Nell’800 bastò capire che lavarsi le mani avrebbe salvato vite. Anche quell’idea fu ostracizzata. - THE VISION
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Secondo i dati più recenti, in Italia tra il 2011 e il 2021 sono morte 776 donne nel periodo tra il concepimento e un anno dalla nascita, principalmente per suicidio, patologie cardiovascolari ed emorragia. Nel mondo, tra il 2000 e il 2020 la mortalità materna annua si è ridotta del 34,3%: la tendenza è incoraggiante, ma le morti, per quanto poche, sono comunque troppe – no, non vale l’approccio della Ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia Eugenia Roccella sulla violenza di genere, secondo cui ogni donna che non viene uccisa è un successo – anche perché il 42% delle morti delle neomadri è classificato come evitabile. Per questo l’OMS, per proseguire su questa strada, raccomanda ai Paesi di impegnarsi per contrastare le disuguaglianze nell’accesso e nella qualità alle cure, garantire la copertura sanitaria universale per la salute sessuale, riproduttiva, materna e neonatale; rafforzare i sistemi sanitari e assicurarne l’equità. E dove questi elementi già esistono, non andrebbero dati per acquisiti, ma rafforzati, mentre, anche in Italia, il sistema sanitario non se la passa bene, tra sovraccarico lavorativo del personale e riforme universitarie fatte con poco criterio, per non parlare della salute riproduttiva, minata dall’assenza di educazione sessuale. Intanto, nei decenni le cause principali di morte sono cambiate e, se le madri muoiono sempre meno, lo dobbiamo anche a un medico ungherese, Ignác Fülöp Semmelweis, che, nella Vienna ottocentesca, capì che bastava lavarsi le mani prima di assistere le partorienti per impedirne la morte. Ma su certi temi sembra difficile guardare oltre la cortina polverosa della tradizione, mettendo in dubbio i sistemi consolidati: Semmelweis lo scoprì a sue spese, finendo i suoi giorni in manicomio, e migliaia di donne dovettero morire prima che la sua intuizione fosse accettata.

Nell’Ottocento, l’Allgemeines Krankenhaus – all’epoca il miglior ospedale di Vienna, città a sua volta al vertice in Europa per il livello delle ricerche scientifiche e mediche – aveva due divisioni di ostetricia: nella prima, frequentata dagli studenti, le percentuali di decessi tra le puerpere era largamente superiore al 10% – secondo alcune rilevazioni addirittura al 18% – mentre nella seconda, gestita da levatrici, era di circa l’1%. Le morti erano in gran parte dovute alle cosiddette “febbri puerperali”, sepsi conseguenti a una contaminazione da batteri, tra cui Escherichia coli, streptococchi o altri germi che infettavano l’endometrio dopo il parto. Le spiegazioni pseudo-scientifiche si sprecavano: dal deterioramento del latte materno alle influenze cosmiche. Nonostante l’eccellenza della struttura, paradossalmente, partorire a casa dava alle donne maggiori possibilità di sopravvivenza. Nel febbraio del 1846 Ignác Semmelweis, dottore in chirurgia e ostetricia che aveva studiato in Ungheria e si era laureato a Vienna nel 1844, iniziò a collaborare nella prima divisione di ostetricia dell’ospedale, diretta dal dottor Johann Klein, studiando i cadaveri delle donne morte per malattie ginecologiche. Divenuto assistente di Klein l’anno dopo, si mise a studiare le possibili cause delle febbri puerperali per cercare di risolvere il problema. Prese in considerazione tutte le opzioni, a partire da quelle più in linea con la mentalità dell’epoca, tra cui il pudore delle donne alla presenza dei medici maschi; eppure le donne che partorivano a casa erano spesso assistite da ostetrici maschi, senza che questo le facesse morire. La direzione del reparto, inoltre, riteneva che la febbre puerperale fosse dovuta a cause non controllabili dal personale, che non poteva, quindi, essere imputato.

Quando un suo amico morì per infezione dopo essere stato ferito accidentalmente a un dito dal bisturi di uno studente che stava facendo un’autopsia, Semmelweis, osservando gli organi e i tessuti dell’amico morto, notò le stesse anomalie delle donne vittime della febbre puerperale: capendo, così, che questa e la malattia del suo amico erano la stessa cosa, e che quindi anche la febbre puerperale doveva derivare dalle “particelle di cadavere putrido”; capì, in sostanza,che a provocare il contagio erano gli studenti di medicina che, terminati gli esercizi di anatomia sui cadaveri, tornavano nel reparto maternità, dove visitavano le partorienti senza particolari riguardi igienici, con le loro mani che diventavano fonte di trasmissione del contagio. 

Semmelweis impose al personale sanitario di lavarsi le mani – un’azione tanto banale e oggi scontata nelle condizioni igieniche attuali, la cui importanza ci è, però, stata ricordata in modo drammatico appena qualche anno fa durante la pandemia di Covid-19 – disinfettandole con cloruro liquido diluito e usando una spazzola per unghie prima di accostarsi a una donna in travaglio. In poche settimane la mortalità passo dal 18% al 2-3% e in un anno scese ancora, a poco più dell’1%, avvicinandosi, quindi, ai tassi della divisione del reparto gestita dalle ostetriche, che, a differenza degli studenti, non frequentavano la sala anatomica dove si trovavano i cadaveri. Nonostante i risultati stupefacenti, il direttore della divisione del reparto non gli fece rinnovare il contratto e, riprendendo i metodi tradizionali, le morti tornarono ad aumentare. Tornato in Ungheria, Semmelweis continuò ad applicare la sua nuova prassi nell’ospedale San Rocco di Pest, ottenendo anche lì un drastico calo della mortalità per febbre puerperale. 

Semmelweis aveva presentato i suoi risultati alla Società Medica Viennese e, nonostante alcuni colleghi lo appoggiassero, la maggior parte dell’Accademia compresi alcuni illustri scienziati, tra cui lo stesso Klein giudicò troppo banali le sue scoperte, che di fatto criticavano le tradizionali procedure mediche fin lì seguite. Trovò la stessa ostilità anche nei successivi tentativi di dimostrare la sua teoria con documenti e conferenze, finendo per essere sempre più isolato dalla comunità scientifica, in gran parte contraria, con effetti anche sulla sua salute mentale. Sarebbe stato, meno di vent’anni dopo – nel 1864, l’anno prima della morte di Semmelweis –, nientemeno che Louis Pasteur, scoprendo i batteri e il loro ruolo nelle malattie, a confermare di fatto la validità scientifica dell’intuizione di Semmelweis, il cui lavoro si dimostrava, così, in anticipo sui tempi. 

Ma sono diversi i fattori che hanno contribuito all’ostracizzazione del medico ungherese, a partire proprio da questo: il suo essere ungherese e simpatizzante con la causa nazionale. Nella Vienna asburgica, infatti, le identità minoritarie che facevano parte del mosaico etnico dell’Impero non solo non erano considerate alla pari della componente austriaca, ma gli ungheresi, in particolare, in quanto componente più consistente dopo quella austriaca, erano guardati con sospetto, quando non con ostilità, soprattutto in un periodo caratterizzato dai crescenti sentimenti nazionali e dalle tendenze indipendentiste che minacciavano la compattezza e la centralità dello Stato, che avrebbe poi, nel 1867, accettato di concedere maggiore autonomia all’Ungheria, diventando, così, Impero Austro-Ungarico. Lo vediamo anche oggi come, nei periodi storici segnati dai rigurgiti nazionalisti, aumentino le dita puntate contro gli “stranieri” capro espiatorio per tutti i problemi e l’ossessione per i confini, la loro difesa e, qualche volta, drammaticamente, la loro estensione.

A dirla tutta, anche le scoperte di Pasteur che dimostrarono una volta per tutte l’importanza dell’igiene in medicina, dalla sterilizzazione dei materiali usati in sala operatoria alla pulizia dei professionisti sanitari stessi, per prevenire la trasmissione di patogeni – ci misero un po’ ad affermarsi, perché inizialmente furono interpretate come un’accusa ai medici, che avrebbero causato la morte dei loro pazienti. E qui arriviamo all’altro grande motivo che spinse la comunità scientifica a isolare Semmelweis: l’intoccabilità delle autorità mediche, all’epoca un’élite così forte da poter decidere di non accettare la verità scientifica, anche a costo della vita di migliaia di donne. Piuttosto che mettere in dubbio lo stato delle cose, stabilito dalle direzioni ospedaliere, all’epoca di nomina imperiale e quindi infallibili per definizione si preferì mettere a repentaglio la vita delle persone. Oltre, ovviamente, alla carriera di Semmelweis che, osteggiato dai colleghi e isolato, lottando per affermare le sue idee, non resse e finì i suoi giorni in un manicomio di Vienna, morendo per la macabra ironia che sa avere qualche volta la sorte per un’infezione da cadavere, ad appena 47 anni. 

Ai primi del Novecento, quando ormai l’intuizione del ginecologo ungherese era stata ampiamente dimostrata e ne era stata riconosciuta la portata rivoluzionaria, la città di Budapest gli dedicò una tomba monumentale e una statua – oggi anche in Italia ne esistono – e gli intitolò la Clinica di Ostetricia dell’Università. Nel 2013, poi, l’Unesco ha deciso di inserire i documenti sulla sua scoperta nel registro della Memoria del Mondo, il programma dedicato al censimento e alla salvaguardia del patrimonio documentario dell’umanità. Nonostante questo, la sua storia è stata dimenticata da molti, ma ancora oggi è importante ricordare che, anche di fronte alla possibilità di salvare vite, chi mette in discussione l’autorità e l’ordine costituito rischia di essere ostracizzato. Chissà, forse lui sarebbe contento di sapere di aver dato il nome anche al fenomeno per cui tendiamo a rifiutare le idee innovative che contraddicono le convinzioni consolidate, oggi chiamato appunto “riflesso di Semmelweis”.

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