Lo storytelling è ormai abusato. Ora rischia di rovinare la nostra comprensione della realtà. - THE VISION

Il bisogno di narrazione è qualcosa di profondamente radicato nell’essere umano. Antropologi come Claude Lévi-Strauss, Vladimir Propp e Roland Barthes hanno dimostrato quanto le storie, i miti e i racconti siano stati e tuttora siano importanti per la creazione e la perpetuazione della cultura di un popolo. Negli ultimi anni, grazie alla nascita della comunicazione di massa prima e di Internet poi, abbiamo capito che le storie non sono solo nei poemi, nei romanzi, nella musica, in quelle che per l’appunto vengono chiamate “religioni del libro” e, più di recente, nei film e nelle serie tv. Le storie possono anche riguardare non solo una vicenda particolare, ma in qualche modo tracciare una storia universale dell’uomo: molte tesi filosofiche hanno un impianto narrativo (pensiamo al mito della caverna di Platone, alla celeberrima idea di “fine della storia” di Francis Fukuyama, ma anche alla teoria economica di Marx), così come le notizie che leggiamo sui media o la retorica dei politici. C’è una parola recente che esprime questo bisogno di raccontarci: storytelling. E probabilmente molti di noi non ne possono più di sentirla.

La parola storytelling (che indica l’azione di raccontare storie) diventata molto famosa nel 2008, quando lo scrittore francese Christian Salmon pubblicò il suo bestseller Storytelling. La fabbrica delle storie, uno dei primi libri a descrivere lo strapotere dell’impianto narrativo nella politica e nella finanza, e quindi sulle nostre vite. Il caso studio di Salmon è la campagna elettorale di Barack Obama, dove il futuro presidente degli Stati Uniti non si limita a esporre un programma politico, ma usa sia la sua storia personale sia la narrazione di un mondo possibile come strumento persuasivo. Come spiega il ricercatore Tiziano Bonini, Obama non ha di certo inventato lo storytelling a scopi politici: nel 1953 il presidente Eisenhower fondò la United States Information Agency, un’agenzia che aveva il compito di scoraggiare il comunismo nei Paesi alleati attraverso la propaganda soft trasmessa attraverso la radio, i film, i romanzi. In altre parole: attraverso le storie.

Salmon ha pubblicato un altro libro quest’anno, intitolato Fake, in cui sostiene che l’era dello storytelling sia finita, divorata dall’esplosione dei dati (che sarebbero in conflitto con le narrazioni) e dalla campagna elettorale di Trump, che anziché costruire una storia come il suo predecessore, ha puntato tutto sulla sua distruzione. Ma anche distruggere una narrazione è una forma di narrazione, perché per necessità la si deve contrastare con il suo contrario: dal racconto di speranza di Obama si è passati al racconto della paura di Trump. Senza contare, poi, che se un politico ha come slogan “Make America Great Again” significa che un racconto lo sta creando, eccome: una volta l’America era fantastica, adesso non lo è più e per fortuna ci sono io. Una narrazione che negli ultimi mesi ha avuto una fortuna inimmaginabile, visto il successo di QAnon, che più che una teoria vera e propria è un’enorme e dettagliata contro-narrazione con personaggi buoni (Trump e l’esercito), cattivi (i democratici) e una buona dose di soprannaturale. Anche per questo alcuni giornali statunitensi hanno cominciato a chiamare QAnon non più “teoria del complotto”, ma “collective delusion” (cioè delirio collettivo) o “nuova religione”.

Lo storytelling, quindi, è ben lungi dall’essere scomparso e i danni che sta producendo sono enormi. Anche in Italia il suo uso politico è evidente e non è solo appannaggio delle destre. Se da un lato c’è l’assurda narrazione nazionalista sui migranti che non ha alcuna corrispondenza con la realtà, dall’altro ci sono anche i cosiddetti “influencer di sinistra”, come Lorenzo Tosa, Fabrizio Delprete o Emilio Mola che campano di storie vere, verosimili o del tutto inventate, atte a suscitare reazioni di pancia tanto quanto i post indignati sui barconi. I post di tali personaggi hanno un impianto narrativo semplice, ma molto efficace: c’è sempre un buono, ancora meglio se parte da una situazione svantaggiata, e un cattivo che approfitta della sua bontà o vulnerabilità. Il tutto è raccontato sempre con l’ormai proverbiale incipit: “Lui/Lei è Tizio”, punto e a capo. Come spiega Jonathan Gottschall in L’istinto di narrare (in originale The Storytelling Animal), le storie servono a rafforzare l’“impulso moralistico che appartiene alla natura umana”, cioè a rendere ben chiara la distinzione tra bene e male. “Quanto più simili siamo ai protagonisti”, afferma Gottschall, “tanto più adatti saremo a ottenere le ricompense tipiche dei protagonisti stessi (ad esempio, amore, avanzamento sociale e altri lieto fine) e tanto meno indirizzati verso le ricompense degli antagonisti (ad esempio, morte e disastrosa perdita del proprio status sociale)”.

Per quanto questo processo di identificazione e coesione sociale attraverso la narrazione sia in qualche modo necessario per la nostra specie, il problema è che negli ultimi tempi le storie stanno soppiantando altre cose altrettanto necessarie: la ricerca della verità, il pensiero critico, l’analisi dei fatti. Un esempio significativo è ciò che sta accadendo al giornalismo statunitense. Il New York Times ha infatti ammesso che una delle sue reporter di punta, Rukmini Callimachi, avrebbe farcito i suoi articoli con un po’ troppo storytelling, rendendo conflitti distanti e complessi, come la guerra in Siria, “storie accessibili”. Si tratta di un’ammissione importante da parte del principale quotidiano statunitense, perché non è stata scaricata la colpa esclusivamente su Callimachi, ma si è preso atto collettivamente di quanto la continua ricerca di una “storia”, spinta da tutta la redazione, possa diventare dannosa per il giornalismo. Anche un altro dei giornalisti più influenti del momento, Ronan Farrow, autore delle inchieste sul MeToo del New Yorker, è stato criticato per questo approccio: secondo il Times avrebbe costruito la sua brillante carriera non solo su errori grossolani e conclusioni affrettate, ma anche su una “narrazione virtuosa” che “ci dice ciò a cui vogliamo credere”.

Non è la prima volta nella storia che si accusano giornalisti famosi di aggiungere un po’ troppo colore ai loro reportage: Joan Didion, considerata una delle più importanti autrici del Novecento, quando lavorava come giornalista era molto criticata per il suo disinteresse verso la realtà dei fatti e per la sovrabbondanza di immagini e impressioni nei suoi articoli. Ma se per Didion, o per altri esponenti del cosiddetto New Journalism degli anni Settanta, raccontare storie era una scelta controcorrente e artisticamente motivata, oggi la pervasività del medium narrativo è arrivata a inquinare a tal punto il dibattito che pratiche come la verifica delle fonti – che dovrebbe essere una prassi nel giornalismo – sono diventate una categoria e una specializzazione a sé stante, il fact checking.

L’egemonia dello storytelling non risponde a quello che Gottschall chiama “istinto di narrare”, che sarebbe dannoso, nonché triste, cercare di sopprimere. Piuttosto, dipende da una logica performativa e dal nostro continuo bisogno di conferme: noi siamo i giusti e stiamo dalla parte dei giusti e le storie con cui veniamo quotidianamente bombardati sui social – dalla politica, dal marketing aziendale – ce lo dimostrano in continuazione. Se è vero che le conferme morali fanno parte di noi, altro discorso è il lasciarsi abbindolare da chi semplifica la realtà solo per farci cliccare su un post o un articolo che contengono una storia in cui ciò che leggiamo corrisponde a ciò che sappiamo già.

Il filosofo coreano Byung Chul Han lo chiama “capitalismo dell’emozione”: le emozioni, a differenza dei sentimenti, non hanno una durata, non sono “stati d’animo” intimi e per questo tendiamo a scaricarle sulle altre persone. Un esempio di questo meccanismo, secondo Han, sono le shitstorm, vere e proprie “tempeste affettive” che si riversano da A su B in maniera improvvisa, dinamica e performativa, cioè per compiere un’azione dimostrativa. Le emozioni sono facilmente capitalizzabili, perché sono associate a un senso di libertà: sono libero per cui esprimo liberamente tutto quello che sento (e infatti nelle discussioni sui social quante volte l’insulto viene scambiato per “libertà di espressione”?). Il neoliberismo insiste sulla libertà del singolo come unico dispositivo per la crescita e il profitto, fattori che hanno bisogno di un continuo rinnovamento per prosperare. Le emozioni – rapide, istintive e prive di durata – sono uno strumento perfetto per l’avanzamento economico, tanto che secondo Han ormai viviamo in una sorta di “dittatura dell’emozione”, dove tutto è pensato per suscitare le nostre reazioni più basilari. Le storie diventano così il dispositivo immateriale per spingerci a consumare continuamente. Non importa che siano belle o brutte, scritte bene o male (e infatti le popolarissime “feel-good stories” degli “influencer di sinistra”, oltre a essere tutte uguali, non brillano certo per qualità letteraria), l’importante è che permettano di identificarci dalla parte giusta della storia – giusta secondo noi.

Il pericolo del capitalismo delle emozioni, spiega Han, non è solo il fatto che in questo modo ci possono vendere tutto quello che suscita in noi una certa reazione (che può essere positiva, ma anche negativa: come abbiamo detto, sulla paura Trump ci ha costruito due campagne elettorali), ma anche che siamo più proni al potere. Questo accade perché le storie che funzionano da sempre – i miti, le religioni, le favole – sono quelle che riducono la realtà a una serie di schemi facilmente riconoscibili, primo su tutti la dicotomia tra bene e male. Purtroppo per noi, però, gli schemi restano soltanto schemi e la complessità della realtà è ben altro. E sarebbe un peccato affidare la sua comprensione a chi invece vuole soltanto raccontarci storie.

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