Lo stigma verso chi ama stare da solo è la proiezione della nostra paura di essere abbandonati - THE VISION

Viaggiare da soli è bello. Mangiare da soli è bello. Andare a teatro lo è, così come al museo. Passare un sabato sera senza per forza doversi trovare con altre persone per celebrare il week end è bello. Stare da soli ci permette di fare le cose che ci piacciono piuttosto che cercare di compiacere gli altri: eppure negli ultimi anni mi sono accorta sempre di più di quanto la solitudine per scelta risulti sempre così strana agli occhi dei più. Per la maggior parte delle persone sedersi da soli al tavolo di un ristorante e dover ordinare per uno risulta imbarazzante, così come prenotare un viaggio di una settimana in qualche meta del mondo che ha tutto da offrire ma che pare quasi non valere la fatica del tragitto se non si è in compagnia.

C’è una sostanziale differenza tra il voler passare del tempo da soli e il sentirsi soli: si tratta di stati d’animo profondamente diversi, poiché quello della solitudine interiore ci fa provare un senso di isolamento e di mancanza prettamente negativo, associato nella maggior parte dei casi a stati depressivi e ansiosi, il desiderio di stare soli invece ci suggerisce uno stato di pace e benessere nel passare del tempo e svolgere varie attività in compagnia di sé stessi, il che non implica essere per forza senza amici o legami affettivi. Eppure è ancora considerato socialmente inaccettabile fare le cose da soli e in Italia  si presume quasi sempre che le persone non abbiano voglia di fare cose da soli.

In passato l’esilio dal gruppo e dal nucleo famigliare era la peggiore punizione possibile. Essere tagliati fuori dal gruppo significava morte certa e per alcune specie animali è ancora così. Ancora oggi la maggior parte delle persone preferisce rimanere in casa con una scusa e perdersi esperienze bellissime piuttosto che viverle senza compagnia. Tutto ciò può sembrare paradossale se si pensa che viviamo in una delle epoche tecnologicamente più avanzate e siamo di conseguenza immersi in ambienti virtuali che ci permettono di essere, se lo desideriamo, costantemente in contatto con gli altri, anche quando siamo fisicamente soli. Eppure i preconcetti riguardanti la solitudine ci sono stati inculcati fin da piccoli e facciamo fatica a liberarcene – chi da adolescente gira per conto suo e non fa parte della compagnia, ad esempio, è spesso etichettato come strano.

Vedere qualcuno in giro per conto suo in contesti in cui sembra necessario fare gruppo implica per molti pensare che si tratti di qualcuno senza amici o familiari, e quindi sfortunato, per non dire strano o addirittura, nei casi più estremi, pericoloso – nonostante alcuni studi tra cui Personality and Individual Differences abbiano confermato da tempo che il voler far cose da soli non ha nessuna correlazione con l’aggressività o con l’essere bizzarri, e anzi sia molto salutare per l’equilibrio psicologico della persona. Nel 2015, per una ricerca nel campo delle norme sociali è stata proposta a un campione di persone una serie di ipotetici scenari. Alcuni di essi prevedevano compiti come il fare la spesa, mentre altri erano puramente centrati sul divertimento, come vedere un film. Il team di ricercatori ha poi chiesto ai partecipanti di immaginare di svolgere queste attività da soli o con altre persone di loro conoscenza. Risultato: molti erano più propensi ad affermare che si sarebbero uniti alle attività della seconda categoria con un qualsiasi gruppo piuttosto che accettare di fare le stesse cose da soli, chiedendosi anche quale impressione avrebbero dato a eventuali “spettatori” esterni in caso contrario e preoccupandosi di quanti amici avrebbero dato l’impressione di avere.

Aristotele lo aveva detto: noi, in quanto esseri umani, siamo animali sociali. Non a caso il Washington Post un anno fa pubblicava un articolo che sosteneva che il distanziamento sociale ai tempi del primo lockdown fosse particolarmente difficile perché contro la nostra natura: siamo inclini a stare in mezzo alla gente e a creare una comunità; è parte di noi il voler condividere le nostre esperienze con gli altri, perché socializzare ci permette di instaurare rapporti e creare legami per la vita. Queste relazioni sono importanti per le nostre capacità cognitive, per l’attività motoria e il buon funzionamento del sistema immunitario, purtroppo il distanziamento sociale imposto dalla pandemia lo ha ampiamente dimostrato. Tuttavia, questo non dovrebbe a tutti i costi precludere il desiderio di fare da soli anche le cose più convenzionali: secondo le norme sociali mangiare al ristorante, andare a un concerto o viaggiare sono attività che si possono godere solo se insieme agli altri, a differenza di leggere o cucinare.

Anche dal punto di vista del mercato non si è incentivati, nonostante i solitari che decidono di uscire allo scoperto siano sempre di più: andare al ristorante e trovare un tavolo per una persona sola sembra quasi una richiesta scomoda – addirittura nei luoghi turistici si preferisce evitare di lasciare il tavolo a chi è solo e le camere d’albergo costano meno se si prenota una camera doppia, matrimoniale o no. Uno studio pubblicato già nel 2015 a proposito di chi viaggiava da solo ha evidenziato come il maggior tasso di insoddisfazione sia dovuto non alla mancanza di compagnia ma proprio ai costi extra dovuti al supplemento per il singolo. 

Secondo una ricerca  intitolata The Social Stigma of Loneliness del 1992 l’ipotesi che le persone solitarie siano socialmente stigmatizzate è stata testata e confermata: le persone che preferivano fare cose da soli venivano giudicate dai testimoni restanti molto più negativamente rispetto a una persona con abitudini convenzionali. Nello specifico le persone capaci di trascorrere più tempo da sole venivano percepite come anormali. Le valutazioni negative variavano anche in base al sesso: una persona di sesso maschile era più soggetta a un certo tipo di pregiudizio rispetto a quelle di sesso femminile. Eppure, oggi, vedere una donna viaggiare da sola è motivo di curiosità e sospetto in modo maggiore rispetto a un uomo con lo zaino in spalla o a cena per conto suo: si passa dalle domande del tipo “non hai paura?”, al più classico “perché?”, all’occhiata torva nel caso si tratti di una madre, alla più stereotipata supposizione che il motivo  sia dovuto alla ricerca di un compagno o alla disperazione e a volte si prova persino una certa pietà. Bere qualcosa da sola in un locale, per una donna, spesso può far sì che venga etichettata non solo come in cerca di qualcuno ma anche come stravagante o fuori luogo, e questo a causa di un retaggio socio-culturale che spesso vincola le decisioni e la libertà delle donne, che non si sentono tranquille ad andare in giro da sole, tornare a casa la sera o viaggiare, a causa di un motivato senso di paura e disagio che finisce per rendere spiacevoli esperienze potenzialmente positive. 

Più che concentrarci sul come mai una persona dovrebbe preferire fare alcune cose per conto suo piuttosto che in coppia o con gli amici e sui motivi alla base di questa scelta, dovremmo renderci conto che viviamo in una società che ha creato stereotipi e aspettative per qualsiasi cosa facciamo: aspettative che addirittura possono diventare fonte di vergogna, di rifiuto o di esclusione nel caso in cui non vengano rispettate nella maniera più convenzionale. Lo stigma legato alla questione della solitudine è così radicato che moltissime persone preferiscono non dare spiegazioni ad amici e parenti per paura di allontanarli. Sembra quasi che lo stare da soli sia considerato come un segno di fallimento personale, in un mondo che ci vuole tutti estroversi e tutti uguali. Siamo ossessionati dall’idea della coppia romantica che fa ogni cosa insieme come realizzazione assoluta, al gruppo di amici e di amiche con cui trascorrere ogni tipo di attività come idea di vita sociale appagante ed è così che ci convinciamo che le nostre vite debbano funzionare nonostante il numero crescente di persone che decidono di non omologarsi a quest’idea di condivisione totalizzante.

Smettere di avere paura di fare le cose da soli è il primo passo per riuscire a instaurare una relazione profonda e significativa con sé stessi, il che non significa vivere nell’individualismo, ma smetterla di preoccuparci di ciò che gli altri pensano di noi e di avere un costante bisogno di approvazione da parte della società. Questo però non basta per eliminare lo stigma che vige attorno alla solitudine in una realtà che sembra volerci insieme per forza.

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