Marcovaldo è il capolavoro di Calvino sulla meraviglia della vita in città, anche d’estate

Se Italo Calvino è stato una figura centrale della letteratura italiana del Novecento lo si deve non solo per la capacità di rinnovare la tradizione letteraria italiana – mescolando sperimentazione linguistica e recupero dei modelli della favola – ma anche per la grande capacità di raccontare il tumultuoso cambiamento dell’Italia del Dopoguerra; prima con la memoria partigiana ne I sentieri dei nidi di ragno, poi facendosi cronachista del boom economico ne La speculazione edilizia, infine riflettendo sugli esiti della modernità in Palomar. Questi sono solo alcuni dei titoli che dimostrano la grande attenzione dell’autore per le mutazioni antropologiche del nostro Paese.

A cavallo fra anni Cinquanta e Sessanta Calvino si rende conto che le colline dell’esperienza partigiana raccontate nel suo primo romanzo, o le foreste dal sapore medioevale descritte nella trilogia de I nostri antenati, appartengono a un’Italia che sta scomparendo, fagocitate dal processo di industrializzazione. C’è un ennesimo campo di possibilità da raccontare, che nasconde nuove criticità e predispone potenzialità inaspettate: si tratta della città.

Ne “L’avventura di due sposi” – una novella contenuta nella raccolta Gli amori difficili – si racconta la vita di una coppia operaia che, a causa del diverso orario di lavoro, riesce a incontrarsi solo al mattino, nella cucina del piccolo appartamento affittato in una grande città del Nord, quando il marito torna dal turno di notte e la moglie si sveglia per il turno di giorno. L’attenzione di Calvino per il cambiamento dei rapporti interpersonali nel contesto cittadino è la dimostrazione di come l’autore cercasse in quegli anni una via per narrare il microcosmo urbano.

In questo senso, il capolavoro dell’autore ligure è Marcovaldo ovvero Le stagioni in città, una serie di racconti – pubblicati inizialmente sull’Unità e raccolti in volume nel 1963 da Einaudi – che hanno come protagonista l’omonimo personaggio. Le avventure di Marcovaldo si svolgono, come segnala il sottotitolo, secondo un doppio binario: quello spaziale della città mai chiamata per nome, ma ispirata a Torino, e Milano – le maggiori città industriali del periodo – e quello temporale delle quattro stagioni, che si avvicendano nei racconti. Lo scopo di Calvino è presentare la città come un organismo in movimento, un ambiente irrisolto in cui convivono forti contraddizioni e fratture sociali, ma anche una possibilità di realizzazione mai sperimentata prima.

Al centro di questo universo c’è il cittadino, sintetizzato nella figura di Marcovaldo. Egli è magazziniere nella ditta Sbav, di cui sposta gli imballaggi ogni giorno. La vita di Marcovaldo si svolge fra il lavoro, l’appartamento in cui vive con moglie e figli e la città, teatro delle sue corse per andare a lavoro o delle passeggiate in cui divaga sull’ambiente circostante. Marcovaldo è una figura donchisciottesca che trasforma le esperienze del quotidiano in avventure dal sapore visionario. Attraverso lo sguardo di Marcovaldo l’autore riesce nel doppio intento di mostrare le difficili condizioni del proletariato urbano – il suo eroe vive infatti in una sola stanza mal riscaldata con tutta la famiglia, ed è soggetto a turni massacranti in fabbrica – e la meraviglia della città con tutte le sue innovazioni tecniche e architettoniche, di cui Marcovaldo si bea non appena esce di casa.

È evidente il legame fra il personaggio di Marcovaldo e quello di Palomar, protagonista dell’omonima raccolta di racconti del 1983. Il primo è un operaio trasferitosi da poco in città che posa il suo sguardo ingenuo sul nuovo paesaggio urbano, cercandovi elementi di bizzarria e meraviglia. Il secondo, a vent’anni di distanza, è un esponente della classe media che riflette sull’organismo urbano, lo scompone tramite la cultura razionalista di cui è imbevuto Calvino. Se Marcovaldo registra i mutamenti di una realtà in costruzione, Palomar riflette sugli esiti dell’industrializzazione e giudica gli anni del boom economico. Il primo risponde alla vena affabulatoria dell’autore, il secondo al tentativo di razionalizzare il presente.

 

Come ne I sentieri dei nidi di ragno, in Marcovaldo Calvino trasforma l’elemento storico – nel primo caso la Resistenza, nel secondo il boom – tramite l’innesto di temi favolistici, una tecnica di straniamento simile al realismo magico che dà la possibilità di raccontare le storie più disparate. Così Marcovaldo mentre aspetta il tram scopre dei funghi che crescono in un’aiuola, un pezzo di verde in mezzo al cemento e la scoperta si configura come una piccola epifania nella sua giornata; allo stesso modo seduto su una panchina, fantastica che il parco cittadino sia una foresta, e questo lo riempie di meraviglia. Le figure dell’immaginario contadino, retaggio dell’Italia pre-boom, si innestano nel contesto urbano, e Calvino ha la capacità di creare un ponte fra presente e passato.

Ma in Marcovaldo non c’è solo la ricerca di elementi della tradizione in un altro orizzonte, c’è anche l’attestazione dei nuovi luoghi della modernità. Marcovaldo si perde fra i reparti di un supermercato, si lascia affascinare dalle forme e dai colori dei prodotti di consumo; prende il tram come se si imbarcasse su un veliero, e ogni viaggio è l’ennesima avventura verso quartieri inesplorati; si ritrova in un aeroporto e scruta la gigantesca mole degli aerei che si librano sulla pista d’atterraggio; segue con lo sguardo l’intermittenza delle insegne pubblicitarie in cui i neon si accendono e si spengono come bizzarre costellazioni.

In questo senso lo stratagemma di suddividere le narrazioni in quattro macroaree – estate, primavera, autunno, inverno – serve a variare i toni e le atmosfere dei racconti. Le storie a tema estivo sono le più immaginifiche, in queste Marcovaldo fantastica e si perde nella città, nella calura estiva trasfigura i palazzi in paesaggi naturali, proprio come Don Chisciotte fa con i mulini a vento. Più sfumate sono le metamorfosi dei racconti primaverili, che descrivono il precario equilibrio fra artificiale e naturale nel microcosmo della città. In essi Marcovaldo va alla ricerca di elementi naturali nel paesaggio urbano: i funghi nelle aiuole, i nidi di uccelli e gli alveari, i pesci nel fiume. Nei racconti autunnali l’elemento naturale è narrato come sul punto di soccombere all’elemento artificiale: sono racconti che parlano di gatti affamati sui tetti dei palazzi, di un coniglio con l’influenza che Marcovaldo non sa se curare o mangiare, di una piantina che cresce a stento sotto le cure dell’operaio. Allo stesso modo i racconti invernali sono quelli in cui sono preponderanti i luoghi e i simboli della modernità: il tram, l’aeroporto, il supermercato, l’autostrada. Calvino sperimenta varie combinazioni e vari modi di legare l’universo naturale e quello artificiale, sempre nell’ottica di raccontare la città come un ventaglio di possibilità negative e positive.

I racconti di Calvino si situano nell’orizzonte delle nuove scritture del boom economico, a opera di autori e intellettuali che cercavano di registrare l’atmosfera di un’Italia travolta da cambiamenti profondi. Tramite le sue favole urbane Calvino dialoga con le epopee di periferia dei ragazzi di vita di Pasolini, con i romanzi sull’universo della fabbrica di Ottieri e Volponi, con le storie variegate sulle realtà di provincia dei neorealisti. Se però molti intellettuali italiani del periodo hanno visto nell’industrializzazione solo gli aspetti più critici, occupandosi dei lati più negativi inerenti all’alienazione, l’autore ligure ha saputo problematizzare in maniera diversa l’entrata dell’Italia nella modernità globale. Ed è per questo che ci ha donato eroi quotidiani come Marcovaldo, che testimoniano la curiosità e la ricerca del meraviglioso nella vita di tutti giorni. Marcovaldo è un simbolo a cui appellarci, perché sintetizza il rapporto – spesso contrastante, ma sempre gravido di opportunità – fra l’uomo e il contesto in cui si trova a vivere, un legame di cui ci dimentichiamo l’importanza e l’influenza per tutti noi, cittadini o meno.

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