I libri di Roald Dahl sono una lettura necessaria in una società che si è dimenticata dei bambini - THE VISION

Nelle celebri illustrazioni di Quentin Blake, il GGG è rappresentato come un uomo altissimo e dalla corporatura esile, con pochi capelli radi e orecchie enormi. Dietro alla statura del GGG, si nasconde il suo creatore, Roald Dahl, alto quasi due metri, che era a tutti gli effetti un Grande Gigante Gentile. Con i suoi venti libri – pochi, in realtà, per uno scrittore per l’infanzia – Dahl ha avuto un ruolo fondamentale nella crescita di milioni di bambini, con un’influenza che dura incontrastata ancora oggi, sebbene la sua eredità a volte può essere problematica. Dahl non ha solo creato storie divertenti o educative, ma ha portato avanti una visione nuova dell’infanzia e dei bambini come portatori di diritti, istanze e bisogni diversi da quelli degli adulti.

Già la vita di Roald Dahl somiglia a un romanzo. Nato nel 1916 da genitori norvegesi, a quattro anni resta orfano di padre, ma nonostante ciò riesce ad avere un’infanzia felice e molto agiata. Dopo le scuole superiori, comincia a lavorare per la Shell, la compagnia petrolifera, che gli permette di viaggiare nelle colonie britanniche fino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Durante il conflitto, Dahl si arruola nella Royal Air Force e combatte diverse battaglie aree, finché a seguito di un grave incidente non perde temporaneamente la vista. Viene allora trasferito a Washington, dove lavora all’ambasciata inglese con compiti di propaganda e spionaggio – un impiego che gli tornerà utile nella sceneggiatura di Agente 007 – Si vive solo due volte, l’ultimo film di James Bond con Sean Connery. In questi stessi anni, comincia a scrivere alcune storie per bambini.

La sua vita familiare è però segnata da una serie di tragedie, che influenzeranno molto i suoi libri. La figlia Olivia muore a sette anni per un’encefalite; la moglie di Dahl, l’attrice Patricia Neal, ha un ictus mentre è incinta del quinto figlio; mentre il primo, Theo, sviluppa l’idrocefalia a seguito di una frattura al cranio. La malattia di Theo spinge il padre a inventare, mettendo a frutto le conoscenze acquisite quando era aviatore, la valvola Wade-Dahl-Till, sviluppata con l’ingegnere idraulico Stanley Wade e il neurochirurgo Kenneth Till. Questi eventi saranno fondamentali per lo sviluppo delle sue tematiche. Dopo la guerra, Dahl era diventato infatti un autore di racconti investigativi particolarmente macabri – alcuni pubblicati su riviste come il New Yorker. Ma a un certo punto, stanco della morte e della malattia che perseguitano la sua famiglia, vuole dedicarsi a tematiche più positive. Quando nel 1965 sua moglie rimane in coma a causa dell’ictus e per tutto il lungo periodo di riabilitazione, è lui a occuparsi esclusivamente dei figli, tra cui la neonata Lucy. È in questo periodo che capisce appieno l’importanza della salute e della felicità dei bambini.

Roald Dahl con la moglie Patricia Neal e i loro figli, 1968

Nonostante la sua vita avventurosa, Dahl scrisse la maggior parte dei suoi libri nella dependance della sua casa a Great Missenden, in Buckinghamshire, nella cosiddetta “capanna della scrittura”. Seduto sulla sua poltrona con le gambe avvolte in una coperta (o in un sacco a pelo nelle giornate più fredde), Dahl scriveva le sue opere a matita, temperandone meticolosamente sei prima di ogni sessione di scrittura. Dai suoi video e dalle foto, con la testa che sfiora il tetto della capanna, sembra davvero quel Grande Gigante Gentile che anima il suo romanzo. Il GGG è forse il libro più esemplare per capire la poetica di Dahl. Una bambina di nome Sofia (il secondo nome di Olivia, la figlia che perse per l’encefalite) vede dalla finestra dell’orfanotrofio in cui vive a Londra un gigante che, accortosi della sua presenza e temendo possa rivelare al mondo la sua esistenza, la rapisce. Il GGG è però una creatura buona, a differenza degli altri giganti che mangiano gli esseri umani, che ama collezionare i sogni dei bambini e mangiare cetrionzoli. Inizialmente, il GGG è intenzionato a tenere prigioniera Sofia, ma alla fine i due decidono di porre fine al sopruso degli altri giganti: vanno a Buckingham Palace e soffiano nelle orecchie della regina un sogno che le rivela il pericolo che il mondo sta correndo. Sconfitte le creature (obbligate a mangiare cetrionzoli fino alla fine dei loro giorni) con l’aiuto della Royal Air Force, il GGG e Sofia vanno a vivere insieme in un castello. La bambina gli insegna a parlare e scrivere correttamente e il gigante decide di raccontare le sue avventure in un libro di memorie, pubblicato sotto lo pseudonimo di Roald Dahl.

Nel romanzo sono contenuti tutti gli elementi tipici della scrittura di Dahl: una protagonista orfana, il cosiddetto gobblefunk – l’inglese distorto inventato da Dahl, di cui è un esempio la parola “cetrionzolo”, snozzcumbers in lingua originale – e il tema del sopruso, che si realizza soprattutto nella lotta tra bambino oppresso e adulto oppressore. Qui gli adulti sono rappresentati come veri e propri giganti che si nutrono dei bambini indifesi, a eccezione del GGG che, al contrario, ruba i loro sogni a fin di bene. L’identificazione dell’autore con il gigante buono è totale, tanto che il GGG assume proprio Roald Dahl come nome d’arte per pubblicare i suoi romanzi.

In genere, i cattivi dei romanzi dell’autore vengono puniti in modi a volte grotteschi e comici, a volte crudeli. Basta pensare al contrappasso subito dai piccoli visitatori de La fabbrica di cioccolato: il goloso Augustus Gloop viene trascinato via un tubo di cioccolato, l’impaziente Violetta Beauregarde mangia una caramella non ancora testata e si gonfia a dismisura, la capricciosa Veruca Salt viene buttata nella spazzatura da un esercito di scoiattoli e Mike Tivù, ossessionato dalla televisione, diventa piccolo come un personaggio dello schermo. I cattivi sono anche ripugnanti e disgustosi, cosa che ha causato un po’ di problemi al nuovo adattamento cinematografico de Le streghe, dove queste sono rappresentate con tre dita. L’atleta paralimpica Amy Marren ha fatto notare come l’equazione tra la malvagità e l’ectrodattilia (una malattia che causa uno sviluppo incompleto di alcune dita delle mani o dei piedi) fosse una rappresentazione discriminatoria nei confronti delle persone disabili. Ma a onor del vero, nel libro di Dahl le streghe le dita le hanno tutte.

Non è l’unico caso di una riconsiderazione della sua opera. Con il cambiamento della sensibilità generale dell’opinione pubblica, molti personaggi o concetti espressi nei libri dell’autore sono oggi considerati superati, se non proprio offensivi. Ne è un esempio la rappresentazione degli Umpa Lumpa de La fabbrica di cioccolato, veri e propri schiavi dalla pelle scura che rifletterebbero la visione colonialista dell’autore. Nel 1994 una biografia non autorizzata scritta da Jeremy Treglown alimentò inoltre il sospetto che nel suo intimo Dahl fosse profondamente razzista e antisemita, nonché un uomo dal carattere autoritario e aggressivo, un ritratto in netto contrasto con l’immagine pacata e benevola che ha sempre mostrato in pubblico. Sebbene la famiglia Dahl si sia scusata per l’antisemitismo di Roald, l’unico elemento politico che si trova esplicitamente nei libri dell’autore inglese è la rivalsa dei diritti dei bambini, spesso orfani, poveri e abbandonati dalla società che non si cura dei loro bisogni.

Proprio per questo motivo, sono sempre di più le persone che non vogliono che i propri figli leggano o conoscano le storie di Dahl perché le considerano diseducative. Secondo loro, l’autore incoraggerebbe i bambini a disobbedire ai genitori e promuoverebbe l’idea che ogni forma di autorità va contrastata. Negli anni Settanta, anche la scrittrice di fantascienza Ursula K. LeGuin condivideva quest’idea e si diceva dispiaciuta che alle sue figlie piacessero così tanto i libri dello scrittore inglese, ma l’autentico messaggio di Dahl non è tanto un incoraggiamento ai bambini a ribellarsi alle regole a prescindere – senza contare che è fondamentale insegnare loro a riconoscere quelle ingiuste – quanto più l’importanza di difendere i loro diritti, anche in quanto soggetti politici titolari di bisogni, esigenze, diritti e doveri.

Spesso, invece, li consideriamo adulti in miniatura e da loro pretendiamo quello che la società a sua volta esige da noi “grandi”: la compostezza, la precisione, la produttività. In particolare, per Dahl il primo ostacolo alla piena e libera realizzazione della soggettività infantile è la disuguaglianza sociale: i protagonisti dei suoi romanzi sono quasi tutti poveri. Non c’è dubbio che a volte il modo in cui è narrata l’indigenza tende ad assumere toni moralistici, dal momento che viene associata con troppa insistenza alla virtù. Tuttavia, dai libri di Roald Dahl i bambini possono imparare cos’è la giustizia: di tutti i bambini che trovano il biglietto d’oro, è solo Charlie – colui che pur non avendo niente non approfitta della sua fortuna momentanea per prevaricare sugli altri e pensare solo a se stesso – che arriva alla fine della visita e viene premiato con l’eredità dell’intera fabbrica di cioccolato.

I libri e la figura di Roald Dahl non sono esenti da aspetti problematici – e questo vale praticamente per tutte le favole del passato – ma privare i bambini di una lettura in cui loro stessi sono i protagonisti non solo della storia, ma di un modo di agire, pensare e vedere il mondo sarebbe una sconfitta. Le più importanti storie di Dahl nacquero tra gli anni Settanta o Ottanta, quando lo sviluppo di una modernità sempre più alienata faceva presagire la scomparsa di tutti quei soggetti che oggi verrebbero definiti improduttivi. Con la sua letteratura per l’infanzia, Dahl ha svelato una verità nascosta in piena vista: anche i bambini sono importanti.

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