Il rancore e la xenofobia sono connaturati alla nostra società, ci dissero Scheler e Tocqueville

Dopo la crisi del 2007, le società di buona parte del mondo hanno visto l’emergere di un generalizzato sentimento di rabbia, diventato facile oggetto di strumentalizzazione da parte di coloro che si presentano al pubblico come i nuovi rappresentanti degli oppressi e dei dimenticati. Così i vari Trump, Orbán, Salvini, Le Pen, Wilders e Bolsonaro hanno accresciuto il loro consenso, contribuendo a ricreare un’atmosfera non dissimile da quella che si respirava negli anni Venti e Trenta del secolo scorso.

Negli anni che seguirono la crisi del ’29 infatti, l’odio e la tensione erano palpabili quasi quanto oggi. Ed è proprio rivolgendoci a una precedente era di instabilità, e grazie ad autori come Max Scheler e Alexis de Tocqueville, che possiamo arrivare a concludere che tali dinamiche sociali non siano una creazione a posteriori, ma un problema strutturale e connaturato alle società occidentali. Queste infatti si rivelano particolarmente sensibili all’insorgere del risentimento, in quanto in loro l’idea di eguaglianza convive con una dottrina economica liberista e razionale. In questo senso, è naturale che l’altro grande oggetto dell’odio contemporaneo siano i rappresentanti di questo sistema, intesi come i partiti tradizionali e i detentori del potere economico. La nuova destra si è fatta così portavoce di un diffuso sentimento anti-sistema che non è certamente nuovo alla democrazia, ed è proprio grazie a Scheler che possiamo comprenderne le origini.

Il filosofo tedesco Max Scheler (Monaco di Baviera, 22 agosto 1874 – Francoforte sul Meno, 19 maggio 1928)

Nato nel 1874 a Monaco di Baviera, Max Scheler è stato un filosofo tedesco, autore de Il risentimento nella edificazione delle morali, del 1912. In questo scritto, rielaborando in chiave sociale la teoria del Ressentiment di Nietzsche, Scheler conclude che il modello di società liberale e borghese, e i diritti politici e civili che ne sono scaturiti, siano per natura sensibili all’insorgere della rabbia sociale, con tutte le sue conseguenze. Scheler intende quindi il risentimento come una caratteristica della morale moderna, che porta l’uomo democratico a vedere la natura come un ambito da dominare, e gli altri uomini come strumenti – o ostacoli – nel percorso verso il raggiungimento del suo personale benessere economico.

Per Scheler, il rancore e le relative pulsioni hanno origine dalla tensione tra aspirazione e senso di impotenza. Il problema sorge nel momento in cui le disuguaglianze aumentano e le persone si rendono conto di non poter avere tutto ciò che desiderano, cioè quando la tensione tra aspirazione e impotenza porta l’uomo a provare una sorta di invidia esistenziale verso l’altro e ciò che esso rappresenta. È come se dicesse “Tutto posso perdonarti, non però il fatto che ci sei e sei ciò che sei, non il fatto che io non sono ciò che tu sei, anzi che io non sono te” (Scheler, 1912). L’origine del risentimento è quindi legata alla comparazione tra la percezione che ognuno ha del proprio valore con quello che vede negli altri; una tendenza comune a qualsiasi persona, a prescindere dalla provenienza sociale.

Uno sciopero dei lavoratori del settore sanitario il 29 marzo 1968 a Memphis, a pochi giorni dall’assassinio di Martin Luther King

L’uomo offeso arriva a credere che il punto di arrivo della sua aspirazione debba essere l’essere e il valere più degli altri. Per questo applica la sfida a ogni aspetto della vita, nel tentativo di scrollarsi di dosso quell’opprimente senso di inferiorità. Nel momento in cui questo modo di concepire i valori diventa il modello dominante di una società, l’anima di tale società diventa il sistema della concorrenza, che raggiunge il suo apice quando il paragone avviene tra simili: ceto, condizione economica e costume. Il desiderio di uguaglianza diventa la causa della rabbia sociale quando c’è una forte discrepanza tra uguaglianza formale e disuguaglianza di fatto, quando grandi pretese personali si accompagnano a un’inadeguata posizione sociale. Tutti noi aspiriamo all’equità, alla dignità, alla libertà di iniziativa, alla salute, alla piena realizzazione personale o collettiva, chi in misura maggiore e chi in misura minore. Siamo abituati a desiderare e inseguire concetti come la potenza, la ricchezza, la bellezza, la salute e la libertà personale, e pretendiamo di poterci realizzare allo stesso modo e a pari condizioni di altri. Ma quando il sistema entra in crisi ed esplodono le disuguaglianze economiche, l’effetto principale è l’insorgere di un risentimento comune verso l’establishment, che viene identificato come il colpevole della propria condizione di disagio.

Tutto ciò non spiega però l’aumento del sentimento di rancore anche nei confronti di coloro che, per motivi etnici, religiosi o di genere, sono fuori da queste dinamiche di invidia e competizione in quanto non appartengono all’ethos dominante. È Toqueville, nell’analisi che offre della democrazia statunitense, a fornirci una possibile spiegazione.

Il visconte Alexis Henri Charles de Clérel de Tocqueville (Parigi, 29 luglio 1805 – Cannes, 16 aprile 1859)

Alexis de Tocqueville era un filosofo e politico francese che nel 1831 si recò negli Stati Uniti per studiare il sistema carcerario e i principi della democrazia americana. Durante il suo soggiorno scrisse La democrazia in America (1835-1840), dove espone una teoria che ci torna utile per comprendere l’atto discriminatorio: la tirannia della maggioranza. Si concentra quindi sul sistema rappresentativo e in particolare sul potere legislativo, l’organo più sensibile a questo pericolo di dispotismo, arrivando a concludere che la legge e il rispetto di essa rappresentano in realtà solo l’autorità dei più. L’impero morale della maggioranza infatti si fonderebbe sull’idea che vi sia più saggezza in molti uomini piuttosto che in uno solo, e sulla convinzione che i loro interessi debbano prevalere su quelli della minoranza. Si configura così l’idea che le decisioni della maggioranza siano assolute e incontrastabili, e che essa custodisca il punto di vista privilegiato del mondo, spostandosi così nella direzione dell’assolutismo. L’instaurazione di un pensiero unico infatti obbliga gli individui a conformarsi per non vedersi isolati, conducendo inevitabilmente verso la massificazione e il conformismo. L’eguaglianza in questo modo si conforma come somiglianza e diventa intollerante verso la diversità, attivando nella cultura di massa un riflesso indentitario che assume le dimensioni della nazione e del nazionalismo, e che porta le persone a individuare determinati gruppi come la causa del proprio malessere.

La xenofobia viene definita infatti come un’esasperazione dell’etnocentrismo, cioè della propensione a ritenere che gli usi e i consumi della propria comunità (religione, valori, lingua, etnia, stile di vita) siano superiori a quelli di qualsiasi altra, arrivando a concretizzarsi in un atteggiamento di forte avversione verso i membri delle altre comunità: minoranze etniche e religiose, omosessuali, poveri, comunisti e anarchici, persone affette da problemi psicologici o fisici. L’unico aspetto che li accomuna è il fatto di rappresentare una minoranza e avere un comportamento diverso da quello della maggioranza. E non è sufficiente che siano, per così dire “diversi”, devono anche essere tutti portatori di caratteristiche “negative”, passando cioè attraverso una caratterizzazione del gruppo: banalmente, gli immigrati sono criminali, i rom sono ladri, i musulmani sono tutti terroristi. Un perfetto capro espiatorio che non è nuovo alla storia recente.

Alcune ragazze ebree utilizzate come schiave in una fabbrica di munizioni nel campo nazista di Kaunitz, Germania, 1945

Il sentimento anti-sistema e xenofobo che si sta diffondendo in Europa e nel mondo, è quindi un rischio che accompagna la democrazia liberale durante tutta la sua esistenza e che si rivela con prepotenza ogni volta che il sistema entra in crisi. La destra, da parte sua, cavalca il risentimento, come ha sempre dimostrato di saper fare, e alimenta gli impulsi di vendetta verso un generalizzato colpevole: non importa quale politico abbia firmato la legge finanziaria, o quale direttore di banca abbia inseguito ciecamente i profitti senza prendere in considerazione i rischi, o quale richiedente asilo abbia commesso un crimine, il sentimento di rabbia si rivolgerà necessariamente contro l’intera classe politica, l’intero sistema bancario e l’intera etnia.

E la sinistra? La sinistra europea, oltre a essersi trovata a interpretare un sentimento nazionalista distante dalla sua tradizione pansocialista, paga le sue stesse scelte a partire dall’accettazione di un modello economico che è sorto in antitesi con essa e che oggi è entrato in crisi. Negli ultimi decenni si è affidata alle forze neoliberiste arrivando a coincidere con l’establishment, sperando magari di ammorbidirne le asprezze, anziché denunciarne le logiche distruttive nei confronti di uno stato sociale che proprio lei, la sinistra, ha contribuito a creare. Tutto ciò rende oggi poco credibile chi, in Italia e in Europa, vuole intercettare e indirizzare la protesta anti-sistema richiamandosi alla sinistra, rendendo allo stesso modo molto credibile chi invece vedrebbe di buon occhio il Vecchio Continente colorarsi di un inquietante nero.

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