Rino Gaetano ha cantato il popolo senza scadere nel populismo

Mi sono spesso interrogato su cosa avrebbe scritto Rino Gaetano oggi. Mi sono accorto che sarebbe un’operazione culturale inutile. Basta riavvolgere il nastro e ascoltare le visioni di un uomo in grado di raccontare l’Italia degli anni Settanta per molti, troppi aspetti attuale. Rino Gaetano, abbracciando le ansie delle classi sociali meno abbienti, ha saputo raccontare una società italiana corrotta, piena di vizi e pregiudizi. Lo ha fatto con sarcasmo, ma non è stato recepito dal grande pubblico dell’epoca. Il suo linguaggio è stato spesso ritenuto senza senso, le sue canzoni sono diventate hit da ballare in discoteca e il significato dei suoi testi si è perso nelle melodie leggere. Il suo rifiuto di schierarsi politicamente in pubblico lo ha sfavorito presso la critica bisognosa, in quegli anni più che mai, di istituzionalizzare.

L’occasione di riascoltare Rino Gaetano è offerta anche dalla versione rimasterizzata di Ahi Maria 40th, pubblicata di recente, l’ultima collezione dedicata al cantante. Ne sono uscite molte negli ultimi vent’anni, spesso adottando criteri insensati incapaci di tracciare il percorso di un autore in grado di raccontare l’Italia in maniera peculiare. Ahi Maria 40th ha il pregio di essere la prima raccolta edita con la famiglia Gaetano e i suoi discografici, che si sono anche occupati di curare un libro per restituire un profilo più veritiero del privato di Rino. Il cantautore crotonese, romano d’adozione, infatti è stato spesso mal raccontato, come nella miniserie della Rai del 2007 recitata da un pur ottimo Claudio Santamaria, in cui viene dipinto come un ubriacone depresso incline al tradimento, all’ossessiva ricerca dell’incarnazione dell’artista maledetto.

Decisamente frainteso durante la propria carriera, Rino Gaetano ha vissuto in ritardo un periodo di riscoperta dopo la morte improvvisa avvenuta il 2 giugno 1981 per un incidente stradale sulla Nomentana, quando aveva 31 anni. Non si è trasformato subito in un mito, come è avvenuto per altri artisti morti tragicamente, ma lo è diventato solo vent’anni dopo, quando alcuni interpreti famosi lo hanno omaggiato al concerto del primo maggio 2002, avvicinandolo a un pubblico giovane. La conoscenza del suo repertorio, però, è tuttora mediamente ferma a poche canzoni cult passate nelle pubblicità, nei talent, nelle discoteche o nei film, le stesse per cui era noto già all’epoca. Una popolarità che Rino Gaetano aveva raggiunto definitivamente nel 1978, anno della partecipazione al Festival di Sanremo.

Quando nel 1978 si presenta sul palco dell’Ariston, Rino Gaetano ha già scritto “Ma il cielo è sempre più blu”, il singolo che nel 1975 lo ha proiettato nel mondo della musica che conta. Per mantenere il successo, la casa discografica It lo spinge a presentarsi al Festival di Sanremo, che in quel momento sta attraversando una fase di crisi. Sarà proprio questa edizione a riportare in auge la kermesse canora verso il nuovo boom degli anni Ottanta. Un’edizione che funziona non tanto per i vincitori (i Matia Bazar), bensì per due protagonisti inattesi: la sedicenne Anna Oxa, arrivata seconda con “Un’emozione da poco”, e il ventottenne Rino Gaetano, che conquista il terzo posto con “Gianna”. Le canzoni del podio diventano hit in grado di scalare le classifiche, ma “Gianna” è quella che meglio resiste nel tempo, anche se contribuisce ad attribuire a Rino Gaetano l’etichetta di cantante nonsense.

Rino Gaetano si esibisce con “Gianna” al Festival di Sanremo, 1978

L’autore televisivo Gianni Boncompagni, ad esempio, definisce il brano “senza senso” durante la trasmissione Discoring. Il nonsenso di Rino Gaetano, in realtà, ha un impianto logico: parte dalla decostruzione della parola e agisce per giustapposizione di immagini tipiche del teatro avanguardista di Majakovskij, e in particolar modo dell’assurdo di Ionesco. Quel teatro che Rino Gaetano ha sperimentato prima di diventare cantautore, recitando ad esempio il ruolo della volpe nel Pinocchio di Carmelo Bene, dal quale trae parte della mimica fatta di gesti minimi e netti, ghigni, sbuffi e occhi strabuzzati che, associati alle parole, diventano sberleffi. La musica di Rino Gaetano va rivista anche in ottica di quell’orrenda censura a cui sono obbligati i cantanti dell’epoca, ovvero il playback, che questo interprete contrasta con una presenza scenica irriverente, fatta di strani balletti e sketch sfrontati. Come direbbe Carmelo Bene, Rino Gaetano eccede. Eccede a tal punto che più ci si avvicina alla parola emessa, più il suo nonsenso diventa incomunicabile. Ed è forse stata la vicinanza temporale e mediatica di chi l’ha ascoltato all’epoca ad aver generato un’incomprensione del suo repertorio, rendendolo noto al grande pubblico per quei pochi brani, quasi fosse un produttore di tormentoni, ma emarginato da un’élite culturale troppo occupata a difendere la canzone “impegnata” da quella “d’amore”, ritenuta minore.

Rino Gaetano e Stefania Casini, Sanremo, 1978

In questo fraintendimento mediatico, il 1978 è anche l’anno di “Nuntereggae più”, la canzone-manifesto di Rino Gaetano. Il cantautore elenca una serie di titoli comparsi sui giornali dell’epoca menzionando partiti, modi di dire, lo scandalo della spiaggia di Capocotta con la morte di Wilma Montesi, e alcuni nomi celebri. Non si esprime con frasi verbali, non spiega l’associazione di idee che tiene insieme il testo. Rino Gaetano nella sua scrittura agisce per sottrazione, offrendo immagini immediate: reali, popolari, dissacranti al limite del grottesco, perciò ancora più disturbanti e quindi rigettate. Per questo motivo “Nuntereggae più” si presenta fin da subito scomoda, come dimostra il trattamento riservatogli da Maurizio Costanzo nel programma Acquario condotto per la Rai, indispettito per essere stato citato nel brano insieme a Susanna Agnelli, presente in trasmissione come intervistata.

Il “non ti reggo più”, declinato nel dialetto romano sul dittongo “ae” che richiama il reggae amato da Rino e recitato dalla voce fuori campo di Mauro Vicari, non è un urlo qualunquista come potrebbe apparire in un primo momento, ma una testimonianza d’amore che Rino Gaetano lascia alla società italiana, come confessa in un’intervista al critico letterario Enzo Siciliano. Nelle sue canzoni Rino Gaetano è come se si sedesse, “Al bar o nel metrò”, affianco alla gente comune per raccontare ciò che vede e ciò che sente dire, offrendo sicuramente una propria visione ma senza ergersi a portabandiera. Rino Gaetano è un cantautore del proletariato, in grado di indagarlo costantemente nelle paure e nelle tradizioni, nelle aspettative e nelle delusioni. La cifra artistica che lo contraddistingue è la capacità di rappresentare gli esclusi, raccontando i vizi e i malanni della società capitalista (“Spendi spandi effendi”) e delle sue istituzioni (“Rare tracce”) su arrangiamenti originali, a primo acchito allegri, ballabili, senza reclamare un’appartenenza partitica. La solitudine degli emarginati, l’alienazione degli operai all’interno delle grandi industrie, le usanze del sud e i flussi migratori, e ancora l’arrivismo delle lotte tra partiti ai danni delle classi rappresentate, o la malasanità: Rino Gaetano ha raccontato con voce graffiante e ironia tutti questi aspetti italiani, e insieme ha saputo cantare i temi più frivoli senza mai risultare banale. Basta ascoltare “A Kathmandu”, in cui vengono raccontati gli effetti delle droghe leggere, oppure l’amore che sboccia in estate di “Sfiorivano le viole”, o ancora gli umori di una donna che cresce all’interno della cultura italiana come “Aida”, per trovare continue citazioni storiche. Sempre della condizione femminile, Rino Gaetano ha raccontato i temi tabù come la masturbazione in “Sei ottavi” e la sessualità libera di “Berta filava” – altro grande successo dopo “Ma il cielo è sempre più blu” – con il suo diritto di far nascere un bambino “Che non era di Mario che non era di Gino”.

Viene così il 1978, anno cruciale nella carriera di Rino Gaetano, come si è visto. L’anno di un’Italia in piena crisi istituzionale, reduce dagli anni di piombo, le guerre di mafia, gli omicidi di Aldo Moro e Peppino Impastato, l’ultimo residuo della contestazione studentesca-operaia. A Sanremo Rino Gaetano vorrebbe gareggiare con “Nuntereggae più”, ma gli viene imposto di esibirsi con “Gianna”. Accetta e si presenta con un cilindro, il frac, una maglietta da marinaio, l’ukulele e le scarpe da ginnastica. Rino Gaetano canta e fa smorfie: per la prima volta a Sanremo viene pronunciata la parola “sesso” grazie a Gianna, una quindicenne che deve scegliere se subito politicizzarsi o prima perdere la verginità. È l’apice della sua carriera e dura poco: morirà tre anni dopo, in quell’incidente stradale.

All’interno di un’Italia in piena transizione Rino Gaetano è a tutti gli effetti un cantante “politico”, vicino ai sentimenti del popolo, capace di dipingere la società, ma non molti lo hanno compreso: è rimasto, di fatto, “senza senso”. Oggi però, con maggiore consapevolezza dei nostri coetanei dell’epoca, possediamo i mezzi e la giusta distanza temporale per comprendere la portata artistica di Rino Gaetano in grado di essere estremamente attuale nelle dinamiche quotidiane della nostra società.

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