Partigiano, detenuto a S. Vittore, deportato nei lager nazisti: l'incredibile storia di Mike Bongiorno - The Vision

Non so se la sindrome dell’epoca d’oro – quella da cui è affetto il protagonista di Midnight in Paris che desidera più di ogni altra cosa rivivere la Parigi degli anni Venti – sia una sensazione universale che riguarda qualsiasi momento storico in cui ci si ritrovi. Di certo esiste un senso di nostalgia per il passato, per i suoi usi e per la sua presunta o effettiva superiorità che viene tirato in ballo dalla notte dei tempi. Nell’era in cui viviamo, una fase caratterizzata da ciò che il filosofo Zygmunt Bauman chiamava “retrotopia” in cui tutto va all’indietro invece che progressivamente avanti, esiste un culto del passato recente che va oltre la semplice celebrazione di momenti distanti nel tempo e nello spazio, idealizzati forse anche grazie alla lontananza che li separa da noi. Simon Reynolds la chiama “retromania”, io invece la definirei in modo molto meno sintetico ed efficace “Quella strana sensazione che ci fa rimpiangere il Festivalbar e i Telegatti”: c’è infatti un senso di rimpianto e malinconia nei confronti della televisione dei decenni passati, in particolare verso quella degli anni Ottanta e Novanta, che sfocia in una sorta di celebrazione dei tempi che furono, più ingenui, più felici, più confortevoli. 

Non so dire se questa tensione verso il passato recente sia frutto di una maggiore qualità dei contenuti, ma di certo la tv di quegli anni ha un’aura di familiarità rassicurante, persino per chi l’ha vissuta solo di striscio, che potrebbe essere determinata dal fatto che, a differenza di oggi, in quel momento il mezzo televisivo era quello predominante e pertanto anche più ricco, innovativo e inedito. La storia dei mezzi di comunicazione è anche la storia di un Paese e se c’è un personaggio che rappresenta in modo perfetto quella simbologia vintage ma allo stesso tempo vicina di certo è Mike Bongiorno, conduttore televisivo, sì, ma anche partigiano: una cartina tornasole dell’Italia del Novecento, nei suoi aspetti più lodevoli ma anche opinabili.

Mike Bongiorno, il presentatore per eccellenza del quiz, il mattatore di gaffes, il volto di punta delle reti Mediaset ma anche della prima Rai per lungo tempo, è uno di quei protagonisti dello scorso secolo che, in modo quasi del tutto inconsapevole, hanno racchiuso nella loro biografia l’essenza della nostra storia postunitaria. Non solo politici, intellettuali e scienziati, il Ventesimo secolo è stato il secolo dei mezzi di comunicazione, della cultura pop, della massificazione e del consumismo, motivo per cui un presentatore televisivo, seppur in termini e per ragioni diverse, può essere considerato al pari di uno scrittore o di un regista, dal momento che con le sue parole e il suo modo di essere ha contribuito a formare il nostro immaginario collettivo. Mike Bongiorno è un personaggio mediatico che merita un’analisi approfondita e attenta, non solo per ciò che è stato durante il boom economico e durante la nascita di una televisione di Stato che si poneva come fine quel famoso intento di “Fare gli italiani” – da un punto di vista linguistico, identitario, ideologico – ma anche per molte altre ragioni. La sua natura così affabile, alla mano e allo stesso tempo goffa, disattenta, sono tutti elementi che lo hanno reso un simbolo di immedesimazione ed empatia per il pubblico, l’essenza di ciò che potrebbe essere considerato una sorta di “zio d’Italia”, un parente stretto ma non così tanto che con i suoi modi di fare alla fine anima un po’ tutte le tavolate di Natale, nonostante qualche battuta infelice sui presenti. E di questo, non a caso, se n’era accorto anche l’osservatore per eccellenza della cultura pop italiana di quel periodo, colui che per primo è andato a fondo in un’analisi di questi fenomeni che molti, sbagliando, liquidavano con un’alzata di spalle: Umberto Eco.

Tra i saggi più famosi sul tema della televisione che scrisse il semiologo, infatti, c’è Fenomenologia di Mike Bongiorno – scritto nel 1961, quando la televisione era ancora agli albori della sua egemonia mediatica. Non solo lo scritto ha dato vita a un filone saggistico, quello appunto delle varie “fenomenologie” – metodo di analisi preso in prestito dal filosofo Edmund Husserl – ma ha rappresentato anche la prima analisi approfondita e strutturata della cultura pop italiana, che attraverso la tv riempiva aree di intrattenimento, informazione e formazione che fino a quel momento appartenevano ad altri mezzi, dalla radio al cinema, al teatro. Non si tratta in alcun modo di un elogio, né di una disamina imparziale e disinteressata, ma di una specie di dissing vecchio stile, dal momento che Eco non riserva per Bongiorno alcun tipo di apprezzamento se non attraverso frecciatine ironiche molto divertenti ma anche sintomatiche di una certa distanza imposta tra classe intellettuale e universo pop. Ciò di cui parla il semiologo, infatti – la natura “media” di Bongiorno, il suo essere un everyman, tutto il contrario di un supereroe o di un simbolo di aspirazione al miglioramento – rende questo personaggio così diretto, agganciato al suo pubblico non perché si erge a un ruolo di superiorità e guida, ma proprio perché sembra parte del pubblico stesso. La celebrazione della quotidianità in cui ognuno si accetta per quello che è, senza dover ambire a nessun tipo di correzione, né culturale né morale, diventa il motto di Mike Bongiorno, uomo simbolo della medietà, ma anche incarnazione di quello spirito americano del “Se vuoi puoi”, una chiave d’accesso a uno status superiore ottenuto non tanto per meriti o grandi imprese, ma per quella piccola spinta di coraggio che ti ha fatto pensare, da concorrente, che magari potresti farcela anche tu. 

Umberto Eco

Il saggio arriva in anni in cui la televisione di Stato era l’unico spazio in cui un presentatore come Mike Bongiorno poteva scalare le vette del successo nazionale, diventando un simbolo di italianità con un tocco di Stati Uniti che, parallelamente, cavalcavano i mass media e tutto il loro gigantesco potenziale ancor più che da noi. Mike Bongiorno, negli anni, diventa così il primo volto ufficiale delle reti di Silvio Berlusconi, che con grande furbizia sa bene quanto possa giovare alla neonata Mediaset la presenza di un personaggio così familiare, rassicurante, già colonna portante della tv degli anni precedenti. Queste caratteristiche, che rendono il presentatore italo-americano così radicato all’interno dell’immaginario pop collettivo che si formava ormai in modo inarrestabile, con tutti i pro e i contro di questa espansione illimitata, sono la base dell’enorme successo di Bongiorno nonostante le sue celebri gaffes e i suoi infiniti scivoloni, cosa che al contrario, lo rendevano ancora più vicino e facile da comprendere. Se da un lato “SuperMike” costruisce questa personalità pubblica a metà tra il “ci è o ci fa” e lo zio di casa, anche scorbutico a tratti ma fondamentalmente tenero; dall’altro, però, nel suo passato, c’è tutt’altro che tranquillità, familiarità e ordinarietà. Per quello strano paradosso italiano per cui veniamo presi in giro ma anche ammirati grazie al modo schizofrenico in cui ci rapportiamo alle cose serie e a quelle leggere – Winston Churchill parlava di partite di calcio e guerra, ma in questo caso vale anche un qualsiasi altro spettacolo – Mike Bongiorno è al contempo un simbolo di estrema normalità, ma anche di eccezionalità. 

Il fatto di essere nato a New York negli anni Venti da genitori di origini italiane e poi essere tornato in Italia con la madre, la sua conoscenza dell’inglese in anni in cui questa lingua non era certo diffusa come oggi, la sua natura doppia, con un piede oltreoceano e uno appena sotto le Alpi, sono sì elementi che lo hanno reso così forte da un punto di vista mediatico, ma anche fondamentali per la sua storia personale. Mike Bongiorno è stato infatti una staffetta partigiana, anello mancante tra Resistenza e Alleati, salvato da una fucilazione della Gestapo proprio grazie ai suoi documenti americani, finito poi in isolamento per diversi mesi sia nel carcere di San Vittore – dove conobbe Indro Montanelli, con il quale ha spesso riportato a galla pubblicamente quei ricordi molto forti, compreso il suo compito di messaggero tra il giornalista e la sua compagna, anche lei reclusa nel carcere milanese – sia nel lager di Bolzano, fino ad essere poi deportato a Reichenau.

A salvarlo è stata in più occasioni la sua cittadinanza statunitense, grazie alla quale vennero fatti alcuni scambi di prigionieri rimasti tuttora abbastanza misteriosi, anche a detta sua, come racconta in modo dettagliato e preciso nel suo libro La versione di Mike, in cui è dedicata una grossa parte agli anni violenti e paradossalmente fortunati della seconda guerra mondiale. Ironia della sorte, la stessa cittadinanza è ciò che gli ha reso possibile sia di fare da tramite durante la guerra con il mondo anglosassone traducendo per esempio le informazioni di Radio Londra, sia poi diventare un personaggio mediatico di enorme successo; un ponte con l’America che evidentemente non doveva crollare e che negli anni successivi al conflitto si è trasformato in una corrispondenza mediatica fitta e ancora attuale tra Italia e Usa.

Mike Bongiorno, dunque, è a tutti gli effetti ciò che descriveva Eco nel suo saggio cinico e pungente, ed è rimasto nel nostro immaginario immutato e coerente, cristallizzato in quell’idea di televisione patinata ma avvolgente fatta di Telegatti, quiz pieni di gaffes e tutta quella particolare leggerezza d’animo che questo personaggio veicolava. Ma nel suo essere così ordinario, accessibile e comprensibile, Bongiorno ha anche compiuto il suo dovere di cittadino rischiando la vita per lottare contro il nazifascismo, ed è giusto ricordarlo anche per questo, non solo per le scenate con Antonella Elia. In un modo molto peculiare, Mike Bongiorno ha scritto la storia d’Italia in due maniere completamente diverse ma anche complementari. Non tutti i partigiani sono diventati uomini di spettacolo, né famosi personaggi pubblici, ma ciascuno di loro ha contribuito in modo indelebile e decisivo alla libertà del nostro Paese: Bongiorno era un everyman, ma è bello sapere che c’è stato un periodo nella nostra storia in cui anche un uomo qualunque – ruolo che lui interpretava ma che nella realtà è la base stessa della società – poteva diventare una sorta di eroe, non perché avesse chissà quali superpoteri ma per il semplice senso di giustizia e civiltà che lo hanno portato a opporsi a ciò che era sbagliato e ingiusto. Sarà sempre l’uomo di Lascia o raddoppia?, di Rischiatutto, della Ruota della Fortuna o di Telemike, ma vale la pena ricordarlo anche per i momenti più bui della sua biografia, senza i quali ci sarebbe stata molta meno “Allegria” sia per lui che per noi.

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