Restare fedeli ai propri principi è il più grande gesto di coraggio, ci dimostra Natalia Ginzburg

Nel bel mezzo della Prima Guerra Mondiale, il 14 luglio 1916, a Palermo, nasce Natalia Ginzburg, una delle scrittrici più interessanti del Novecento italiano. Quando si pensa a scrittrici donne, dal momento che sono molte meno rispetto agli scrittori, si tende a immaginarle come autrici di un genere a parte, un genere “al femminile”, una sorta di reparto in rosa della letteratura mondiale, ma anche del cinema, del teatro, dell’arte. Per fortuna però, nella storia ci sono personaggi come Natalia Ginzburg che smentiscono questa visione a scompartimenti, per il semplice motivo che la sua scrittura non è mai stata caratterizzata dal suo essere donna, ma semmai solo rafforzata dalla prospettiva di un essere umano che, per caso, è nato femmina. E non c’era niente di più fastidioso per questa scrittrice che essere messa sullo scaffale del gentil sesso: le donne scrivono libri esattamente come lo fanno gli uomini e in certi casi, come quello di Natalia Ginzburg, direi persino meglio. Cosa c’è di più bello per una donna se non emanciparsi da quello scaffale, diventando protagonista attiva della storia della letteratura e non semplicemente un reparto minore di qualche libreria?

La vita di Natalia Ginzburg non è stata molto semplice, e leggendola non si può non tenere in conto quanto la sua biografia abbia influito poi nella scrittura, specialmente per un’autrice che ha avuto come principio creativo quello di preferire la realtà del ricordo personale all’invenzione. Figlia di un professore antifascista di origini ebraiche e di madre cattolica, cresce a Torino, una città che le darà la possibilità di entrare in contatto con i più importanti intellettuali del Novecento italiano. È il cenacolo piemontese letterario e sovversivo, da dove nascerà poi la casa editrice Einaudi, un ambiente stimolante e allo stesso tempo un rifugio culturale per i tempi del fascismo, non proprio sicuri e favorevoli per soggetti come lei. La vita di Natalia, infatti, verrà segnata dalle conseguenze della storia d’Italia e d’Europa: il padre e i fratelli verranno processati e incarcerati con accuse di antifascismo e il primo marito, Leone Ginzburg – importante docente di letteratura russa – morirà sotto le torture dei tedeschi nel 1944 al carcere di Regina Coeli. Ma Natalia Ginzburg non si è mai fermata per colpa degli ostacoli che le si sono posti davanti: forte, seria, asciutta – così come la sua scrittura – ha continuato la sua attività letteraria, cominciata ad appena diciassette anni, nel segno del suo stile e della coerenza con i suoi valori.

La cosa più difficile per un autore è riuscire a tirare fuori dalla propria creatività quel segno in più che gli permetta di essere riconosciuto tra molti. Per una donna che scrive il lavoro raddoppia e la domanda diventa come poter emergere da scrittrice, dando originalità alle proprie opere e creando qualcosa di nuovo, senza rimanere confinata a un genere femminile e allo stesso tempo spiccare tra gli altri nomi della storia della letteratura con qualcosa capace di fare la differenza. Bene, se volete avere la prova del fatto che esistano donne così determinate e capaci da rompere questo muro che le confina a uno spazio ridotto e pregiudicato, nonostante tutte le cose che si possono mettere in mezzo nel percorso – figli orfani, guerra, carcere, persecuzioni ideologiche e razziali, morti ammazzati dal regime mi sembra siano abbastanza decisivi come inconvenienti per la vita di una persona – allora prendete un romanzo di Natalia Ginzburg. Fatevi un bel giro nella sua scrittura: rimane così impressa nella testa che sembra di vivere i suoi ricordi accanto a lei. Immaginare una produzione così varia, profonda e solida, per una donna nata all’inizio del Ventesimo secolo, era praticamente impossibile. Eppure, lei ce l’ha fatta.

Non solo romanzi, ma anche teatro, saggistica, critica, traduzioni: fu la prima in Italia a tradurre il primo volume de Alla ricerca del tempo perduto, l’opera mastodontica e oscura di Proust, a soli ventun anni, senza nemmeno conoscere così bene il francese, spronata dal marito Leone Ginzburg, da Giulio Einaudi e da un certo senso di spavalderia giovanile che le consentì l’incredibile impresa. E sembra proprio che questa avventura letteraria un po’ azzardata non sia passata senza lasciare traccia all’interno del suo stesso stile narrativo, che spesso rimanda sia direttamente che indirettamente alla presenza di Proust. Proprio nel suo romanzo più celebre, Lessico famigliare, infatti, ha disseminato gli indizi di questo suo contatto con l’autore francese.

Uscito nel 1963, vincitore del Premio Strega dello stesso anno, Lessico famigliare è un capolavoro di intimità e dettagli: si tratta di una storia autobiografica, quella della sua famiglia, un quadro di ricordi messi in ordine secondo le vicende storiche degli anni Trenta fino agli anni Cinquanta. In quest’opera Natalia Ginzburg decide di farci entrare nella sua memoria attraverso le parole della sua famiglia, e non c’è niente di più personale e di più inimitabile della sincerità della lingua che si usa con i propri familiari, del resto: il lessico, nel romanzo per eccellenza di Natalia Ginzburg, diventa la struttura stessa dei personaggi. Il comportamento di ognuno di loro – che passa tra i dialoghi e le voci di cui si compongono – è analizzato secondo un filtro morale. Ed è proprio nella moralità di questa scrittrice che troviamo la parte più insolita e in controtendenza del suo percorso artistico e umano: negli anni in cui appartenere a certi movimenti e aderire ad alcune ideologie – per quanto giuste e importanti – rischiava di omologare il pensiero privandolo di senso critico e di personalità, Natalia Ginzburg si differenzia da molti intellettuali a lei politicamente vicini per la sua lucida visione di integrità. È rimasta famosa, per esempio, la polemica per il crocifisso nelle scuole: sebbene non di fede cattolica, anzi, piuttosto vicina ad ambienti atei e laici, la scrittrice sosterrà con ferma convinzione che quel simbolo di sofferenza e uguaglianza tra gli uomini fosse fondamentale come esempio formativo. Quanti intellettuali di quegli stessi anni hanno avuto il coraggio di opporsi a simili polemiche, rischiando di passare loro stessi per retrogradi o bigotti, pur di non rinunciare alla propria legge morale?

Contro ogni conformismo comodo e sbrigativo, Natalia Ginzburg ha sempre messo in primo piano le riflessioni complesse e ambigue di chi non si accontenta di idee prese in prestito, né di sentirsi relegata a scompartimenti culturali destinati alla scrittura femminile. La sua letteratura dà la possibilità di guardare al senso concreto dell’esistere, attraverso i rapporti, le parole, gli intrecci e le difficoltà, senza mai dimenticarsi della profonda razionalità che l’aveva sempre spinta alla ricerca di una morale, ma mai di moralismo.

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