Rosa Parks ci ha insegnato che la legalità non potrà mai sostituirsi alla giustizia - The Vision

Il primo dicembre del 1955, a Montgomery, in Alabama, Rosa Parks, prende posto sull’autobus 2857 per tornare a casa. Ha 42 anni, è nera, fa la sarta; è la segretaria della sezione locale del Naacp (l’Associazione nazionale per la promozione delle persone di colore). Si è seduta nell’unico posto libero che però è dalla parte sbagliata, cioè quella riservata ai bianchi. L’autista le ordina di spostarsi e di cedere il posto, ma lei si rifiuta. Viene arrestata, incarcerata per “condotta impropria” e per aver violato le norme sulla segregazione razziale.

Il giorno stesso si registrano i primi tre scontri. La comunità afroamericana, esasperata delle continue vessazioni e delle restrizioni dei diritti imposte dell’apartheid, dà il via alla protesta che prenderà il nome di Montgomery Bus Boycott: un vero e proprio boicottaggio ai danni della compagnia dei mezzi di trasporto della città messo in atto dai neri, che si rifiuteranno per più di un anno di salire sui mezzi pubblici. La comunità riesce così a portare la compagnia di trasporto quasi sull’orlo del fallimento e finalmente, nel giugno del 1956, ottiene che la segregazione razziale sugli autobus di linea venga dichiarata incostituzionale. Quasi dieci anni dopo, nel 1964 diventa realtà il Civil Rights Act, l’insieme delle leggi che garantiscono ai cittadini uguale accesso ai servizi e alle strutture pubbliche e private, vieta poi la discriminazione nelle assunzioni da parte di imprese e delle istituzioni federali e taglia tutte le sovvenzioni ai programmi e alle attività che incentivano la discriminazione razziale.

Uno dei più grandi passi che l’umanità ha compiuto nello sviluppo e nell’ampliamento dei diritti umani nella storia recente è scaturito da un piccolo atto di disobbedienza. Infrangendo una regola semplice e scatenando così un domino di eventi che è stato in grado di interrompere uno schema di ingiustizie ataviche e di mettere fine a secoli di umiliazioni: bagni separati, supermercati e scuole a parte, e rispetto reverenziale che i neri dovevano obbligatoriamente osservare in presenza dei bianchi. Sebbene la piena uguaglianza tra bianchi e neri poi non sia stata, almeno dal punto di vista sociale, immediata – e anzi sia tuttora in elaborazione – il gesto di Rosa Parks e tutto ciò che ne conseguì è stato fondamentale per il cammino verso l’emancipazione degli afroamericani. “Le persone dicono sempre che non ho ceduto il mio posto perché ero stanca,” disse Parks, “ma non è vero. Non ero stanca fisicamente o non più di quanto non lo fossi di solito alla fine di una giornata di lavoro. Non ero vecchia, anche se alcuni hanno un’immagine di me da vecchia allora. Avevo 42 anni. No, l’unica cosa di cui ero stanca era subire”.

Rosa Parks è diventata uno dei simboli della lotta per i diritti civili. La sua disobbedienza ha valicato i confini di Montgomery, dell’Alabama e degli Stati Uniti, sgretolando l’isolamento nel quale erano costretti a vivere i neri nelle società del tempo. Ma se è vero che la sua vicenda ci insegna senza ombra di dubbio quanto ogni nostra scelta e ogni nostro atto possano cambiare la storia, la lezione più importante e più rivoluzionaria che forse Rosa Parks ci ha trasmesso con il suo esempio è un’altra, che la legalità non potrà mai sostituirsi alla giustizia. Che è sempre necessario preservare la disobbedienza perché soltanto se siamo mossi e guidati da veri ideali di giustizia e abbiamo il coraggio di schierarci contro un sistema che con le sue leggi non lo è, abbiamo la possibilità di ambire a un mondo migliore.

Se nessuno si fosse mai schierato contro leggi ingiuste, ad esempio, in Italia non avremmo mai sconfitto il nazifascismo, non avremmo ottenuto una costituzione democratica, le donne sarebbero ancora considerate legalmente proprietà di padri e mariti, può darsi che bruceremmo ancora le streghe o che in Sudafrica esisterebbe ancora l’apartheid. Se Rosa Parks non si fosse mai seduta in un posto riservato ai bianchi, forse Obama non sarebbe mai stato eletto presidente e non saremmo qui a celebrare nemmeno l’anniversario della fine della segregazione razziale. Ogni avanzamento storico è avvenuto e avviene – che ci piaccia o no – attraverso la rottura progressiva di una legalità, attraverso scontri, manifestazioni immense e non autorizzate, ma anche e piccole e grandi rivoluzioni che ogni giorno hanno contribuito a sovvertono un passo alla volta l’ordine prestabilito delle cose. Detto in parole povere; è anche grazie a chi non ha rispettato le regole, se è stata scritta la Dichiarazione universale dei diritti umani.

La legalità, infatti, è un fattore di conservazione dell’ordine sociale, non un valore assoluto. Una norma, un mezzo necessario a vivere in una democrazia, ma allo stesso tempo uno strumento imperfetto. Legalità e giustizia non sempre coincidono; se la giustizia è il fine, la legalità è il mezzo. Non sono sinonimi. La giustizia è un’altra cosa, un concetto infinitamente più ampio e complesso. Per capire se stiamo facendo qualcosa di illegale basta confrontarci con la legge, mentre per sancire se una cosa è giusta o meno è necessario considerare l’etica, i nostri valori morali e magari elaborarne di nuovi, quando si rivelano superati o a loro volta ingiusti. Il punto è che la giustizia richiede uno sforzo maggiore, non è definibile a priori, non è immediata e spesso non è detto che sia comprensibile e chiara a tutti. A volte, non è nemmeno detto che sia rassicurante quanto lo è la legge e forse è per quello che di giustizia si parla sempre meno, che preferiamo i compartimenti stagni ai ragionamenti lunghi e sfumati, o se da un po’ di tempo a questa parte sembra che abbiamo ricominciato ad accettare la realtà come se fosse l’unica possibile e a tollerare le ingiustizie come danni collaterali.

Alcuni cittadini neri si siedono nei posti normalmente riservati ai bianchi in segno di protesta in seguito all’arresto di Rosa Parks, Alabama, 1956

Nel corso di un’intervista di qualche tempo fa, Don Ciotti, attivista antimafia e fondatore di LIBERA, ha parlato di come “legalità” sia una parola che ci è stata rubata, per essere trasformata in un concetto astratto e vuoto, una bandiera che ormai tutti sventolano, e dietro cui in molti si nascondono per usarla come un lasciapassare. I governi che si sono succeduti in Italia negli ultimi decenni hanno contribuito a fare della legalità un feticcio. Ne hanno fatto un mito, per come lo intendeva Barthes, e hanno costruito le loro politiche esclusivamente intorno al suo culto. Ma questa è una legalità che spesso è ingiusta e assume il volto feroce di un ideale cieco e indistinto che, quando va bene, tratta i writer come se fossero criminali, annunciandone la cattura in pompa magna come se si trattasse di Pablo Escobar e che, quando va male, non differenzia i reati di mafia da quelli commessi per affermare diritti sociali negati: i casi di Nicoletta Dosio, Dana Lauriola ed Maria Edgarda Marcucci sono soltanto alcuni degli episodi più recenti che ce lo dimostrano. I primi a riempirsi la bocca con la legalità, infatti, di solito sono gli stessi che la impugnano per farsi portavoce di leggi ingiuste, decreti sicurezza, censimenti nei campi rom e così via. Questa è la stessa mentalità ormai diffusa, che autorizza la polizia a buttare le coperte dei clochard nei cassonetti, come se fosse normale. Episodi che sono l’esempio più lampante di come e quanto manchi la cultura di un dibattito che non si polarizzi su posizioni preconfezionate e che soprattutto non scivoli nel giustificazionismo di chi in realtà decide deliberatamente di passare dalla parte del torto.

Il problema dell’aver creato il “mito della legalità”, risiede proprio nel dogma che la eleva al di sopra di tutto, perché gli conferisce una patente di superiorità morale nel nome della quale sembra non poter più essere messa in discussione. Questo processo annulla la dialettica azzerando il dibattito, crea barriere e soprattutto impedisce alle esigenze sociali di canalizzarsi in nuove forme di legalità. D’altronde, se si crede fermamente nella giustizia è possibile andare contro le leggi che si ritengono ingiuste, mentre è impossibile farlo quando si crede fermamente nella legalità. La cieca fede in ciò che è legale è tipica dei regimi, d’altronde, se così non fosse stato non avremmo mai assistito alla deportazione e allo sterminio di sei milioni di persone da parte del nazifascismo. Per questo dovremmo prendere e usare la lezione di Rosa Parks per riuscire a schierarci contro le ingiustizie e a impegnarci di più e costantemente a creare una visione critica che ci aiuti a recuperare il vero senso della legalità e ci possa essere d’aiuto a riconsiderare e a riformulare il modo stesso in cui siamo cittadini, prendendoci la responsabilità di agire consapevolmente contro leggi ingiuste senza aspettare che qualcuno gentilmente ce le conceda.

Rosa Parks e Martin Luther King

Don Lorenzo Milani, in un bellissimo scritto intitolato L’obbedienza non è più una virtù considerato uno dei manifesti dell’obiezione di coscienza, scriveva di come l’obbedienza non è l’unico modo di amare la legge e che lo è anche cercare di cambiarla se non tutela i più deboli. È ciò che ha fatto Rosa Parks ma anche quello che è stato fatto prima di lei e che hanno fatto tanti altri dopo di lei, come Mimmo Lucano, Franca Viola, Carola Rakete, o Marco Cappato e dj Fabo. Non si tratta di violare le regole, ma di cambiarle, e questa è la cosa giusta da fare quando la legge si scontra con il vissuto delle persone, trascurando le diseguaglianze.

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