“Fatturare”, “ue figa”, “taaac”: il tormentone del Milanese Imbruttito ormai è insopportabile

Non so se avremo mai delle risposte esaustive sulle mille domande a proposito dei primi mesi del 2020 e sul modo disastroso in cui la pandemia ha colpito in particolare una regione dell’Italia. Il coronavirus non è ancora stato sconfitto e non sembra essere qualcosa di cui ci libereremo tanto facilmente, sebbene ci sia stato chi ha azzardato l’ipotesi di una sua presunta morte clinica e il negazionismo ormai non sia più neanche un fenomeno confinato a exploit complottisti e per certi versi folkloristici. Due cose, però, sembrerebbero essere assodate, ossia che quanto meno, anche nella possibilità di una seconda ondata di grossa portata – maggiore rispetto all’aumento registrato dei casi recenti – stavolta saremo un po’ meno impreparati; e che non ne siamo usciti migliori, visto che non ne siamo ancora neanche usciti. Sarà anche vero che dalle peggiori traumi della vita oltre a uscirne segnati si possono trarre esperienze formative, ma finora la Lombardia – e il famoso “Modello Milano” di cui si tanto si parlava – ha mostrato non poche debolezze.

Attilio Fontana, Presidente della Regione Lombardia

Non è andato tutto bene e non è affatto detto che andrà meglio, ma se proprio dovessimo cavare un ragno dal buco di questo annus horribilis potremmo cominciare sfatando una serie di miti su alcuni paradigmi sociali ed economici che forse, visti i risultati della pandemia, andrebbero messi in discussione. Una lezione che – dal concetto di smart working inteso come futuro del lavoro più flessibile e che vada incontro ai lavoratori, fino alla difesa del valore insostituibile della sanità pubblica – non tutti sembrano aver imparato, portando avanti con ostinazione modi di pensare e di rappresentare la realtà che appartengono al passato e che ormai stridono con l’oggi, per esempio l’ennesimo, sempre identico a se stesso, sketch de Il Milanese Imbruttito.

Germano Lanzoni

Non metto in dubbio le buone intenzioni di questa decisione né il fatto che ci siano ancora molte persone che trovano genuinamente divertente questo tipo di ironia, e non voglio in alcun modo collegare le vicende che hanno colpito Milano e la Lombardia durante i primi mesi di pandemia con la scelta di usare quel personaggio per promuovere un evento. Non si tratta infatti di fare “polemiche sterili”, ma di parlare di come una città sceglie di raccontarsi e quindi di rappresentarsi nell’immaginario comune. Questo virus ha rimesso in discussione molti aspetti della realtà che ci circonda, riportando a galla alcune priorità e concedendoci una sorta di pausa di riflessione per guardarci da lontano, siamo sicuri che sia ancora il caso di calcare la mano e riciclare stili, personaggi, modi di fare, battute e, soprattutto, modi di pensare che non si rinnovano da decenni? Il Milanese Imbruttito, nel 2020, o meglio tutto ciò che ruota attorno a questo cliché che, alla luce della piega anche piuttosto chiara che ha preso il richiamo a tutti i costi di certi valori imprenditoriali, è forse un esempio di ciò da cui si potrebbe partire per sforzarsi a uscirne in effetti un po’ migliori.

Milano

Il caso Flavio Briatore – e in generale la questione dei luoghi di lavoro tenuti aperti a tutti i costi, specialmente in Lombardia – e questo modo di intendere il business come unica ragione di vita anche di fronte a una pandemia globale, trova terreno fertile in uno stereotipo che, con un’ironia accondiscendente e autocelebrativa, prende la forma di una caricatura sbiadita. Solo che, a differenza di una parodia ben fatta e che abbia come intento quello di coprire di ridicolo un personaggio o un tipo umano, svelandone gli aspetti più ridicoli, i video che da anni vengono promossi da pagine come Il Milanese Imbruttito non manifestano traccia di senso critico né di una vera e propria ridicolizzazione. Al contrario, l’obiettivo sembra proprio quello di legittimare e spronare in forma di battute e tormentoni un modo di fare che in tempi di serenità può sembrare divertente e innocuo, ma che in un momento come quello che stiamo vivendo, in pieno tardo-capitalismo, con le risorse della Terra consumate fino all’ultimo e uno stato di precarietà e di polarizzazione politica sempre più diffusa, suona come un ennesimo “E facciamoci una risata” davanti alla catastrofe in atto. Con questo non intendo certo dire che il filo diretto tra estinzione umana e riscaldamento globale passi attraverso una gag de Il Milanese Imbruttito, ma che forse è arrivato il momento di smetterla con la celebrazione, seppur ironica, di modelli che contribuiscono attivamente al perpetuarsi di una mentalità che mette al primo posto il profitto, sempre e comunque. Prima di tutto perché non fa più ridere; secondo perché, anche il modello iniziale da cui trae spunto questo stereotipo – che, come qualcuno lo ha definito, potremmo catalogare come “cinghialone del business” – è già di per sé un cliché stantio.

Flavio Briatore

Ogni luogo ha le sue tradizioni, ogni città ha i suoi simboli e sarebbe stupido e inutile sottolineare che personaggi come Pulcinella o come, nel caso di Milano, la maschera del Meneghino siano maschere noiose di cui ci dovremmo sbarazzare. È ovvio che se un’allegoria sottolinea tratti caratteristici di un popolo vuol dire che da qualche parte possiamo trovarli. Il problema subentra quando un personaggio diventa la raffigurazione compiacente di qualcosa, una strizzata d’occhio che non stimola nessuna riflessione né alcun senso del grottesco, ma solo una celebrazione di qualcosa che è così com’è e quindi ce lo teniamo. Il bauscia tutto “figa e fatturato” che troviamo nei video de Il Milanese Imbruttito è una raffigurazione che affonda le sue radici in un mood milanese che è esistito davvero, quello della Milano da bere di Craxi, quello degli anni Ottanta e del cosiddetto riflusso, del disinteresse politico, dell’edonismo raeganiano, del “money before people”, di un modello di civiltà e società che si basava sull’idea – sbagliata – che i soldi e le risorse potessero non finire mai. Sorpresa: non è stato così, e a pagarne le conseguenze siamo tutti noi.

Bettino Craxi

Già da Yuppies – I giovani di successo – film dei Vanzina del 1986 che peraltro ha dato vita al sodalizio tra Boldi e De Sica – o da Zampetti de I ragazzi della 3ª C, era chiaro quanto la celebrazione comica, sì, ma soprattutto acritica, di questo scimmiottamento dello stereotipo americano da Wall Street, fosse sostanzialmente un rampantismo d’accatto, come lo definisce lo storico Christian Caliandro. Peraltro ci sono stati esempi più efficaci di prendere in giro questo modo di pensare per cui ai soldi equivale l’essere un vincente, capaci di criticare l’individualismo più becero e controproducente per la collettività, in un’ottica di arricchimento personale basato in primis sullo sfruttamento del prossimo (vedi i dipendenti di Briatore che si sono presi il Covid in nome dell’apertura delle “discoteche di destra”). Uno di questi esempi poteva essere Marco Ranzani da Cantù, la caricatura fatta da Albertino su Radio Deejay.

Massimo Boldi, Yuppies – I giovani di successo (1986)
Guido Nicheli “il commendator Zampetti”, I ragazzi della 3ª C (1987-1989)

In quel caso, a dimostrazione di come i tratti tipici di una comunità reali e tangibili si possano trasformare in un bersaglio ironico senza giocare sul filo del rasoio con l’autocompiacimento, l’esagerazione del brianzolo businessman tutto macchine lussuose e aziende ereditate era talmente ridicola da farlo apparire, come è giusto che sia, un cretino; con una superficialità alla Gianluca Vacchi, ma senza seguito sui social. Altro caso interessante di parodie ben riuscite, per esempio, è il Rupert Sciamenna di Maccio Capatonda che nel video di Elio e le Storie tese “Parco Sempione” esprime molto bene l’assurdità di questo modello demenziale di uomo d’affari che in molti ancora provano a ricalcare e che vedono come simbolo aspirazionale. Se manca però questo fattore di presa in giro e ci si riduce a un eterno ritorno al mondo del Drive-In, ciò che ne esce è un simpatico ritratto da appendersi in ufficio e con cui onorare la propria carriera pensando “Che ridere, parla come me!”.

Gianluca Vacchi

Dopo i disastri del Covid, e le conseguenze che stanno già avendo sul futuro di questa città, Milano merita di più di un continuo rimando a un generico cumenda Guido Nicheli che, per carità, faceva anche ridere negli anni Ottanta, ma gli anni Ottanta sono finiti da un bel po’, e i cocci di quella festa tutta spalline, Campari e business li stiamo raccogliendo noi. Realtà come quella de Il Milanese Imbruttito non sono di certo il male del secolo, anche perché si tratta molto banalmente spesso solo di contenuti brandizzati, e non di un canale che promuove satira sociale, e sebbene io possa non trovarli divertenti non sono nella posizione di giudicare se il loro lavoro sia legittimo o meno. La cosa che mi preme sottolineare, semmai, è un’altra: la domanda su quanto questa mitologia dell’imprenditore rampante, di un manierismo di ritorno su un cliché già di per sé importato e di seconda mano possa ancora reggere in un presente in cui questi valori dovrebbero essere non dico estinti, ma quantomeno rimessi in discussione dalle fondamenta. Diciamo quindi che non è tanto Il Milanese Imbruttito in sé, ma Il Milanese Imbruttito in te che dovremmo smettere di celebrare o di utilizzare come figura di richiamo. Oppure, visto che è molto più interessante e divertente, potrebbe essere lui stesso a fare un passo in più, ridicolizzandosi per davvero, e non con una satira all’acqua di rose in stile Drive-In.

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