé. Secondo Sontag, l’unico modo per studiare un’opera d’arte è quello formalista, cioè prestare maggior attenzione al modo in cui la materia artistica è costruita rispetto al suo contenuto: quando un critico parla di un’opera, ne altera automaticamente il valore e la de-sensualizza. Oggi il formalismo è stato soppiantato dagli studi culturali, molto più vicini al postmodernismo, ed è forse il motivo per cui le teorie critiche di Sontag hanno perso popolarità nel tempo. Recuperare una prospettiva così diversa da quella a cui siamo abituati potrebbe però arricchire un dibattito che spesso risulta appiattito.

Un altro aspetto peculiare di questa scrittrice è che, pur avendo scritto nel momento in cui il femminismo stava facendo una maestosa operazione di recupero della letteratura femminile, non solo non si è mai occupata di artiste donne, ma ha anche sempre ignorato la componente di genere nel suo pensiero. Questo si spiega con la poetica antirealista di Sontag: per lei ciò che conta è l’opera, non l’autore, che non deve lasciare traccia della sua presenza. Questo ha posto un altro problema, perché Susan Sontag era lesbica, ma non ha mai partecipato alla gay life intellettuale, se non per un brevissimo periodo durante l’adolescenza. Pur essendosi sposata nel 1950 a soli 17 anni con un suo professore, Philip Rieff (all’epoca andava già all’università), e avendo avuto un figlio con lui, i diari provano che Sontag fosse consapevole del suo orientamento sessuale sin dalla prima adolescenza. Nel 1957 divorziò dal marito e perse la custodia del figlio perché, in quanto lesbica, era considerata incapace di essere una buona madre. Nonostante questo, Sontag non ha mai rivelato la sua omosessualità fino al 2000, quando ha fatto coming out sulle pagine del New Yorker. La sua scelta di rimanere nel closet è stata aspramente criticata da un’altra autrice lesbica, Adrienne Rich, e da molti attivisti LGBTQ+, che le hanno rimproverato di non essersi esposta durante la crisi dell’Aids negli anni Ottanta, pur avendo scritto un intero libro sull’argomento, L’Aids e le sue metafore.

Anche se ha nascosto la sua sessualità per anni, Sontag ha fatto del desiderio il nucleo della sua scrittura. L’autrice coltivava infatti con la scrittura un rapporto sensuale, quasi morboso, caratterizzato da una profonda irrequietezza. “Scrivere è un mestiere ossessivo. Per farlo bisogna trovarsi in un tale stato di angoscia che scrivere diventa l’unico modo di fronteggiarla. Insomma, diventa una necessità”, raccontò in un’intervista del 1982 alla rivista femminista italiana Effe. “La scrittura è per me […] un bisogno molto sensuale, molto immediato, ed è tra i miei interessi, le mie occupazioni, quella che mi prende di più e mi impegna totalmente”. Sontag abbraccia infatti quelle teorie – oggi dimostrate dalle neuroscienze – secondo cui non solo il desiderio fisico e sessuale ha una struttura intellettuale, ma vale anche il contrario: anche la struttura del pensiero è dominata dai sensi. In Rinata lo si può vedere quando, ad esempio, parla del “piacere fisico” che le dà la lettura de La montagna incantata di Thomas Mann o delle “doglie” che prova al pensiero di André Gide che “partorisce” una parola. Ne La coscienza imbrigliata al corpo scrive: “Se solo potessi provare per il sesso ciò che provo per la scrittura! Che io sono il veicolo, il mezzo, lo strumento di una forza che è al di là di me. Vivo la scrittura come un dono – a volte ho quasi l’impressione che mi sia dettata. Lascio che venga a me, cerco di non interferire. La rispetto, perché è parte di me e, tuttavia, più di me. È personale e transpersonale al tempo stesso. Mi piacerebbe provare la stessa cosa anche per il sesso. Come se la ‘natura’ o la ‘vita’ mi usassero. E io, fidandomi, mi lasciassi usare”.

Per Sontag il desiderio è innanzitutto uno strumento morale, anche se siamo abituati a considerarlo un vizio. Etica ed estetica per lei sono collegate, se non addirittura sovrapponibili. “Per Sontag, la prosa non era un veicolo per esprimere ciò che pensava. Era essa stessa una forma di pensiero e, forse, più precisamente, anche di sentimento”, ha scritto il romanziere Darryl Pinckney. Quando in Sotto il segno di Saturno parla, ad esempio, del filosofo tedesco Walter Benjamin osservando le sue fotografie, ne dà una descrizione molto sensuale, proiettando però un desiderio cerebrale nei suoi confronti. Questa è un’operazione che facciamo ancor oggi, quando ripensiamo in termini romantici alle figure intellettuali del passato, magari “innamorandoci” di loro.

L’autrice non ha mai risolto questa tensione tra sessualità e pensiero. Per anni, Susan Sontag si è nascosta – esattamente come nel suo ideale di scrittura critica – dietro un personaggio: Susan Sontag. Una donna bella, androgina, alta e magra, con i capelli neri e il viso sempre struccato. Per lei essere “Sue, la vera me, quella senza vita. Quella che fuggo, parzialmente, quando sono con gli altri” – come scrive nel suo diario – era una fatica immensa. Chi l’ha conosciuta parla di una donna molto difficile, egocentrica, con tendenze alcoliste, che trattava molto male le sue partner (come testimonia la lunga e tormentata relazione con la fotografa Annie Leibovitz). La sua scrittura si mantiene su un livello estremamente impersonale, anche se, a una lettura più attenta, si scorgono molti tratti della sua personalità. Nonostante la sua poetica si basi sul rifiuto della personalità dell’autore, è evidente che Sontag si interessi molto della vita interiore dei pochi intellettuali che ama, al punto da cercare nelle loro opere uno specchio del suo punto di vista. Ad esempio, l’identificazione quasi totale con il pensiero di Walter Benjamin – anche lui autore ebraico, spesso incompreso e a un tempo ai margini del mondo accademico.

Susan Sontag fotografata da Annie Leibovitz

La pubblicazione dei suoi diari ha mostrato, forse per la prima volta, la vera “Sue”, diversa sia dalla penna dei suoi saggi sia dalla sua esistenza pubblica. Per Sontag, la letteratura era un progetto, che prima l’ha coinvolta come lettrice e poi come autrice, “un’estensione della mia lealtà ad altri sé, altre sfere, altri sogni, altri mondi, altri territori”. Leggere Susan Sontag oggi significa cimentarsi in una lettura molto più complessa di quella a cui la maggior parte della saggistica contemporanea ci ha abituati. Sontag gioca con la nostra smania di trovare significati in tutto ciò che ci circonda, in cerca di risposte. In un’epoca come la nostra in cui siamo avidi di cercare messaggi sociali e politici in ogni cosa e in cui pretendiamo dall’arte delle risposte ai problemi del nostro tempo, riscoprire che l’arte può essere “semplicemente” fine a se stessa può aiutarci a cambiare prospettiva.

Il fascino di questa autrice enigmatica sta tutto nelle parole che ha scritto, nel personaggio che ha disegnato per se stessa. I diari ce ne offrono una prospettiva diversa: smessi i panni della critica irremovibile, troviamo una personalità sfaccettata, ma anche molto consapevole, che dice di sé: “Se non posso giudicare il mondo, devo giudicare me stessa”. E, senza ombra di dubbio, una delle scrittrici più acute e originali che l’ultimo secolo ci abbia lasciato.

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