La libertà di esprimere la propria diversità è un valore, ci disse Tondelli - The Vision

La critica di genere è un campo vivo e capace di ragionare sul presente con strumenti molto più concreti di gran parte della dottrina politica. Basti pensare alla grande e ormai consolidata affluenza del Pride, alle mobilitazioni dai numeri cospicui di Non una di meno, allo sdoganamento del femminismo grazie al successo del #MeToo. Se però questi temi si sono ormai diffusi e hanno guadagnato importanza lo si deve a un lento processo di sedimentazione. Un processo che parte da lontano e che vede coinvolte figure in grado di dare voce, anche indirettamente, al discorso di genere negli anni più bui.

Nel 1977 Mario Mieli pubblica Elementi di critica omosessuale, testo fondamentale e prodotto di una riflessione maturata in seno all’esperienza politica della controcultura, e legata all’ambiente del movimento LGBTQ+ milanese. Nel 1980 esce per Feltrinelli Altri libertini, lo scandaloso esordio di Pier Vittorio Tondelli, un giovane della provincia emiliana che vive a Bologna. L’esperienza di Tondelli e più decentrata rispetto a quella di Mieli, e a prima vista meno politicizzata. Allo scrittore interessa narrare le esperienze delle nuove generazioni, prendendo spunto dalle vicende autobiografiche vissute negli anni da studente. Eppure i temi scelti, i personaggi tratteggiati, il modo di trattare argomenti fino ad allora tabù in certi ambienti – come droga, omosessualità, libertà di costumi – lo trasformano in un megafono potente della comunità LGBTQ+, accomunandolo all’attivista Mieli.

La testimonianza di Tondelli è eversiva perché si forma in un contesto particolare, la provincia italiana immobile, poco avvezza ai fermenti cittadini di cui ha potuto giovare Mieli. Tondelli nasce a Correggio, paesino padano a pochi chilometri da Reggio Emilia. Avvezzo alla scrittura sin da giovane, mette subito in mostra uno spirito controcorrente. Già in adolescenza si avvicina all’attivismo cattolico, sfatando il mito dell’Emilia rossa e materialista, e scrivendo su alcuni giornali di paese. In quel periodo matura il suo amore per la letteratura che lo porterà durante l’università a lasciare il paese per tentare fortuna a Bologna.

Negli anni Settanta il DAMS di Bologna, fondato da Umberto Eco, è il corso di studi umanistici più all’avanguardia d’Italia. Oltre allo stesso Eco, può vantare docenti del calibro di Renato Barilli, Luciano Anceschi e Gianni Celati. Nella fucina del primo DAMS si sperimentano approcci interdisciplinari alla semiotica e alle arti dello spettacolo. Un percorso ibrido che riflette la vivacità sociale e culturale della città, attraversata in pieno dalle contestazioni del Sessantotto, e successivamente del Settantasette. In quel corso di studi si formeranno grandi personaggi non allineati della cultura italiana come il leader degli Skiantos Freak Antoni o il pittore Gian Ruggero Manzoni.

Tondelli partecipa al fermento di fine anni Settanta, coniugando il prisma culturale attorno a lui con una sensibilità particolare. Per un ragazzo cresciuto in un piccolo paese di poco più di ventimila abitanti, in una provincia agricola come quella di Reggio Emilia, essere catapultato al centro di una realtà tanto varia non è cosa da poco. Ma l’attenzione dello scrittore non si sofferma solo sugli aspetti positivi, anzi esplora gli angoli bui, contraddittori, tutte le esperienze al limite spesso lasciate ai margini.

Nel 1980 il talento di Tondelli si rivela al grande pubblico: grazie all’intercessione di Aldo Tagliaferri, lungimirante ex esponente del movimento letterario neoavanguardista Gruppo 63, viene pubblicato per Feltrinelli Altri libertini, una silloge di racconti che desta subito grande scandalo. Nella raccolta sono riportate le storie quotidiane della fauna di “alternativi” con cui l’autore era venuto a contatto in quegli anni: femministe, tossicodipendenti, gay, cross-dresser, semplici perdigiorno. Figure concrete e dalle vite tragicomiche che incarnano un nuovo prototipo di gioventù alieno ai costumi dei padri. La realtà tratteggiata dallo scrittore è quella variopinta del Movimento del Settantasette, il linguaggio adoperato per descriverla si fa carico di portare su carta stampata lo slang giovanile, l’immaginario cinematografico, l’influenza del fumetto, e tutto l’universo pop che non era ancora venuto in contatto con la letteratura mainstream

L’intento è dare voce agli ultimi, alle minoranze, ai personaggi più particolari – ma anche problematici – della rivoluzione culturale in atto. Centrale non è solo il tema della droga, di cui si mette in luce il potenziale liberatorio, ma anche lo spettro della dipendenza. A costituire la spina dorsale del libro è il discorso sulla liberazione sessuale, un mutamento di valori e costumi che passa per la comunità omosessuale. Nei personaggi di Tondelli l’omosessualità e il travestitismo sono vissuti come elementi normali di una quotidianità fatta di scorribande, proteste, viaggi improvvisati, momenti di noia e di festa, relazioni veloci. 

Sta proprio in questo il tratto distintivo dello scrittore: trattare le differenze come momenti naturali di un’umanità già liberata dai pregiudizi. Indicare in una certa forma di libertà la via da seguire per una comunità, quella LGBTQ+, che in quegli anni si stava strutturando come soggetto politico. E allo stesso modo lo scrittore comunicava la diversità a un pubblico poco avvezzo a scontrarsi con un realtà in trasformazione. Tondelli è sia scrittore privato, perché esprime la sensibilità di un giovane intellettuale in dialogo con la sua generazione, sia figura pubblica, perché involontariamente si fa portavoce di certe istanze sino ad allora confinate nel sottobosco della controcultura. Per questo Altri libertini suscita reazioni contrastanti: da una parte è un clamoroso successo (circa 40mila copie vendute), dall’altro subisce un processo per oscenità da parte della procura de L’Aquila.

Suo malgrado Tondelli si trova catapultato al centro dell’attenzione: per il resto della sua vita dovrà interpretare il ruolo di tramite fra i canali della cultura ufficiale e quelli giovanili. Un ruolo che a Tondelli non va a genio, ma che incarna al meglio delle sue possibilità. Nel 1981, tornato dal servizio di leva, narra l’esperienza della naja in Pao Pao. Ne viene fuori il racconto di una gioventù pacifista, vogliosa di scrollarsi di dosso i cascami di un’istituzione svuotata di senso, una parentesi militare vissuta come imposizione. Successivamente si adopera per portare all’attenzione del pubblico le nuove voci della letteratura italiana tramite il progetto Under 25, una serie di raccolte in cui gli autori dei racconti hanno al massimo 25 anni.

Negli anni Ottanta, Tondelli scrive Rimini, un romanzo di costume sulla riviera romagnola, e Camere separate, un ritratto intimista della sua terra. Ma altrettanta importanza va data al suo impegno nel sociale: l’autore infatti è sempre in prima linea per i diritti omosessuali e per la lotta all’AIDS, firmando in più occasioni appelli per la prevenzione. Sfortunatamente, a fine anni Ottanta, lo scrittore si ammala proprio di questo virus: il decorso rapido della malattia lo porta a morire nel 1991, a soli trentasei anni.

Una fine troppo precoce per uno scrittore che ha saputo interpretare al meglio il suo tempo, diventando fondamentale per lo sviluppo della controcultura e del movimento LGBTQ+. La morte prematura ha cristallizzato la sua figura in icona. Un simbolo della diversità, una testimonianza della sensibilità con cui si può interpretare il proprio ruolo all’interno di una comunità. Se oggi si può, e si deve, reclamare parità di diritti per tutti è anche merito di figure come Tondelli, che hanno introdotto il tema della differenza di genere in contesti fino ad allora vergini.

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