Come “I monologhi della vagina” hanno normalizzato la sessualità femminile

Nel 2017, la YouTuber e divulgatrice scientifica Florence Schechter, dopo aver scoperto l’esistenza del museo del pene in Islanda, ha dato via a un crowdfunding per realizzare il primo museo della vagina del mondo, a Brighton. Nell’attesa di raccogliere i fondi necessari per costruire una struttura permanente, Schechter ha ideato una mostra itinerante. Il museo della vagina sarà ben diverso dai vari musei erotici sparsi per le capitali europee, che nel migliore dei casi sono solo una trappola per turisti. L’idea è quella di creare un luogo di incontro, educazione, self help e creatività, dove la vagina sia il punto di partenza di una ricerca. Fino a una ventina di anni fa, a nessuno sarebbe venuto in mente di aprire un museo della vagina, se non con intenti pornografici o goliardici – e la parola stessa è stata per lunghissimo tempo un tabù insormontabile, sebbene sia un termine medico. Poi sono arrivati I monologhi della vagina.

Nel 1996, Eve Ensler portò sul palco del Cornelia Street Café di New York un monologo ricavato dall’ascolto di storie e pensieri sulla propria vagina provenienti da più di duecento donne, tra parenti, amiche e sconosciute. “La prima volta che ho messo in scena I monologhi della vagina ero certa che qualcuno mi avrebbe sparato. Perciò quando sono salita sul palco di un piccolo teatro di Manhattan mi sono sentita come se stessi attraversando una barriera invisibile, rompendo un tabù molto profondo,” racconta Ensler nell’introduzione all’edizione per il ventesimo anniversario, pubblicata in Italia da Il Saggiatore. “E poi accadde qualcosa di completamente inaspettato. Lo spettacolo venne ripreso in tutto il mondo da altre donne che volevano infrangere il silenzio sui propri corpi e sulle proprie vite all’interno della comunità di appartenenza”.

Eve Ensler in “I monologhi della vagina”

A più di vent’anni di distanza dalla prima messa in scena, l’impatto de I monologhi della vagina è ancora forte: migliaia di rappresentazioni in tutto il mondo, numerosi premi internazionali tra cui un Tony Award, una versione per la televisione prodotta da Hbo, e un progetto di beneficienza, il V-Day, che raccoglie fondi per contrastare la violenza di genere. L’influenza più forte è stata però nella cultura popolare, soprattutto per l’uso esplicito della parola nel titolo e nel testo: “Hanno cercato di censurare quella parola ovunque siano arrivati ‘I monologhi della vagina’: negli annunci sui principali quotidiani, sui biglietti venduti ai grandi magazzini, sugli striscioni appesi davanti ai teatri, nella segreteria telefonica dei botteghini dove la voce registrata diceva soltanto: ‘Monologhi’ o ‘Monologhi della V.’,” scrive Ensler. “’E perché poi?’ chiedo. ‘Vagina non è una parola pornografica; anzi, è un termine medico, una parola che serve a indicare una parte del corpo, come gomito, mano, costola’”. 

Ne I monologhi sono raccontate le più diverse esperienze: la comparsa del primo ciclo mestruale, la depilazione, le visite dal ginecologo, la vecchiaia, il parto, l’orgasmo, il sesso eterosessuale e lesbico, lo stupro. Ogni anno, viene aggiunto un monologo “spotlight”, che riguarda un tema che nei mesi precedenti ha avuto particolare risonanza nell’opinione pubblica. L’ultimo, ad esempio, riguarda la condizione delle donne in carcere. In alcuni monologhi è una singola donna a parlare, mentre altri hanno una costruzione più corale, raccogliendo in sequenza le risposte delle donne a domande come: “Se la tua vagina potesse parlare, che cosa direbbe, in due parole?”

Winona Ryder e Eve Ensler

Gridare al mondo questa parola, riappropriarsene, rivestirla di un significato e farla arrivare a milioni di persone ha contribuito a cambiare il discorso sul corpo femminile in maniera molto incisiva. I monologhi della vagina hanno avuto un successo così dirompente perché non si sono posti come un testo con chissà quali pretese ideologiche. Con un impianto semplice, diretto, divertente e talvolta commovente, hanno spinto le donne a concepire i propri organi genitali come soggetti degni di una storia, e quindi di un’identità. Donne che non necessariamente si identificavano nelle istanze femministe, ma che si sono riviste nelle parole pronunciate nei monologhi. 

Questa pièce è arrivata insieme ad altri fenomeni mainstream che hanno contribuito a una sorta di piccola seconda rivoluzione sessuale. Uno su tutti, Sex & The City, andato in onda per la prima volta negli Stati Uniti nel 1998, due anni dopo il debutto de I monologhi. Come nello spettacolo di Ensler, nella serie tv di culto le quattro protagoniste si confrontano spesso sui problemi e le “avventure” che riguardano non tanto la loro vita sessuale, quanto più la loro vagina in particolare. Tra un sorso di Manhattan e un paio di sandali Manolo Blahnik, Carrie e le sue amiche parlano di vibratori, secchezza vaginale, pap test, depilazione e candida proprio come fanno i soggetti de I monologhi e non c’è dubbio che abbia avuto influenza nella scrittura della serie. Se negli anni Sessanta o Settanta parlare di questi argomenti e rivendicare la centralità della sessualità femminile era, almeno per le femministe, soprattutto uno strumento politico, negli anni Novanta (segnati, negli Stati Uniti, da un grande conservatorismo) si trattava di una liberazione “mediatica” che puntava a una loro normalizzazione.

Sex & The City

I monologhi della vagina in qualche modo è riuscito perfettamente in questa impresa: i giornali, le riviste, la televisione, i libri dovevano cominciare a occuparsi di questa “vagina”, sforzarsi di scrivere quella parola che per decenni era stata usata solo dai ginecologi o dalle femministe che raramente avevano trovato spazio nei media tradizionali. E questo perché non si poteva ignorare il fenomeno così dirompente, così pervasivo e così rivoluzionario di 200 voci che raccontano gioie e dolori dell’essere donna. Questo, oltre che la chiave del successo de I monologhi, è anche stato il loro limite: finita l’euforia degli anni Novanta, cosa resta del lavoro di Eve Ensler? Oggi che il femminismo ha assunto una veste sempre più inclusiva e intersezionale, un’obiezione sensata alla pièce è il fatto che tenda a far coincidere la donna con il suo organo genitale, rischiando non solo di sminuire la sua identità, ma anche di negarla a chi non ha una vagina, come le persone trans. Ma, come ha dichiarato Ensler in un’intervista a Refinery 29, “L’arte è diversa dall’attivismo”. Sarebbe sbagliato considerare I monologhi della vagina come un manifesto programmatico del femminismo, perché sono nati con spontaneità e curiosità e non per sovvertire il patriarcato. “Continuo a sperare che un giorno passerà di moda,” continua Ensler, “Ma il patriarcato è una struttura tenacemente inattaccabile, insita nel nostro Dna mentale e culturale. Ogni tanto mi ricordo che è lì da soli 1600 anni. C’è stato un prima e ci sarà un dopo, ma dobbiamo attaccarlo su più livelli, alcuni dei quali non possiamo nemmeno vedere o toccare”.

È con ciò che è successo dopo I monologhi della vagina che Eve Ensler ha dimostrato la forza del suo testo. Innanzitutto con la costruzione di quel laboratorio, stavolta sì, di elaborazione politica che è il V-Day. Basta un gruppo di volontarie per organizzarne uno nella propria città, unendo la rappresentazione de I monologhi alla raccolta fondi per l’iniziativa One Billion Rising, che ha l’obiettivo di destinare un miliardo di dollari alla lotta contro la violenza di genere e finanziare centri di accoglienza. A maggio Ensler ha pubblicato un nuovo libro, The Apology, in cui racconta degli abusi sessuali subiti dal padre.

Oggi l’uso della parola “vagina” è sempre più frequente, così come la sua rappresentazione in contesti non sessualizzati. C’è il progetto di Florence Schechter per il museo della vagina, Janelle Monáe può presentarsi sul palco con degli enormi pantaloni a forma di vulva, sempre più artiste ne fanno oggetto della propria produzione, il Guardian ha creato una serie di video educativi intitolata I dispacci della vagina che hanno avuto grandissima eco in tutto il mondo. Il contributo de I monologhi in questo processo è innegabile, anche se la strada è ancora lunga per far sì che il rapporto con il nostro organo sessuale sia spontaneo, sano e privo di tabù. Ancora oggi molte donne temono il ginecologo, non parlano delle loro mestruazioni, non cercano aiuto dopo una violenza sessuale. “Se una cosa non viene nominata, non viene vista, non esiste,” scrive Ensler. La parola “vagina” ne I monologhi è usata centinaia di volte. Il prossimo passo è usarla anche nella nostra vita quotidiana. 

Segui Jennifer su The Vision | Facebook
Seguici anche su:
Facebook    —
Twitter   —  

Seguici anche su: