Come il metodo Montessori rende i bambini liberi e gli adulti di domani persone migliori

A marzo il Time l’ha inserita tra le 100 donne più influenti dello scorso secolo. Candidata tre volte al Premio Nobel per la Pace, è l’unica donna in Italia a cui sia stata dedicata una banconota (quella da 1000 lire). Maria Montessori, nata a Chiaravalle il 31 agosto 1870 – di cui, quindi, si celebra il 150esimo anniversario – è giustamente ricordata per il suo innovativo metodo pedagogico, ma fu una figura molto complessa, dai tanti interessi. Il suo più grande merito è quello di aver messo al centro del processo educativo la fiducia nel bambino, di cui vengono rispettati i tempi e valorizzata l’autonomia, e che per la prima volta viene considerato un essere umano completo, con bisogni e caratteristiche propri. Ma Montessori fu anche una sostenitrice della pace e della fratellanza tra gli uomini e accanita promotrice della lotta all’analfabetismo, che considerava un vero e proprio handicap che, emarginandolo dalla società, priva l’individuo della maggiore conquista umana: l’alfabeto. Il suo pensiero, ancora oggi, non smette di insegnarci qualcosa.

Da giovane, per studiare Medicina, Maria Montessori si scontra col padre che la vorrebbe insegnante, riuscendo a spuntarla. A segnarla di più sono le lezioni di igiene sperimentale, che la avvicinano al pensiero progressista, mostrandole la correlazione tra molte malattie e la marginalità sociale. Interessata alle problematiche sociali, è anche un’attivista femminista che denuncia le difficoltà che le donne incontrano nell’accesso all’istruzione e al mondo del lavoro, e partecipa come rappresentante dell’Italia al Congresso Femminile di Berlino del 1896 (cui seguirà quello di Londra nel 1899), con un intervento sul diritto alla parità salariale: in quell’occasione le operaie della sua città natale fanno una colletta per contribuire alle spese del viaggio. Lo stesso anno è la terza donna della storia italiana a laurearsi in Medicina, con specializzazione in Neuropsichiatria, ma non tralascia altri temi, dall’antropologia fisica alle malattie femminili, alla pediatria: i suoi variegati interessi – e, più tardi, una laurea in Filosofia – ben rappresentano la sua formazione permanente, un tema oggi più che mai attuale. Dopo la laurea diventa assistente presso la clinica psichiatrica universitaria, ruolo che la avvicina prima ai bambini che all’epoca venivano considerati “anormali”, e che con lei iniziano a fare immensi progressi, e poi a tutti gli altri.

Anche la sua vita privata dimostra la sua modernità e il suo carattere poco incline alle convenzioni: da una relazione con il collega Giuseppe Montesano – che più tardi la lascerà per convenienza – nel 1898 nasce il figlio Mario, che la pedagogista affida a una famiglia di campagna per evitare scandali, riprendendolo con sé solo quando il ragazzino compirà 14 anni, spacciandolo per suo nipote.

La svolta arriva nel 1907 con l’apertura, nel quartiere San Lorenzo a Roma, della prima Casa dei Bambini – un asilo per 50 bambini di famiglie operaie, tra i 2 e i 6 anni – fondata su una visione radicalmente nuova dell’infanzia, descritta ne Il metodo della pedagogia scientifica (1909). Questo si basa sull’osservazione scientifica dell’essere umano, valorizzandone lo sviluppo fisico, sociale, emotivo e cognitivo dalla prima infanzia – età della creatività – all’età adulta. Nasce così il famoso “metodo Montessori”, il cui nocciolo lei stessa sintetizza: “Il bambino non è debole e povero; il bambino è padre dell’umanità e della civilizzazione, è il nostro maestro anche nei riguardi della sua educazione”. Per la prima volta vengono riconosciute le disposizioni morali e le energie creative di cui sono capaci i più piccoli, il cui sviluppo per Montessori segue quattro fasi: dai 2 ai 6 anni l’educazione dei sensi e alla vita pratica e sociale avvengono tramite l’esercizio della motricità, dell’indipendenza e del silenzio, il rapporto con la natura, la scoperta del linguaggio e dei suoni, dei numeri, dei colori e della scrittura. Nel secondo periodo (7-12 anni) dal piano sensoriale si passa a quello astratto, toccando temi come lo studio dell’acqua, la chimica, la storia, le religioni (al plurale) e la cultura artistica e musicale. Durante l’adolescenza (12-18 anni) il bambino diventa a tutti gli effetti membro della società. Nel quarto periodo, l’età adulta, infine, per Montessori il giovane deve essere incoraggiato all’autonomia, alla cooperazione e alla conquista dell’indipendenza economica.

Seguono altri testi che suscitano interesse anche all’estero (il New York Times la definisce “la donna più interessante d’Europa”) e l’organizzazione di corsi di formazione per insegnanti. Mussolini si interessa alla lotta di Montessori all’analfabetismo, per poi invece osteggiarla facendo chiudere tutte le sue scuole. I suoi ultimi anni sono segnati da una lunga permanenza in India, dove resta bloccata a causa del secondo conflitto mondiale, e dal ritorno in Italia nel 1947, dove rifonda l’Opera Montessori. Muore nel maggio del 1952 a Noordwijk, nei Paesi Bassi, mentre sta decidendo se accettare o meno la proposta del neonato Stato del Ghana, che ha chiesto il suo aiuto nell’organizzazione dell’ordinamento scolastico.

Montessori si inserisce con originalità nel solco nei ripensamenti che la pedagogia sta subendo in quel periodo, e tra i suoi apporti più rivoluzionari ci sono l’approccio al bambino e il rapporto con l’educatore, a partire dall’organizzazione stessa della Casa dei Bambini, pensata per stimolare la mente dei piccoli, che assorbe le caratteristiche dell’ambiente e lì può esercitare spontaneamente il movimento, il linguaggio e il pensiero. La Casa è progettata a misura di bambino, che interagisce con il materiale presente in totale libertà. Proprio la libertà è il fulcro della nuova pedagogia: essa stimola la creatività, portando alla disciplina, dato che il vero interesse emerge quando il bambino sceglie un’attività secondo il proprio istinto. È quando inizia a muoversi seguendo uno scopo, mosso dal desiderio di riuscire, che impara a dirigere la propria volontà: solo allora sarà disciplinato. Il percorso, cioè, conduce dalla libertà alla disciplina, rispettando tempi, personalità e inclinazioni di ogni allievo, contrariamente a quello tradizionale che impone la disciplina soffocando la libertà. Le competenze psico-motorie (come toccare, abbottonare, incastrare, impastare) sono necessarie alle successive competenze cognitive e affettive; leggere e scrivere, poi, sono conquiste di autonomia, a cui seguono le capacità di tipo meta-cognitivo, grazie a cui il bambino esercita il controllo sui propri processi mentali e impara così a prendersi cura di se stesso e a prendere decisioni autonomamente.

Proprio per questo, l’educazione montessoriana rigetta l’uso di rimproveri e castighi, promuovendo l’autoeducazione per responsabilizzare i bambini: un concetto rivoluzionario, specialmente per un’epoca in cui le punizioni, anche corporali, sono diffusissime. Nel nuovo modello, l’educatore è solo una guida che indirizza i bambini alla disciplina delle loro capacità – attraverso attività per sviluppare l’attenzione e la coordinazione – dopo averli osservati, liberi di sperimentare. Se prima l’insegnante esercitava la sua autorità su allievi che ricevevano passivamente le nozioni, obbedendo ai comandi, senza libertà di scelta, ora l’educatore montessoriano osserva e favorisce l’innata voglia di fare, intervenendo il minimo; organizza l’ambiente a misura di bambino e sceglie i materiali, che devono essere stimoli per la creatività e la curiosità e favorire le interazioni sociali. La nuova concezione del bambino si distacca in modo rivoluzionario rispetto a quella della fine dell’Ottocento, per la quale i bambini erano adulti in miniatura, e che non dedicava alla loro formazione nessuna cura specifica o particolare. L’adulto smette finalmente di essere un modello da imitare per i piccoli.

Gli interessi e l’impegno sociale di Montessori trovano spazio e prendono forma in questa pedagogia, che si mette al servizio della società: “Lo scopo dell’individuo non è di vivere meglio, ma di sviluppare certe circostanze che sono utili per altri. La grande legge che regola la vita nel cosmo è quella della collaborazione tra tutti gli esseri”, scrive.

Il modello educativo montessoriano oggi ci mette in guardia da un lato dai comportamenti iperprotettivi degli adulti, che tolgono ai bambini la possibilità di imparare facendo e di esercitare la propria autonomia, e dall’altro dalla scuola vista come una competizione e un sistema autoritario. Non a caso, nel sistema scolastico migliore al mondo, quello finlandese, ogni studente – che vi entra a 7 anni – è giudicato valutando i suoi miglioramenti rispetto alla condizione di partenza e non al risultato in sé; si privilegia la capacità di fare domande e si impara facendo, mentre il docente interviene poco. L’approccio montessoriano all’infanzia, rivoluzionario per l’epoca, non smette di essere attuale ancora oggi, che c’è bisogno di ripensare profondamente la scuola – che, specie in Italia, è improntata ancora a un nozionismo fuori tempo – in funzione dei cambiamenti della società e sfruttando le tecnologie e il loro potenziale educativo in maniera consapevole e positiva.

Montessori, notando che la scuola tradizionale non fosse minimamente adatta ai bambini, costretti a stare fermi nel banco e sottoposti a premi e castighi, propose un’“educazione cosmica”, opposta allo studio per compartimenti stagni, e diede grande importanza ai materiali didattici. E, soprattutto, impostò un metodo che rispettasse i tempi di ognuno. Oggi, invece, in nome di una competitività imposta già nell’infanzia, si rischia una tendenza alla scolarizzazione precoce e all’insegnamento di nozioni prima ancora della scuola primaria, privando i bambini di una parte fondamentale di libertà, esplorazione e creatività, per farli corrispondere alle ottuse aspettative degli adulti.

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