Quando nel 1975 le donne islandesi paralizzarono il Paese scioperando contro la loro oppressione - THE VISION

L’Islanda è considerata da tutto il mondo un modello per la parità di genere. È al primo posto nell’indice dell’uguaglianza di genere del World Economic Forum da più di dieci anni ed è pioniera della rappresentanza politica femminile: sull’isola le donne hanno conquistato il suffragio attivo e passivo nel 1915 e nel 1922 hanno eletto la prima donna in Parlamento. Nel 1980, per la prima volta nella storia, una donna è diventata Presidente della Repubblica, Vigdís Finnbogadóttir, riconfermata per tre mandati consecutivi. Ovviamente, questa parità non nasce dal nulla, ma in gran parte è frutto delle lotte delle donne e del movimento femminista, protagoniste di una delle più importanti azioni dimostrative di sempre, anche se non così conosciuta: un colossale sciopero che nel 1975 paralizzò per un giorno intero il Paese, bloccando la produzione, i trasporti e persino l’uscita dei giornali.

Nonostante le donne godessero, dal punto di vista dei diritti politici, di una sostanziale parità e uguaglianza, all’indomani della sua indipendenza dalla Danimarca nel 1944, l’Islanda restava un Paese arretrato dal punto di vista culturale. Anche quando l’isola cominciò a importare dai Paesi vicini il modello del welfare nordico, la maggior parte delle donne non lavorava ed era totalmente isolata dalla vita politica e sociale, specialmente nelle aree rurali.

Nel 1970, un gruppo di studentesse e artiste che avevano vissuto negli Stati Uniti e in altri Paesi scandinavi creò il primo collettivo femminista islandese, chiamato Redstockings (“calze rosse”). Il gruppo si ispirava a un omonimo collettivo newyorkese che aveva adottato il nome in contrapposizione a “bluestockings”, un termine dispregiativo con cui venivano indicate le femministe negli ambienti universitari. Sin da subito, le Redstockings si imposero come una forza dirompente e radicale in un Paese in cui le donne non avevano mai avuto un ruolo particolarmente significativo. La loro prima azione, come raccontato nel documentario Women in Red Stockings della regista Halla Kristín Einarsdóttir, fu di portare l’enorme statua di una donna nuda alla manifestazione del primo maggio del 1970. La statua rappresentava Lisistrata, da sempre simbolo femminista, e portava una fascia con la scritta “Persona e non merce”. Le Redstocking riuscirono nel loro intento: i presenti si arrabbiarono e le accusarono di aver rovinato la sacralità del primo maggio, ma moltissime altre donne si unirono al movimento. Il gruppo, nel corso degli anni, fece poi altre azioni dimostrative per contestare l’egemonia maschile, come quando nel 1972 portò una mucca a un concorso di bellezza nazionale.

© Women in Red Stockings, Halla Kristín Einarsdóttir

Nel 1974 le Redstockings, sempre più rilevanti nel panorama nazionale, si riunirono a Skógar e tennero una grande conferenza a cui parteciparono altre organizzazioni femministe che si erano costituite nel frattempo. Le Nazioni Unite avevano appena annunciato che il 1975 sarebbe stato l’anno internazionale della donna, in occasione della prima conferenza mondiale sulle donne a Città del Messico, un evento importantissimo che sancì per la prima volta l’importanza dell’uguaglianza di genere nel novero dei diritti umani e il rispetto dei diritti delle donne come requisito per restare nelle Nazioni Unite. Durante la riunione di Skógar, le femministe islandesi stabilirono che la lotta per l’uguaglianza non poteva essere disgiunta dalla lotta di classe: nel Paese le donne erano oppresse non solo per il loro sesso, ma anche perché la maggior parte di loro non lavorava e, se lo faceva, veniva pagata in media il 75% in meno degli uomini. Fu durante questa riunione che la rappresentante delle Redstockings, Vilborg Sigurðardóttir, propose l’idea di “usare le armi della lotta di classe per la lotta dell’uguaglianza”: come gli operai, anche le donne avrebbero scioperato contro i loro padroni. La proposta non venne accettata: molte donne non si riconoscevano nelle proposte di sinistra e temevano che il linguaggio della lotta di classe avrebbe finito per oscurare le rivendicazioni femminili.

© Women in Red Stockings, Halla Kristín Einarsdóttir

L’anno successivo, il governo islandese organizzò una tavola rotonda in occasione dell’anno internazionale della donna, invitando esponenti politici, sindacaliste e anche le Redstockings. Fu l’occasione per rilanciare l’idea, stemperandola dai suoi elementi più rivoluzionari per riuscire a guadagnare il consenso politico di base necessario per la sua riuscita. Il gruppo iniziò scegliendo otto rappresentanti delle categorie sociali considerate più simboliche: insegnanti, casalinghe, madri single, impiegate; riuscì a guadagnarsi il sostegno delle uniche due deputate islandesi e soprattutto cambiò nome all’iniziativa: non più “verkfall”, sciopero, ma “kvennafrí”, giorno libero. Si scelse come data il 24 ottobre, l’anniversario della nascita delle Nazioni Unite. Il comitato organizzativo raggiunse le cinquanta persone e per settimane i media non parlarono d’altro. Il comitato inviò per posta 47mila copie del volantino che conteneva le rivendicazioni dello sciopero.

Il giorno prestabilito, il 90% delle islandesi si astenne dal lavoro salariato e dal lavoro domestico. 25mila donne scesero nella piazza principale di Reykjavik (all’epoca gli abitanti dell’Islanda erano 220mila), arrivando anche dalle zone più remote dell’isola. L’astensione, come la Lisistrata portata in marcia cinque anni prima, coinvolse anche il sesso, avverando ciò che i giornali conservatori sostenevano con ironia, e cioè che lo sciopero sarebbe arrivato anche in camera da letto. Chi non era scesa in piazza, era andata a fare picnic e passeggiate con le amiche. Sul palco si alternarono i discorsi delle due deputate, di una commessa, di una casalinga e di una lavoratrice domestica e sindacalista, Aðalheiður Bjarnfreðsdóttir, diventata un’icona del femminismo scandinavo nonché eletta in parlamento qualche anno dopo. Il Paese si fermò dall’alba fino a mezzanotte: gli asili e le scuole erano chiusi e i padri furono costretti a portare con sé al lavoro i bambini. Come ha raccontato al Guardian Annadis Rudolfsdottir, ricercatrice femminista islandese e figlia di una delle partecipanti allo sciopero, i supermercati finirono le salsicce precotte, l’unica cosa che molti uomini all’epoca sapessero cucinare. I centralini, in cui lavoravano soprattutto donne, andarono completamente in tilt mentre i giornali uscirono con la metà delle pagine. Lo sciopero fermò il Paese e, dimostrando quanto fosse scontato e non riconosciuto l’apporto delle donne alla società, lo cambiò per sempre.

Aðalheiður Bjarnfreðsdóttir – © Women in Red Stockings, Halla Kristín Einarsdóttir

In un’intervista alla Bbc del 2015, l’ex presidente islandese Vigdís Finnbogadóttir, ha raccontato che senza lo sciopero delle donne del 1975, una madre single come lei non sarebbe mai riuscita a ricoprire quel ruolo: “Le cose tornarono a essere normali il giorno dopo, ma con la consapevolezza che le donne erano il pilastro della società proprio come gli uomini. Molte aziende e istituzioni si arrestarono completamente e questo dimostrò la forza e l’indispensabilità delle donne, cambiando completamente la mentalità comune”. Oltre all’elezione di Finnbogadóttir, negli anni Ottanta l’Islanda vide la nascita di un partito completamente femminile, l’Alleanza delle donne, poi confluito nel partito socialista. Fu anche la fine delle Redstockings, tanto che molte sue esponenti oggi considerano lo sciopero come l’ultima vera azione del movimento femminista islandese che gradualmente si disperse o entrò in politica, pur senza rinnegare i grandi risultati raggiunti soprattutto nella società civile.

Vigdís Finnbogadóttir

Quello dell’Islanda non è stato l’unico sciopero delle donne. Il 3 ottobre 2016, le donne polacche del gruppo Strajk Kobiet ne organizzarono uno colossale, la Czarny Protest (“protesta in nero”) per manifestare contro un disegno di legge che avrebbe vietato totalmente l’aborto. Lo sciopero fu sostenuto anche da varie personalità pubbliche, inclusi i presentatori della rete televisiva polacca TVN24. Anche lo scorso novembre, dopo la sentenza della Corte costituzionale polacca che ha reso illegale l’aborto anche nel caso di gravi malformazioni del feto (la cui applicazione è stata poi bloccata), Strajk Kobiet ha organizzato un altro enorme sciopero. Su esempio delle donne polacche, anche il movimento transnazionale Ni Una Menos dal 2017 organizza uno sciopero delle donne dal lavoro salariato e di cura, in occasione dell’8 marzo. In Francia, invece, alle 16:34 del 7 novembre di ogni anno, le donne smettono di lavorare per protestare contro il gender pay gap: da quel momento, infatti, è come se le donne lavorassero gratis fino alla fine dell’anno. Il calcolo è stato fatto dal collettivo Les Glorieuses e nel 2016, che si è proprio ispirato allo sciopero delle donne islandesi nel 1975.

Con lo sciopero, le donne riuscirono a dimostrare quanto il loro lavoro, costantemente sottovalutato sia dal punto di vista economico che sociale, era degno e necessario tanto quanto quello degli uomini. E solo unendo le forze, al di là delle divergenze politiche e dalle differenze di classe, riuscirono a risvegliare le coscienze un Paese che si era convinto che qualche diritto sulla carta equivalesse alla parità.

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