Perché il rap in Italia non parla più di politica? È arrivato il momento che torni a farlo.

Dopo l’omicidio di Willy Monteiro Duarte, come era prevedibile per via della complessità ben sottolineata da Zerocalcare a proposito della contestualizzazione di un episodio simile, si sono espressi in molti. C’è chi ha accusato le palestre, chi la cocaina, chi – come una coordinatrice di Casa Pound – ha strumentalizzato il fatto che i fratelli Bianchi in barca ascoltassero canzoni rap come se tutto ciò fosse sintomo della loro bassezza morale, sfruttando un vecchio tranello che presuppone che la realtà imiti l’arte – nello specifico la musica – quando semmai è l’arte che imita la realtà. E in questo, essendo oggi il rap il genere mainstream per eccellenza, non fa altro che svolgere il suo compito di rappresentare e riproporre modelli culturali dominanti che hanno poco a che fare con una coscienza politica e spesso molto con la mera celebrazione dello status quo e dei consumi.

L’omicidio di Colleferro è complicato da capire non tanto perché non sia chiaro cosa sia successo, che tipo di vita facessero gli arrestati, che genere di idea avessero rispetto alla vita di un ragazzo di colore, considerato il problema sistemico e largamente fomentato del razzismo in Italia, ma perché a quell’estetica portata in bella mostra sui social, quel mix di sopracciglia tirate, interni da camorristi, foto a bordo piscina e retorica del vincente dobbiamo ancora imparare ad assegnare una definizione sintetica, onesta e anche, soprattutto, politica.

E non dobbiamo stupirci se alle foto in barca, Gabriele Bianchi associa didascalie di Guè Pequeno: non è che se ascolti lui o qualsiasi altro rapper vuol dire che ammazzi di botte le persone, ma solo che il rap, come è evidente dalle classifiche e dalle rotazioni in radio, è la colonna sonora dominante; e se nella contemporaneità vige la celebrazione di alcuni temi, anche la musica la rifletterà. Il rap a oggi è infatti la quintessenza di ciò che potremmo definire “nuovo pop”, colonna sonora disinteressata, neutra e apparentemente priva di connotazione ideologica, e quindi adatta a tutti, dai tredicenni che giocano a fare i gangster ai veri e propri criminali, dagli appassionati del genere fino ai nuovi adepti che magari ne fruiscono in chiave ironica. Proprio il rap che nasceva come genere di rottura e di ribellione ai canoni dominanti è diventato nel 2020 l’esatto opposto, dal momento che ha scavallato del tutto la barriera dell’underground per diventare mainstream, cosa che inevitabilmente lo rende molto più disimpegnato e frivolo, o molto meno conscious, se vogliamo, come si dice in gergo.

Chiara Ferragni e Fedez

Pochi giorni dopo l’omicidio, Ghali ha fatto notare che fino a qualche mese prima i suoi colleghi erano tutti in prima linea con post su Black Lives Matter, sottolineando invece l’ignavia rispetto alla morte di Willy, una dichiarazione che rivela la sostanziale inconsistenza di ciò che possiamo ritenere una dichiarazione politica da parte di chi riveste un ruolo pubblico molto in vista. Fa bene Ghali a prendersela col menefreghismo modaiolo da Instagram del mondo del rap, non c’è dubbio, ma non si rende conto che non è certo un post su un social a determinare una vera e propria presa di posizione, visto che si tratta di un gesto che sembra più un modo di mettersi la coscienza a posto che di generare davvero un cambiamento. D’altronde, dal momento che il pop si nutre proprio del disinteresse e del distacco dalla realtà e dai suoi problemi, per arrivare a tutti, e vendere di più – una miscela che se si parla di Sanremo, Ariana Grande o K-pop può anche sembrare appropriata, dal momento che ciò rappresenta l’essenza stessa della musica “leggera” – se il rap nato come valvola di sfogo per la rabbia sociale e come colonna sonora di rivolte come quelle degli afroamericani finisce per fare la stessa cosa vale la pena fermarsi un momento a riflettere.

Non sto dicendo che non possa esistere musica che parla di sole, cuore e amore, né che tutti i rapper debbano essere laureati in Scienze politiche o essere attivisti, ma che nella scena italiana attuale è ormai paradossale che quasi nessuno parli di temi che vadano oltre l’acquisto di una macchina costosa o di una collana molto pesante. È inevitabile che la musica, così come qualsiasi prodotto dell’industria culturale, sia anche puro e semplice intrattenimento; ma vista la situazione catastrofica in cui ci troviamo tra pandemia, emergenza climatica, crisi economica, razzismo strumentalizzato e sistematizzato, disparità sociali, mancanza quasi totale di riferimenti politici di sinistra forse varrebbe la pena usare l’arte anche per far emergere temi importanti e parlare di qualcosa di diverso dai soldi e dal successo personale.

Ghali

Il rap in Italia non è quasi mai “impegnato”. La colpa, come sempre quando si parla di industria culturale, è del capitalismo, del suo sistema consumistico di assorbimento e riconversione di qualsiasi estro creativo che non abbia una solida base ideologica con cui contrapporsi a quella che è diventata a tutti gli effetti l’ideologia dominante, e che affonda le sue radici negli Stati Uniti. Prima di concentrarsi sulla questione italiana dunque, è fondamentale capire alcune cose di quella americana, che è il traino a cui siamo agganciati da più di mezzo secolo e da cui dipendiamo sotto diversi punti di vista, in particolare quelli culturali – basti pensare alla musica, alle serie tv, al cinema che guardiamo, ascoltiamo, consumiamo. Se negli anni Novanta artisti della scena rap come i Public Enemy o registi come Spike Lee hanno utilizzato questo genere per portare a galla le ingiustizie sociali, il razzismo, le violenze subite, specialmente quelle della polizia, l’esclusione e l’emarginazione – tutte cose peraltro ancora attuali negli Stati Uniti per la comunità nera – nel presente la figura del rapper e i contenuti della sua musica, fatte le dovute eccezioni – Kendrick Lamar e Childish Gambino per esempio – si associa prevalentemente a un’estetica di rivalsa economica e quindi ricchezza e successo personale. Quando i conservatori americani sostengono che la musica rap incita i giovani a distruggere i valori statunitensi non si rendono conto che in realtà sta facendo l’esatto opposto, dal momento che si tratta di una declinazione estrema e potenziata dell’American dream. Non c’è niente di più americano (e trumpiano) di un “Started from the bottom now we’re here”, niente di meno rivoluzionario di celebrare il successo personale, i soldi guadagnati, niente di più statunitense di diventare testimonial di McDonald’s.

Kendrick Lamar

Di recente, infatti, Travis Scott – il trapper più popolare del momento – ha avviato una partnership con la catena di fast food americana più famosa del mondo. Si tratta di una svolta interessante, dal momento che un artista afroamericano sta prestando il suo volto e il suo nome per pubblicizzare il simbolo per eccellenza della società che per secoli ha schiavizzato il suo popolo. Non c’è niente di meno rivoluzionario, ribelle e anti-sistema e conservatore di associare la propria immagine molto cool di rapper del momento a un BigMac. Ma tutto torna: nel momento in cui un genere, sia che si tratti del rock che del rap, diventa il dominante, in una società in cui a dominare sono i valori della ricchezza e dell’affermazione di sé attraverso il guadagno, è molto difficile che riesca a mantenere anche un lato stimolante da un punto di vista politico e intellettuale, se mai lo ha avuto. Travis Scott – e con lui tutta la generazione di imprenditori del rap in stile Jay Z o Kanye West, che non a caso va a braccetto con Elon Musk e Donald Trump – sono il ritratto preciso e accurato del sogno americano, nonostante per le strade vengano ancora uccisi afroamericani ghettizzati. Anche in Italia si pagano le conseguenze di questa consacrazione al mainstream del rap, nonostante la nostra storia sia per certi aspetti molto diversa, anche da un punto di vista musicale.

Travis Scott

Da noi infatti, il rap ha avuto fin dall’inizio una connotazione politica e di sinistra forte e chiara, dal momento che era il genere per eccellenza dei centri sociali, il cosiddetto rap delle Posse e della militanza. Dai 99 Posse agli Assalti Frontali, dai Sangue Misto ai Lion Horse Posse fino a Frankie Hi-Nrg, per citarne alcuni, il rap italiano comincia la sua strada nell’underground degli spazi occupati, prendendo come mantra il “Fight the power” dei Public Enemy, solo che oggi il power è diventato proprio il rap, una cosa che solleva dall’onere dell’impegno. Probabilmente gli unici a cui rimane il ruolo di denunciare, raccontare ed esternare il disagio sociale sono Massimo Pericolo e Speranza. Quest’ultimo, per esempio, a differenza di chi nella trap elogia i marchi costosi, decanta la propria magnificenza e la propria grandeur che si traduce in qualche verso emesso con l’autotune, celebra le tute Legea o le mutande “Uomo”: invece di fare come tutti gli altri e dire “Sono un figo perché sono arrivato quassù e ora tutti mi invidiano” dice “Sono un figo perché sono quaggiù e non ho bisogno del tuo lusso”. Perché in effetti, cosa c’è di meno rivoluzionario – e di destra – che perpetrare ancora l’idea per cui se non hai i soldi sei un fallito e se non ce l’hai fatta fai schifo?

Non è tutto Dark Polo Gang – fenomeno peraltro ormai quasi decaduto, certo – e non ci sono solo trapper che compongono deliziose filastrocche senza nemmeno far la fatica di metterci le rime per decantare le lodi di Gucci, Versace e di quanto è bella la vita con il lusso; ci sono anche le più innocenti e disinteressate hit ultra pop che non parlano per forza di bitch e dinero. Il culto del materialismo e della simbologia della ricchezza però è il centro di molta della musica contemporanea, quella che di fatto domina le classifiche, nonostante eccezioni strutturate come Tha Supreme e qualche altro. A nessuno sembra passare per l’anticamera del cervello di lanciare il messaggio per cui se sei povero e disgraziato e non diventi ricco e potente forse la colpa non è tua, esclusivamente tua, ma del sistema e della sua illusione di democrazia, che non è partendo dal basso e arrivando in alto da soli che si fa la rivoluzione.

Public Enemy, 1988

Non è per forza una questione estetica, capisco anche bene chi magari non si sente rappresentato e coinvolto dalla musica delle Posse, magari ormai anche datata e per certi aspetti fin troppo ideologica. Ma davvero, siamo circondati da una quantità di temi, e di problemi, enormi e l’omicidio di Willy è solo la punta di un iceberg che affonda in un oceano di egemonia sottoculturale che punta tutta al ribasso. Non dico di non godersi anche la spensieratezza della musica leggera, perché è leggera non a caso, ma sarebbe bello se qualcuno in più tra le nuove generazioni di artisti rompesse questo muro di simboli e immagini – spesso vuoti e inconsistenti, se non dannosi – per mettere al centro dell’arte anche il racconto della parte meno frivola, disimpegnata e vacua del nostro presente. Abbiamo moltissimo di cui parlare, e per cui arrabbiarci, e la rabbia è sempre stata una benzina molto efficace per l’arte, e viceversa.

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