La pandemia ci ha resi la generazione dell'incertezza. Ora capite tutti come si vive da precari. - The Vision

All’inizio della pandemia, durante il primo lockdown – che ce ne sia o meno un altro come in Irlanda, preferisco chiamarlo così – ci siamo sentiti dire che ne saremmo usciti bene, anzi, migliorati. E in quel momento io ci ho persino creduto. In realtà, se qualcosa abbiamo imparato, è stato il valore del tempo: non che non lo conoscessimo, ma chiunque ha pensato al futuro in quei giorni dondolandosi tra speranza e terrore, ansia e coraggio. E abbiamo detto o pensato: appena finisce questo periodo farò questa cosa, dirò quest’altra. Alla stessa maniera, in molti si sono chiesti del passato: perché non si erano occupati di una certa faccenda prima, come mai non si erano accorti, per tempo, delle “vere” priorità? Il presente, nella primavera 2020, faceva paura, che si sia disposti ad ammetterlo o no. Poi è arrivata l’estate, le vacanze, la tanto sbandierata ripresa, l’Italia che riparte, che deve farlo, ne va della tenuta economica del Paese e quindi anche del nostro benessere e allora, bene o male, siamo ripartiti, abbiamo tentato di riprenderci pure noi. Poi è arrivata, e ogni giorno si fa più concreta, la tanto temuta quanto attesa seconda ondata di contagi, un fatto ampiamente previsto che pure sembra averci trovati impreparati.

Mai come in questo momento abbiamo imparato o dato una nuova rilettura all’importanza di vivere il momento, cogliere l’attimo e, finalmente, fare – anche perché da domani forse, chissà, non si potrà più. E mai come ora non è il momento di fare niente, si deve rimandare tutto e il domani sembra di nuovo lontano perché è difficile chiamare “futuro” una teoria di giorni che si preannunciano tutti uguali. Consapevoli o meno della cosa, il tempo ci sta sfuggendo di mano ancora una volta e, proprio mentre ce ne rendiamo conto, proprio ora che non vorremmo più rimandare niente, si è fermato e non ci consente nulla, nemmeno di fare programmi di qui a una settimana o un mese, perché non abbiamo una data che sia una a cui affidarci senza temere che salti mentre salta tutto, si annullano di nuovo feste e ricevimenti e convegni, riunioni, festival, tornei sportivi, esami, viaggi, forse persino quel pranzo di famiglia o quella cena tra amici, il ministro Speranza dice di evitare gli spostamenti inutili, e in alcune regioni come la Campania sono bloccati gli spostamenti tra province tranne che per motivi d’urgenza. Una frenata di botto è una manovra che richiede prontezza e lucidità, fatta per evitare danni maggiori: ma a quale velocità andavamo o ci avevano detto di andare? Quali accelerate abbiamo dato negli ultimi mesi, dopo il fermo forzato di marzo, aprile e maggio? Il muro verso quale ci sembra di stare andando adesso a che distanza si trova? E soprattutto: è reale, c’è, esiste, o stiamo diventando paranoici?

L’impossibilità di fare progetti non è una cosa nuova: la precarietà – perché di questo si tratta – la conoscevamo già bene, la sperimentavamo continuamente, dall’università al mondo del lavoro, dai soldi nel nostro portafogli ai tentativi di crearci una famiglia, una casa, una vita “adulta”, non necessariamente in quest’ordine, spesso tutte insieme, sentendoci dei super-eroi anche nel riuscire effettivamente a risparmiare 50 euro al mese. Avere una data di scadenza e il conto da pagare ogni giorno: più di altre generazioni, chi ha tra i 20 e i 40 anni oggi sa cosa significa vivere così e tentare di andare avanti comunque, spesso sentendosi pure deridere, chiamare “bamboccione”, “schizzinoso” o “sfigato”, e non da qualche pazzerello per strada o da un hater su Facebook, ma dai nostri stessi politici, di solito davanti a un microfono o una telecamera. Siamo dunque arrivati al 2020 con l’idea di dover produrre qualcosa anche nella più completa e melmosa incertezza, convinti di sapere tutto sullo spartirsi, dividersi, saltare da un lavoro all’altro, da un problema all’altro.

L’unico margine di programmabilità del nostro tempo, se c’era, riguardava la sfera intima e privata, perché se è vero che nessuno di noi riusciva a far davvero conto sulla durata di un contratto o dell’altro e prendere impegni per la vita, tutti eravamo però abituati a vivere le nostre giornate cercando di farne qualcosa di buono comunque, anche se solo per noi stessi o per le persone più care. Progettavamo cose poco onerose come andare in palestra, fare un weekend all’estero, dare un esame, vederci con gli amici. La socialità – quell’uscire e incontrarsi per un aperitivo che oggi ci viene di nuovo presentato come un’irresponsabile leggerezza, un motivo di allarme, se non proprio un crimine – restava l’unica forma di proponimento futuro che potevamo permetterci senza troppi problemi o incognite. E adesso non possiamo attaccarci nemmeno a quella: dallo “stretto indispensabile” da Libro della giungla siamo passati a Inception e il piano si è inclinato.

Ormai non facciamo più sogni a occhi aperti ma incubi e le cose a cui teniamo di più sono diventate non il nostro punto debole, ma quello interrogativo. Vogliamo sposarci, ad esempio, è diventato: vogliamo sposarci? So di amiche che hanno avuto un figlio nell’ultimo anno o lo aspettano per i prossimi mesi che si chiedono se hanno fatto la scelta giusta. Ma questo non vale solo per i grandi progetti che, nell’incertezza più completa, siamo comunque capaci di portare avanti: oggi ci chiediamo anche se sia il caso di andare dal parrucchiere, di fare un viaggio in treno, di prendere una metropolitana, o invitare a cena qualcuno. Queste sono tutte cose che avevamo ricominciato a fare da poco e con gioia.

L’incertezza più assoluta investe dunque qualsiasi ambito della nostra vita e, da nota caratterizzante per una intera generazione di persone nate tra il 1980 e il 2000, è diventata la realtà con cui tutti devono fare i conti per ogni cosa. Da precaria, mi verrebbe da chiedere – in primo luogo ai nostri politici – se a loro piace vivere così, se lo trovano semplice o divertente, o se il coronavirus rendendo finalmente chiaro che non poter contare su niente né fare previsioni è un bel problema, perché quando non sai cosa aspettarti tra sei mesi o un anno ti ritrovi a esitare e avere dubbi anche alla cassa di un supermercato. Com’è vivere nell’impossibilità di progettare alcunché, sperando che intorno a noi ci sia davvero qualcuno che comprende la situazione e agisce in buona fede per migliorarla? Una possibile risposta a questa domanda l’abbiamo avuta il 18 ottobre quando, durante la conferenza stampa, un giornalista ha chiesto al premier Giuseppe Conte, cosa ne sarebbe stato delle vacanze di Natale, insomma se gli italiani avrebbero potuto prenotarle con tranquillità o meno. Benché il viso del presidente del Consiglio fosse seminascosto dalla mascherina, è stato possibile leggere l’espressione nei suoi occhi alla parola “ferie”: sguardo inizialmente fisso, sopracciglia alzate, pupille alla ricerca, prima di esordire con un “Be’, io…”.

“Quando ci troviamo di fronte a un alto grado di incertezza, tendiamo a preoccuparci di tutto ciò che potrebbe accadere, e spesso lo facciamo in modo non strutturato. Ciò può portarci a reazioni istintive e inibire un vero e proprio processo decisionale, particolarmente problematico nel mezzo di una crisi globale”, scrive Kristel Van der Elst, esperta di previsione strategica e CEO del Global Foresight Group, per la rivista del MIT, una delle più importanti università di ricerca del mondo. Seguono diversi consigli per pianificare comunque la propria vita al tempo del Covid puntando a obiettivi precisi e sviluppando diversi scenari, suggerimento fornito anche da Axios, sito d’informazione americano citato dall’esperta di comunicazione Annamaria Testa in un articolo dal titolo Navigare nell’incertezza: “Una strategia utile è pianificare sulla base non di un possibile futuro, ma di molti possibili futuri alternativi: un esercizio che ci rende, oltre che più preparati, più adattabili”. Solitamente, questo genere di testi mi interessa molto, ma stavolta mi sembra di sapere già tantissimo sull’argomento.

La pratica della pianificazione e definizione degli obiettivi tenendo in conto una exit strategy e soprattutto del worst case scenario è nella mia vita da molti anni, come per molti. È una questione di età, perché, come dimostrano gli studi, i giovani si ritrovano le loro vite organizzate intorno ad azioni ed esperienze a tempo – lo studio, la ricerca di un lavoro, i tentativi di emancipazione – il cui scopo è quello di “portarli da qualche parte” anche in un ambiente svantaggiato o demotivante. Ma oggi che questo panorama nel migliore dei casi incerto, terrificante nel peggiore, è quello di tutti ed esserne spaventati fa parte della nuova normalità, come e cosa si può pianificare sul serio?

Una risma di fogli bianchi con in alto la data di giorni ancora tutti da venire e una copertina per tenerli al caldo: come molti, conosco e subisco il fascino delle agende. Cresciuta con la Smemoranda, passata alla Moleskine all’università, qualche anno fa ho scoperto gli organizer americani creati appositamente per le donne lavoratrici, i planner motivazionali di ispirazione buddhista, i set pop-minimal di Erin Condren, i Bullet Journal, senza contare tutte le applicazioni a tema sul mio cellulare, da Google Calendar che mi invia un’email ogni mattina per ricordarmi tutto ciò che ho da fare ad Asana, più specifica per l’ambito professionale. Ma per questo nuovo anno – quello lavorativo, cominciato a settembre – volevo osare, così qualche settimana fa sono entrata in cartolibreria e ne sono uscita con un librone che promette di aiutarmi a pianificare ogni cosa, ogni giorno, fino al dicembre 2021. Ma, una volta rientrata, mi sono accorta che quel planner pieno di giorni vuoti e in ordine, mi metteva una leggera ansia: ci sarà sul serio qualcosa di bello e possibile da programmare, mi sono chiesta, e mi è sembrata una cosa tutta da dimostrare. Poi ieri, appuntando un paio di cose di lavoro e la nota della spesa, mi sono resa conto di aver riempito già diverse pagine e che stavo addirittura segnando impegni per le prossime settimane: avevo il tempo tra le mani e, senza quasi accorgermene, stavo provando a dargli un senso. Forse il mio progetto è questo, mi sono detta allora, perché anche senza sapere cosa sarà o avere qualcuno a cui chiederlo, vivo e ne prendo nota. Non è un atto eroico, eppure ci vuole coraggio, esattamente come ce n’è voluto per arrivare fin qui.

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