Come la morale distorce la nostra visione di malattie mentali, dipendenze e disturbi alimentari - The Vision

Spesso ci capita, di fronte a situazioni anticonvenzionali, di avere reazioni istintive, commenti in qualche modo automatici, un forte senso innato di diniego. Questo accade anche perché la nostra visione della realtà è intrisa di morale. Con morale, in questo contesto, possiamo intendere una sorta di etica convenzionale, tramandata con le convinzioni, le consuetudini e gli usi così tanto radicati nella mentalità di un popolo da attraversare trasversalmente la storia e l’opinione comune. Tendiamo quindi a considerare “morale” tutto ciò che finora è stato ritenuto giusto e “immorale” tutto il resto. Diventa così più semplice capire la nostra natura restia al cambiamento, l’innata seppur fulminea repulsione verso il ‘diverso’. La morale ha rallentato grandi rivoluzioni e conquiste (basti pensare ai diritti LGBTQ+) e da essa deriva anche il culto della “normalità”, ossia di una condotta di vita condivisa e inappuntabile. In quest’ottica non soltanto ha sortito battute d’arresto per il progresso sociale, ma anche per una visione obiettiva della realtà, che permetta di accettare la diversità e di comprenderla. Oltre ai condizionamenti negli ambiti più lampanti – tra cui, ad esempio, i pareri contrastanti in merito all’approvazione della legge sul divorzio, la tarda eliminazione del matrimonio riparatore e, più in generale, il rallentamento nell’acquisizione (tuttora parziale) dell’emancipazione femminile – la morale impedisce a molti ancora oggi la comprensione di alcuni fenomeni, che quindi vengono ancora stigmatizzati, in particolare le dipendenze, i disturbi alimentari, sessuali e più in generale tutte quelle che sono le malattie mentali.

Per anni la morale patriarcale ha visto una relazione inesistente tra anoressia e vanità. Ancora oggi banalizza le dipendenze e le malattie mentali come sintomi di debolezza e tuttora, dopo anni di negazione, porta alla sessualizzazione della ninfomania.  La morale non soltanto ne ha distorto la nostra visione ma ha anche incrementato gli stessi in virtù della propria staticità. Per anni le malattie mentali sono state svilite e, banalizzate nonostante in molti ne soffrano. D’altronde non erano neanche considerate vere malattie.

La depressione, ad esempio, è stata svilita per anni, ragion per cui la sua natura di malattia mentale è tuttora tendenzialmente ignorata o confusa. La depressione è la mancanza patologica di energia. Impedisce le azioni più banali come alzarsi dal letto, lavarsi, uscire di casa. Celebri personaggi ne hanno sofferto, eppure è rimasta vittima della distorsione, accostata alla tristezza e per anni sottovalutata. Quando immaginiamo una persona depressa subito materializziamo con il pensiero una persona triste e sconsolata. Ma la depressione ha innumerevoli volti, anche sorridenti, anche realizzati. Nella nostra tendenza ad offuscare la realtà perdiamo anche la possibilità di comprendere e di conoscere. Una testimone afferma che la depressione è come un naso storto, qualcosa che esiste così com’è, un attributo con cui la persona impara a convivere. Sono molte le testimonianze dell’Associazione per la ricerca sulla depressione. Ognuna offre uno sguardo singolare. Ragazzi, ragazze e adulti che avvertono una profonda insoddisfazione di fondo, verso se stessi, verso gli altri, verso i canoni e i valori distorti della società. Persone che affermano di essere sempre sorridenti e di non trovare nessun legame con la realtà. Di non avere voglia, appetiti, speranze. C’è chi afferma di sentirsi un automa travolto dalle cose da fare. Chi si chiede come facciano gli altri a vivere la vita con così tanta leggerezza. Chi rimpiange di aver abbandonato le proprie passioni e non trovare più un senso nella corsa sfrenata a cui tutti noi aderiamo senza posa. Chi si chiede come sia possibile trovare un senso in una vita così priva di slanci, così utilitaristica, in cui prevale la legge del più forte, in cui si deve competere fino allo sfinimento senza pensare, solo per sopraffare gli altri. La vita inizia ad apparire un supplemento falso e di poco valore da cui ci si distacca, fino ad allontanarsi dalle azioni semplici e quotidiane, per l’impossibilità di trovare l’energia o il desiderio. Pensieri del genere sono sacrosanti e possono temporaneamente far parte del nostro pensiero e influenzarci, ma nel caso di chi soffre di depressione conducono a una condizione patologica, a un disturbo che finisce per inficiare la vita stessa, immobilizzandola.

Bisogna smetterla di ritrarre la depressione come una remota eventualità o come un capriccio quando, in realtà, questa affonda le sue radici anche nella società che non offre il supporto necessario, che appare ostile ed accusatoria. In cui ci si vergogna, ci si continua a sentire sbagliati solo perché esiste la tradizione della normalità apparente. La morale ancora esercita il suo controllo, chiedere aiuto è ancora fonte di vergogna. In Italia i numeri di coloro che soffrono di disturbi alimentari sono aumentati durante la pandemia. L’anoressia e la bulimia sono ancora accostate alla vanità, al desiderio di apparire e di piacere all’altro, a causa di una tradizione nettamente patriarcale e maschilista. Ma l’anoressia è un fenomeno ben più complesso. Nel suo manuale di psichiatria Glen O. Gabbard la definisce come la sensazione che il proprio corpo sia una gabbia. Solitamente il paziente ha vissuto una invasiva situazione di controllo da parte dei genitori, che l’hanno spinto ad assumere comportamenti esemplari all’insegna della rettitudine e dell’approvazione. Tuttavia, durante l’adolescenza, subentra uno scarto. Le richieste fisiche sono considerate imperativi degli altri e si avverte la sensazione di non essere in grado di soddisfarle, l’impressione di non controllare neanche i propri bisogni. Si prova il dirompente bisogno di terminare le proprie necessità. Molte ragazze e ragazzi intervistati dimostrano proprio questo: una repulsione nei confronti del proprio corpo, di quell’involucro di cui diventa indispensabile disfarsi, perché assume le fattezze di una prigione. L’anoressia diventa il bisogno di liberarsi del proprio stesso organismo, di tutte le richieste del mondo esterno, di tutte le imposizioni ferree, le convenzioni e le smanie di controllo. Il corpo diventa qualcosa di cui la mente deve disfarsi per mostrarsi. L’anoressia è da sempre considerata non soltanto un cruccio della donna in relazione all’uomo, ma anche un bisogno di apparire in un certo modo, una conseguenza di superficialità o vanità.

Questa avversione alle convenzioni sociali è riscontrabile anche nell’analisi delle dipendenze, forse le più additate e taciute dalla moralità. Analizziamo proprio la più demonizzata delle dipendenze: l’ipersessualità. Nello stesso modo in cui siamo portati ad avere nozioni confuse su depressione e disturbi alimentari, abbiamo un’idea misera e distorta della ninfomania. D’altronde per la morale accostare il termine donna a desiderio o piacere sessuale è ancora fonte di disagio. La ninfomania è stata prima condannata e in seguito sessualizzata. La donna che non resiste al proprio desiderio sessuale è diventata una fantasia erotica. Eppure è fondamentale capire che l’uomo non c’entra nulla con l’ipersessualità femminile: la ragione di questa dipendenza è ancora una volta nella società, nella morale e nei tabù. La donna ipersessuale disprezza la propria femminilità. Solitamente si avverte, durante la crescita, il culto del mito dell’innocenza e il peso delle restrizioni imposte al genere femminile. La propria femminilità viene concepita come una limitazione. Dal disprezzo verso la propria femminilità deriva anche un profondo odio verso se stesse che spinge al bisogno di continue conferme, come espresso nel libro L’ombra di Narciso del dottor Nicola Ghezzani. Molte donne, come gli uomini, che soffrono di tale dipendenza, trovano nel sesso la fuga dai momenti di solitudine. Nessuno cerca davvero il piacere, si avvertono solo l’esigenza e l’impulso sessuale, senza una vera soddisfazione dello stesso, che conduce infatti ad una costante insoddisfazione. È la ricerca continua di una fuga. Tant’è che molte volte questa dipendenza è assimilata alle dipendenze da alcol o da droghe. Mira infatti a una via di fuga anche la tossicomania.

Nel documentario del 1976 La storia di Filomena ed Antonio di Antonello Branca, si affronta il tema della tossicomania. La dipendenza da eroina porta a vivere sotto una campana di vetro, che protegge dal mondo esterno, che riduce l’esistenza alla mera attesa del momento in cui ci si bucherà. Si cerca una via di fuga che si intreccia costantemente con la morte. Tuttavia, se immaginiamo un eroinomane, anche per le narrazioni che ne sono state fatte nei decenni pensiamo o a un ricco facoltoso in cerca di svago o a un disadattato. La nostra impostazione culturale e la nostra tendenza alla moralità ci portano a svalutare fenomeni molto complessi, e credendo di averli capiti a ignorarli. Fino a quando, invece di comprendere questi disturbi e con loro le persone che ne soffrono, garantendo loro assistenza e rispetto, allora continueremo a guardare con gli occhi miopi di chi è venuto prima di noi e non vedremo mai nulla.

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