La scuola è impotente contro la superbia dei genitori

Qualche anno fa, con l’aumento dell’uso degli smartphone, iniziavano anche a diffondersi su internet video girati a scuola durante l’orario di lezione. L’inventiva dei ragazzi e l’atmosfera di ilarità smorzavano la portata dei brutti tiri degli alunni ai danni dell’esasperato professore di turno. In fondo è dai tempi di Gian Burrasca che la figura della canaglia ha un certo appeal, tutti siamo stati adolescenti e abbiamo creduto che la scuola fosse un’istituzione oppressiva, e tutti prima poi abbiamo sognato di abbattere il fantomatico muro dell’autorità, come fossimo i protagonisti di The Wall.

Al giorno d’oggi, però, le cose sono radicalmente diverse: i ragazzi sono coscienti della portata social – oltre che sociale – delle loro azioni, e non esitano a mettersi in mostra mentre un altro compagno li filma. Può capitare che un alunno, pur di mettersi in mostra, derida apertamente l’insegnante, sprezzante come chi sa di non avere nulla da temere. L’adolescente in video, supportato dalle risate dei compagni, alza la voce, allunga le mani, si comporta come un bullo che si approccia alla vittima. Lo sguardo dell’insegnante è disperso, il capo chino segnala lo sforzo di soprassedere, l’espressione sorpresa ci parla della situazione di disagio e della vergogna di sentirsi esposto allo scherno.

Dietro un episodio del genere si possono leggere due fenomeni concomitanti, che vanno a minare la figura dell’insegnante agli occhi degli alunni. Il primo riguarda il rapporto fra genitori e scuola: al giorno d’oggi i genitori sono sempre più protettivi con i propri figli e pretendono dalla scuola le stesse attenzioni. Non mancano le ingerenze scolastiche da parte dei genitori, che influiscono nel processo di apprendimento, risultando come vere e proprie interferenze nel rapporto fra insegnante e alunno. La società contemporanea è fondata sulla competizione: i genitori educano i figli a diventare degli adulti in grado di avverare i propri desideri. L’individualismo è introiettato nella cellula familiare e i figli sono coccolati da una pratica educativa materialista, che li spinge a sentirsi speciali, in grado di sviluppare e sfruttare quelle skills che un domani nel sempre più difficile mondo del lavoro li faranno affermare. Allo stesso modo si cerca di evitare l’incontro con l’ostacolo, i problemi minerebbero la sicurezza di una prole cresciuta per la competizione. La crisi ha colpito la classe media non solo sul piano economico, ma anche sul piano cognitivo. È logico che una classe media che ha visto assottigliarsi lo spiraglio di riuscita sociale tramite il mondo del lavoro, riponga speranze nei propri figli e li educhi alle nuove condizioni materiali di un Occidente in declino. Parallelamente la competizione investe i figli dei meno abbienti – spesso stranieri – che in un contesto multirazziale sono chiamati al riscatto sociale, nonché all’affermazione della propria identità. La competizione generalizzata assume sovente forme imprevedibili, sfociando nell’intolleranza o nel razzismo.

Lake Wobegon è una cittadina fittizia creata negli anni Settanta dall’umorista Garrison Keillor, la cittadina del Minnesota viene descritta come “il posto in cui tutte le donne sono forti, tutti gli uomini sono di bell’aspetto, e tutti i bambini sono speciali”. Gli psicologi hanno dato al narcisismo il nome di “sindrome di Lake Wobegon”, ovvero quel complesso di credenze che ci porta a sovrastimare i nostri pregi e, di contro, a sottostimare i nostri e i loro difetti. È evidente che a Lake Wobegon, se tutti sono speciali, nessuno lo è davvero. In questa situazione paradossale sembrano trovarsi le nuove generazioni: educate a coltivare i propri talenti come se fossero l’unico capitale di cui dispongono e sempre più coscienti della natura spettacolarizzata della nostra società. È facile credersi onnipotenti quando si ha un nutrito numero di follower e sbattere i pugni sul tavolo solo per guadagnare qualche like. Se ad andarci di mezzo è un insegnante troppo petulante tanto meglio, l’importante è ridere delle proprie azioni, caricarle sul web e diffonderle, in modo che qualcun altro abbia voglia di emularle. L’adolescenza è un’età difficile, attraversata da insicurezze e monomanie, e al giorno d’oggi la dinamica del like accentua ulteriormente le contraddizioni delle nuove generazioni.

Un’altra caratteristica della nostra società – e anche stavolta c’entrano i social – è l’orizzontalità. I rapporti si sono fatti liquidi, per dirla con Bauman, diretti, perché nel web non c’è nessuna intermediazione fra utenti. Crollano le gerarchie, sia quelle effettive che quelle simboliche, i ragazzi imparano presto a trarre vantaggio da questa situazione. Le figure di autorità sono svalutate, come a scuola, così in famiglia. Massimo Recalcati, psicanalista e autore de Il complesso di Telemaco, parla di “evaporazione del padre” definendola: “Un’espressione che Lacan usava per spiegare come le contestazioni giovanili del ’68 avessero demolito l’autorità simbolica del padre nella vita della famiglia e in quella della società. La sua previsione era che il vuoto lasciato dal padre venisse colmato dal carattere feticistico delle merci, dall’oggetto di consumo. Era una previsione corretta”. Per Recalcati i nuovi genitori sono: “Uomini e donne afflitti dalla sindrome di Peter Pan, eterni ragazzi che diventano compagni di gioco dei figli, genitori ridotti a pupazzo”. A questi genitori viene facile difendere i propri figli, tacere le loro colpe e pretendere il medesimo trattamento privo di autorevolezza anche nell’ambiente scolastico. Ancor più in un momento storico in cui si punta sulla sensibilizzazione al problema del bullismo, dunque ogni azione nei confronti degli alunni è tenuta sotto stretta osservanza. Questo dà adito a situazioni paradossali: i genitori, pur di non ammettere le bravate degli adolescenti, si appellano al vittimismo, generando fraintendimenti su chi è il bullo e chi è bullizzato.

Dall’altra parte si trovano quegli insegnati che combattono giornalmente con il precariato, per questo poco disposti a contestare le rimostranze delle famiglie. Il corpo docenti è costantemente valutato, soggetto a parametri che misurano il grado di soddisfazione delle famiglie e degli alunni. Il potere è accentrato nelle mani dei presidi, che amministrano le scuole come piccole aziende. Sono i presidi che raccolgono le lamentele dei genitori, e da cui traggono valutazioni che vanno a pesare sul curriculum dell’insegnante. Nell’assetto scolastico entrato in vigore con la riforma della Buona Scuola, sono gli stessi presidi che,decidono se convalidare l’anno di prova dell’insegnante appena entrato, oppure farglielo ripetere. La cultura della prestazione ha inficiato anche la scuola, i dati contano più del rendimento effettivo: il profitto si misura sulla base della soddisfazione degli utenti. Gli alunni non sono più soggetti da formare, ma consumatori della macchina scolastica, le famiglie pretendono che gli sia reso il servizio migliore, e si illudono di avere gli strumenti per misurarlo. È chiaro che i dirigenti scolastici vogliono ricevere feedback positivi per gli istituti che amministrano, ma ciò comporta una pericolosa inclinazione a mediare il rapporto fra insegnanti e genitori dando spesso ragione ai secondi. Misurare il rendimento dei professori è giusto – perché questi non si accascino nel proverbiale lassismo dei dipendenti statali – ma quando i risultati diventano l’unico obiettivo da perseguire, è lo stesso operato dei docenti a risultare svuotato di senso. I ragazzi sono educati sempre più al nozionismo, in maniera da salvaguardare le apparenze del processo di apprendimento.

In un quadro così complesso i ragazzi, forti dell’educazione impartitagli, acquistano una fiducia spropositata nei propri mezzi: ciò li danneggia perché impedisce loro di rapportarsi con la realtà tramite un sano confronto. Allo stesso modo, rischiano di venir messi in crisi dalla prima difficoltà. Parallelamente gli insegnanti, impauriti dalle conseguenze che una condotta autoritaria può avere sul loro lavoro, si limitano a soprassedere quando gli alunni si dimostrano indisciplinati. Si attua così uno scenario illusorio, la parodia della trasmissione di sapere, carente del rapporto di fiducia che ci dovrebbe essere nel processo educativo. È probabile che, al prossimo docente volenteroso che osasse ripetere le gesta di Robin Williams ne L’attimo fuggente, venga fatto lo sgambetto, mentre una selva di cellulari si protende a immortalarne il capitombolo.

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