Nel nostro mondo di gratificazione istantanea – tra binge watching su Netflix, like sui social e porno online – vale la pena chiedersi: sentirsi bene significa sempre vivere bene? Le intuizioni di Platone, che aveva previsto i pericoli del confondere il piacere con l’autentico sbocciare della vita, ci spingono a riconsiderare il nostro approccio acritico dell’appagamento e a chiederci se una vita davvero buona possa comportare qualcosa di più del semplice sentirsi bene. In particolare, ci offrono un potente quadro concettuale per distinguere ciò che vale la pena integrare nella propria vita e cosa no.
L’ossessione della nostra cultura per il godimento si allinea perfettamente a una visione psicologica e filosofica molto diffusa sulla felicità umana: che una vita buona sia semplicemente una vita piacevole. Questa concezione – nota ai filosofi come edonismo, dal greco hêdonê (piacere) – sostiene che il benessere umano consista unicamente nella presenza di esperienze positive e nell’assenza di quelle negative. Parte del fascino dell’edonismo risiede in ciò che potremmo definire l’autorità del benessere sul dolore. E chiunque abbia provato gioia o sofferenza sa quanto queste esperienze siano strettamente legate a ciò che è bene per noi. Mal di schiena, cuori infranti, crisi esistenziali e notti solitarie passate a scorrere senza sosta i social sono negative perché ci fanno stare male; orgasmi, biscotti al triplo cioccolato, discese in mountain bike e i quartetti per archi di Beethoven sono positivi perché, al contrario, ci fanno sentire bene.
Da questa intuizione, il passo per concludere che la qualità delle nostre esperienze, che siano piacevoli o dolorose, sia tutto ciò che conta per un’esistenza ben vissuta è breve – e allettante. E, ancora una volta, è un’idea intuitiva: la nostra percezione soggettiva di quanto positivamente stia andando la nostra vita sembra infatti strettamente legata a quanto bene o male ci sentiamo. È difficile, forse persino impossibile, immaginare un momento in cui la tua realtà andava male eppure ti sentivi benissimo – o in cui soffrivi continuamente, eppure stava andando bene. Filosofi greci e romani hanno spesso discusso di pratiche concrete su come vivere bene, e i primi erano particolarmente interessati a comprendere la natura e il valore del piacere e la sua relazione con l’eudemonia, cioè il considerare la felicità come scopo fondamentale della vita. Tra queste esplorazioni antiche, il trattamento che Platone riserva a questa tematica spicca per originalità e profondità.

Il suo pensiero, però, è stato facilmente frainteso, perché sembra procedere in una direzione molto diversa. Partendo da una lettura piuttosto superficiale del Fedone – il dialogo che descrive gli ultimi momenti di Socrate –, Friedrich Nietzsche ha ritratto Platone come un cristiano avant la lettre, che promuoveva un’astensione radicale da ogni piacere. In modo simile, l’etico del XX secolo Richard Hare lo ha descritto come un “moralista severo e ascetico”, qualcuno che “si sarebbe trovato a suo agio in un monastero zen, o persino in Egitto con i padri del deserto”. È vero che il Fedone è fortemente critico nei confronti del godimento e arriva persino a flirtare con l’idea che la vera felicità consista nel separare nettamente l’anima dal corpo (“l’esercizio della morte”). Tuttavia, la concezione platonica del piacere è più complessa di quanto questa lettura ascetica suggerisca. Nella Repubblica, per esempio, Platone sostiene che l’integrazione psicologica che sta alla base della vera felicità sia incredibilmente piacevole e gioiosa. E anche nel Fedone, Socrate dice ai suoi discepoli che non c’è alcuna ragione per prendere le distanze dalle forme più elevate di appagamento, come la contemplazione, anticipando così la distinzione tra piaceri inferiori e superiori di John Stuart Mill, una distinzione ripresa successivamente anche da psicologi positivi e umanisti come Mihaly Csikszentmihalyi, Martin Seligman e Abraham Maslow.
La chiave per comprendere la visione platonica sta nel capire che, per il filosofo, il piacere è pericoloso perché intimamente legato all’inganno e all’illusione. Quando lasciato senza controllo e non vincolato alle nostre capacità riflessive e critiche, tende infatti a portarci fuori strada con apparenze seducenti ma false, tagliandoci fuori da ciò che accade realmente nel mondo al di là della nostra mente. Come afferma l’allegoria della caverna nella Repubblica, “banchetti, avidità e altri simili piaceri” rovinano la nostra capacità di vedere chiaramente e ci mantengono intrappolati in uno stato di coscienza confuso e onirico, impedendoci di entrare in contatto con ciò che sta accadendo là fuori. Il problema, dunque, non è il godimento in sé, ma il godimento ingannevole che ostacola il nostro tentativo di vivere una vita che abbia un vero significato.
Per cogliere le idee del filosofo greco sul piacere e sull’illusione occorre fare un passo indietro. Un principio fondamentale della teoria edonica di Platone è che prima di poter valutare il valore di qualcosa dobbiamo esaminarlo dando una spiegazione razionale (logos) della sua essenza o della sua natura (ousia). Sebbene questo principio sembri ragionevole, in molti tendono a precipitarsi nell’affermare il valore ultimo dell’appagamento senza prendersi il tempo di analizzare attentamente cosa sia realmente. Facendo così, lo trattano “come se fosse un concetto del tutto non problematico”, come ha osservato Elizabeth Anscombe.

L’intuizione ci dice che il piacere è un sentimento o una sensazione semplice, grezza, piuttosto primitiva – una sorta di “energia naturale senza pensiero”, per usare un’espressione di Martha Nussbaum – paragonabile a uno starnuto, un prurito, un solletico, un orgasmo, al bruciore del cibo piccante sulla lingua o alla sensazione pungente di un maglione di lana nuovo. Platone, al contrario, sostiene che questo non sia semplice e ottuso, ma complesso e intelligente – più simile a convinzioni e percezioni che a mere sensazioni.
Egli formula questa idea nel Filebo, in cui cerca di smontare l’edonismo, sviluppando al contempo un progetto della miglior vita possibile, e afferma che, al pari delle nostre credenze e percezioni, l’appagamento dovrebbe essere compreso come ciò che i filosofi contemporanei chiamano “sistema rappresentazionale” (cioè il modo in cui una persona percepisce e organizza le informazioni provenienti dall’esterno attraverso i suoi sensi, creando una “mappa” mentale della realtà, ndr). Come accade in altri sistemi rappresentazionali, e a differenza delle sensazioni brute, anche i nostri piaceri riguardano qualcosa di diverso da sé: hanno infatti il compito di raffigurare o rappresentare il mondo.
Ciò appare evidente quando si parla di credenze: la mia convinzione che Amsterdam sia la capitale dei Paesi Bassi rappresenta un certo stato delle cose – ovvero che Amsterdam sia la capitale dei Paesi Bassi – e viene considerata vera perché rappresenta accuratamente la realtà. Platone suggerisce che qualcosa di analogo avvenga anche nel caso del piacere. Supponiamo che io provi appagamento per il fatto di essere arrivato in Australia dopo un lungo volo faticoso, mentre invece mi trovo in Austria. In questo caso, il mio godimento implica un certo stato di cose – cioè che io sia in Australia – ma rappresenta in modo errato ciò che sta realmente accadendo, raffigurando il mondo in maniera inesatta.
Un modo per cogliere tale idea è dire che il piacere individua qualcosa – un oggetto o uno stato delle cose – nel mondo: ha un bersaglio. Tuttavia, questo è solo un aspetto della questione. Perché qualcosa sia considerato un piacere, serve anche una componente valutativa, oltre a quella informativa: non deve limitarsi a individuare un bersaglio, ma anche dipingerlo in una luce positiva, rappresentandolo come qualcosa di buono, importante, di legato alle mie cure e preoccupazioni e favorevole al mio fiorire. Quando ci sentiamo appagati, valutiamo al meglio l’oggetto di tale sensazione e lo percepiamo come qualcosa che influisce su di noi, e sul nostro benessere, in modo positivo. Come afferma Kent Berridge, uno dei principali studiosi del piacere, ciò di cui stiamo godendo è come una “patina di gradevolezza dipinta sopra”.

La componente cognitiva valutativa è necessaria perché uno stesso oggetto o condizione può diventare il bersaglio di diversi tipi di esperienza affettiva – negativa così come positiva – a seconda della valutazione che ne facciamo. Il disgusto di un vegano rappresenta una bistecca come qualcosa di ripugnante e cattivo, mentre il godimento gustativo di un carnivoro rappresenta quello stesso cibo come buono, delizioso. È la valutazione a svolgere qui il lavoro decisivo, trasformando l’esperienza affettiva in positivo o negativo, pur riguardando lo stesso oggetto.
Platone ritiene, dunque, che i nostri piaceri costituiscano una sorta di apertura verso l’esterno: sperimentarne uno significa che il mondo ci appare in un certo modo. Con questa concezione rappresentazionalista, diventa facile comprendere come il godimento possa ingannare. Ogni volta che c’è una disconnessione fondamentale tra il contenuto rappresentazionale del tuo appagamento e il mondo esterno, la prospettiva diventa offuscata e distorta: non stai vedendo chiaramente. Questa intuizione platonica è oggi di grande importanza, perché in una cultura dell’appagamento immediato, distinguere tra piaceri autentici e ingannevoli e distorti non è mai stato così urgente.
Tale distorsione può infatti avvenire sia per quanto riguarda la dimensione informativa sia quella valutativa. Per esempio, se sono euforico per aver acquistato l’ultimo iPhone, il mio piacere potrebbe ingannarmi se il telefono si rivela un falso a basso costo (errore informativo) o se, in seguito, riflettendo e leggendo ricerche psicologiche rilevanti, mi rendo conto che ossessionarsi per beni materiali non favorisce realmente il benessere (errore valutativo). In entrambi i casi, il mio appagamento mi separa dalla realtà, facendomi vivere in quella che Iris Murdoch ha definito appropriatamente una “prigione di sogni privati”. È come se fossi tagliato fuori da ciò che accade intorno a me.

Ciò che rende il piacere particolarmente insidioso è che, proprio come le convinzioni, rappresenta necessariamente il suo contenuto come vero, rendendo gli errori difficili da essere rilevati immediatamente. Le credenze errate e gli appagamenti ingannevoli non sopravvivono alla consapevolezza introspettiva. Una volta che la nostra mente li riconosce come falsi, si corregge immediatamente e li abbandona. Ciò fa dei piaceri ingannevoli entità particolarmente sfuggenti: per loro natura, le illusioni non possono essere riconosciute come tali mentre siamo immersi in esse. Solo successivamente, attraverso la riflessione, possiamo vederle chiaramente per ciò che sono: false.
Ancora più preoccupante, forse, è il fatto che il godimento può renderci intellettualmente pigri. Da un lato, la sua intensità consuma gran parte delle nostre risorse cognitive, lasciando poca energia mentale per verificare se i nostri piaceri siano in linea con la realtà. Inoltre, quando qualcosa ci fa sentire bene, tendiamo a diventare compiacenti e meno inclini a mettere in discussione le sue credenziali epistemiche (pensiamo al fenomeno del confirmation bias). Ogni volta che sperimentiamo appagamento, per usare una metafora di Sigmund Freud, è come se “il guardiano della nostra vita mentale venisse messo fuori gioco da una droga”.
La prospettiva platonica sulle tendenze ingannevoli del piacere ha chiaramente delle conseguenze sul modo in cui pensiamo al suo legame con cosa consideriamo una “buona vita”. Il modo più semplice per mettere in difficoltà l’edonismo è indicare dispiaceri che favoriscono il benessere, o godimenti che non contribuiscono al benessere. Sottolineare che una vita buona comporta esperienze dolorose come un cuore infranto o un lutto, nonostante siano terribili, sarebbe un esempio del primo caso. Credo che se potessimo prendere una pillola che eliminasse il nostro dolore per la morte di una persona cara, pochissime persone sarebbero disposte a prenderla – nonostante l’imperativo edonistico.

Attirare l’attenzione sul piacere ingannevole è invece un esempio del secondo caso: mostra come alcune persone siano in conflitto con la vera felicità. Se i nostri godimenti mirano a fornirci un frammento del mondo – pur costituendo spesso una sua rappresentazione falsa o ingannevole – allora certi piaceri, per quanto ci facciano sentire bene, non trovano posto in una vita ben vissuta. In altre parole, non desideriamo semplicemente sperimentare qualunque appagamento, ma vogliamo che questo colga correttamente la realtà. Deve essere veritiero, non ingannevole. Quando si tratta di benessere o felicità, dunque, il contatto con la realtà conta tanto quanto la qualità della nostra esperienza.
Se Platone ha ragione, la nostra ossessione contemporanea per il “sentirci bene” potrebbe essere fondamentalmente mal orientata. In una cultura che insegue incessantemente picchi di dopamina, rischiamo di staccarci dalla realtà, perdendo di vista ciò che rende la vita davvero significativa. Il piacere conta, ma una vita che valga davvero la pena di essere vissuta ne richiede uno radicato nella verità, non nell’illusione.
Questo articolo è stato tradotto da Psyche