Patrizia Cavalli ha fatto convivere nei suoi versi ragione e tenerezza, è per questo che la amiamo - THE VISION

Ci sono persone che diventano simboli, icone, messaggi, figure, parole: Patrizia Cavalli, mancata ieri, è stata una di queste. Oggi la morte è un fatto del tutto personale, incondivisibile, qualcosa che in pochissimi sono disposti ad accogliere se non li riguarda da molto vicino, eppure, sui social, ogni volta che muore un personaggio il lutto appare in tutta la sua detonazione verbale e collettiva, suscitando in tanti il controcanto di una sorta di fastidio, orrore, un desiderio di ritirarsi e di stare in silenzio. Forse, dato che la morte è l’evento traumatico per eccellenza, per sanarlo la riempiamo di noi stessi, di nostre proiezioni, a modo nostro (ovvero mancante, egoista, a volte meschino) di vita, forse è l’ultimo rito che ci sentiamo di praticare, un rito igienizzato, solipsistico, ma ciononostante importante come un piccolo atto psicomagico.

La traccia lasciata sui social da questa grande poeta non sembra variare di intensità tra il prima e il dopo. Cavalli, infatti, era una delle poche voci ricorrenti, diffuse, orizzontali e oggi, così come prima, sembra portare con sé la colpa sociale di essere stata molto amata da un pubblico – ovvero un vasto numero di lettori quantitativamente degno di questa definizione. Il momento del passaggio non mi sembra mai opportuno per le critiche personali, ma nemmeno per quelle stilistiche. Gli esseri umani usano le parole per raccontare e ricordare, e questa è la prima, e forse l’unica, “magia” che siamo in grado di compiere. Parlando di questa poeta, quindi, ricordiamo coordinate e momenti che riteniamo importanti, condivisi, e tentiamo di ricucire il tessuto della nostra comunità ricamando sullo strappo che si è andato a creare.

Cavalli è stata tra le voci poetiche del Novecento a dare spazio in poesia al quotidiano, al prosastico, alle piccole cose significanti, quelle piccole epifanie che lentamente emergono dai gesti comuni e arricchiscono di senso la parabola della nostra vita, che sempre sono e sempre si ripeteranno, sempre uguali a se stesse, ma sempre uniche di una loro specificità, sancita da un luogo, da un tempo, da una disposizione del nostro sentire il mondo, quasi come sonnambuli o medium, anche quando vorremmo annullare la soggettività del nostro sguardo, forse per trovare pace. “Pigre divinità e pigra sorte / cosa non faccio per incoraggiarvi, / quante occasioni con fatica vi offro / solo perché possiate rivelarvi! / a voi mi espongo e faccio vuoto il campo / e non per me, non è nel mio interesse, / solo per farvi esistere mi rendo / facile visibile bersaglio”.

Nel 2006, il critico letterario Matteo Marchesini, dopo l’uscita di Pigre divinità e pigra sorte da cui è tratta la poesia precedente, scriveva: “Cavalli […] amministra il suo stile con la sovrana pigrizia necessaria a salvarlo da ogni cristallizzazione. E forse ci riesce anche grazie a un attaccamento animale alla giornata concreta: coi suoi cambi di luce traditi dalle architetture urbane, con le sue minime commissioni da sbrigare, e con le improvvise apparizioni di una bellezza destinata a riscattare ma insieme a moltiplicare le pene di un io sempre a disagio nei suoi panni”.

La mente che ha guidato la parola di Cavalli è sempre stata una mente permeabile, esposta alle informazioni suggerite dai luoghi, dalle temperature, dai colori, dai suoni, dalle espressioni degli altri. Una mente testimone, che si spiava di continuo, all’interno del suo stesso linguaggio, all’esterno della sua immagine, rivoltandosi su sé stessa ancora e ancora, quasi a fuggire la comodità, cercando riposo nell’Altro, senza trovarlo, cercando di riconoscersi e di prendersi misura. Soffrendo talvolta per non riuscire a identificarsi in niente. L’esperienza condivisa da Cavalli è un’esperienza in fluire, che non accetta lo stato di coscienza, come fenomeno statico, circoscrivibile. Per lei il corpo si fa mente, e quindi il pensiero si muove di continuo, influenzato da stimoli fisiologici, sensibili. “Si è persa la mia carne nello spirito / non più mia proprietà si è dissipata / non più chiaro confine dell’amore / gironzola il mio spirito carnale / davvero non sa più dove posare”. Traccia così una geografia anatomica delle emozioni e dei pensieri, riconoscendo meticolosamente i loro effetti su parti del corpo specifiche, quasi come in una tavola di meridiani della medicina cinese. La sua una poesia leggera, quasi come il raggio di un body scan. “[l’amore] si è messo di traverso / proprio in quel punto dove mi fa male, / dietro la quarta vertebra dorsale”, che pure cerca sempre di raccontare l’aria, che sta fra le cose, si espande all’infinito, ci attraversa e si disperde, eppure viene formata da tutte le cose. L’elemento aria, per Cavalli, ricorda l’acqua di Talete per il filosofo, matematico e presbitero russo Pavel Aleksandrovič Florenskij, ovvero più che un elemento una qualità del mondo. Così se per tanti artisti e pensatori l’esperienza è bagnata, intrisa, madida, per Cavalli era ariosa, vorticante – d’altronde sia l’acqua che i gas sono fluidi.

In questa attenzione, in realtà, di originale non c’è nulla, è la condizione fondamentale dell’essere umano, era già chiaro migliaia di anni fa e forse è proprio per questo che le poesie di Cavalli sono state tanto amate e che in tanti ci si sono potuti – e ci si potranno continuare a – identificare. Eppure negli ultimi secoli tutto aveva concorso a eliminare questo dato di fatto, relegandolo nell’ambito della debolezza, della fragilità, della vergogna. Bisognava essere solidi, ragionevoli, lineari. Mostrando i vortici della mente e delle emozioni, invece, Cavalli, senza alcuna traccia di retorica, ma con la sottile e allegra ironia che le è sempre stata propria – anche fuori dalla pagina scritta – non ha temuto di mostrarsi in preda al fluire dell’esistenza, lo ha abitato, ne ha sofferto, non cercato metodi per uscirne – se non forse quello dell’esercizio della parola poetica, che dava forma a questo suo stare nel mondo, e della meticolosa ricerca del piacere, come un vero e proprio minimo rito. Ha confuso gli effetti con le cause, come facciamo di giorno in giorno noi stessi, affidato enormi significati a gesti casuali, ma tutto questo non deve e non vuole essere giudicato moralisticamente da noi, tutto questo è una possibilità di mondo, e nel manifestarsi non rivendica alcuna autorità, se non quella – che ciascuno di noi dovrebbe avere – di dirsi, di esplorarsi attraverso la sua propria parola, che lo forma e lo informa, e che forse a ben vedere è il potere più grande della poesia. Dalla sezione “La notte palombara” di Sempre aperto teatro, in cui l’Io si fa grammaticale:  “Che ogni dolore ambisca all’agnizione / a farsi riconoscere nel nome / e dopo aver preteso anche il cognome / non esca dalla spoglia condizione / del suo restare comunque quel che è, / ossequioso e solerte esecutore / di un casuale biologico programma / che solo per orgoglio si fa dramma / di carne pensierosa e di paura, / questa è la nostra futile natura”.

Patrizia Cavalli ha continuato a essere se stessa, mescolando nei suoi versi un’acuta capacità di pensiero e al tempo stesso una grande, comprensiva, tenerezza, due forze che spesso non riescono a coesistere. Ha messo a punto raffinati strumenti, ma si è sempre sentita libera di deporli, di disarmarsi quando non le servivano. Le sue poesie sono brevi, composte da lievi melodie, si attorcigliano intorno a grandi temi irrisolti, e quindi classici, inestinguibili, senza alcuna paura del confronto, perché Cavalli covava l’intima certezza di essere un Io, unico e irripetibile, seppur simile a tanti altri. “Cosa non devo fare / per togliermi di torno / la mia nemica mente: / ostilità perenne / alla felice colpa di esser quel che sono, / il mio felice niente”.

Con una certa ironia Cavalli intitolava il suo esordio, nel 1974, Le mie poesie non cambieranno il mondo, e forse è vero, perché non puntano a un cambiamento ma alla definizione di uno spazio libero, di una necessità fisiologica di esprimersi, necessaria come il respiro o il pulsare del cuore, e a farlo in un modo diverso da quello comunemente riconosciuto. “Una media di quattrocentottanta / miliardi di battiti al minuto. / E non ci metto gli animali / che non so contarli. E lascio stare gli anni, / e lascio stare i giorni e anche le ore. / quattrocentottanta miliardi / di battiti mi bastano. Messi insieme / fanno un gran rumore, un rumore / infernale e nessuno se ne accorge”. Ma al tempo stesso l’espressione è metodo per disgregarsi, come a esaurire le proprie infinite possibilità di stare nel mondo e liberarsi: “Poco di me ricordo / io che a me sempre ho pensato. / Mi scompaio come l’oggetto / troppo a lungo guardato. / Ritornerò a dire / la mia luminosa scomparsa”.

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