Robert Mapplethorpe e Patti Smith sono stati l’apice di una New York che non esiste più

New York, estate del 1967: una ragazza sta scappando da un fidanzato troppo assillante. Vive da poco nella Grande Mela e dorme in posti di fortuna, anche per strada quando capita. In un parco incontra un ragazzo dai modi gentili, che ha tutta l’aria di essere spiantato e sognatore quanto lei. Fanno amicizia, la ragazza gli chiede di fingersi il suo fidanzato, il solo modo per scampare alle attenzioni dell’ammiratore indesiderato. Il ragazzo accetta, la invita a casa sua, parlano di arte, politica, poesia. Quell’amicizia nata quasi per caso diverrà un sodalizio artistico di rara potenza, quello tra Robert Mapplethorpe e Patti Smith.

Negli anni Sessanta New York è una città in ebollizione: infuria la guerra del Vietnam e per le strade si riversano le folle della contestazione studentesca, migliaia di giovani da tutto il Paese raggiungono la grande città per provare a modellare e rivendicare una società migliore e per cercare di abbracciare un futuro diverso. Il Greenwich Village, nella downtown di Manhattan, è un terreno fertile per la bohème newyorkese: artisti, musicisti, poeti e giovani che vogliono dare un apporto alla controcultura si aggirano tra le sue strade alla ricerca di libertà d’espressione. Patti e Robert fanno parte di questa variegata moltitudine: hanno pochi soldi, tanti sogni, e spendono molte energie per dare vita alle proprie visioni artistiche. 

Patti Smith arriva a New York proprio nel 1967. Poco più che ventenne, ha già alle spalle una storia travagliata. È la prima di quattro figli, nata in una famiglia di modeste condizioni che ha vissuto fra Detroit, la Pennsylvania e il New Jersey. A diciannove anni rimane incinta e, nonostante la fuga del compagno ancora minorenne, decide di tenere la bambina. Appassionata di arte e poesia, legge avidamente Rimbaud durante la gravidanza, si appassiona alla poesia beat di Kerouac e Ginsberg e alla musica di Dylan e degli Stones, convinta di poter mantenere sua figlia lavorando in una tipografia. Ma le cose non vanno come sperato: Patti viene licenziata, si trova senza lavoro e senza la possibilità di finire il college. Così decide di tentare il tutto per tutto: affidata la figlia alle cure dei nonni, decide di lasciare il New Jersey per abbracciare la frenesia della Grande Mela.

La vicenda di Robert Mapplethorpe è altrettanto particolare: nativo di Long Island e coetaneo di Smith, vive un’infanzia felice in una famiglia numerosa. Educato al cattolicesimo, cerca conforto nella religione per reprimere i suoi primi istinti omosessuali, ma la sua attrazione per la bellezza e per le superfici del corpo umano, è troppo forte: compra di nascosto riviste omoerotiche e si scopre a fantasticare sui corpi dei culturisti. Alla ricerca della propria identità di adolescente abbandonata la religione, si lascia affascinare dalla nascente cultura psichedelica, prova l’LSD e sotto l’effetto degli allucinogeni scrive e disegna. Frequentare la propria interiorità ha un prezzo: Robert capisce che non può rimanere sotto il giogo della famiglia, e spinto dai dissidi con i genitori che minacciano di non finanziare le sue “follie”, abbandona la provincia per trasferirsi a New York, dove la comunità LGBT sta lottando per i propri diritti. E lui comincia a fotografarla.

Patti e Robert si incontrano per caso, ma si riconoscono immediatamente: sono anime inquiete, convivono con i fantasmi del passato e sentono di avere grandi progetti da realizzare. Dopo un’iniziale convivenza in Hall Street, prendono una stanza in affitto al Chelsea Hotel, un ritrovo di artisti frequentato dagli idoli di entrambi: lì, affacciato ai balconi in ferro battuto, Kerouac aveva scritto Sulla strada e Andy Warhol e Paul Morrisey vi avevano ambientato l’iconico film Chelsea girls. I primi tempi sono particolarmente difficili: Patti e Robert, amici e amanti, vivono di espedienti, tra lavoretti part-time, turni in libreria, tentativi mal riusciti di vendere le proprie opere, ma si prendono cura l’uno dell’altro. Robert inizia Patti alle droghe, le fa conoscere la cultura omosessuale, le spiega la storia dell’arte; Patti gli declama le sue poesie o quelle di Rimbaud, gli fa da musa e da madre, entrambi ascoltano il rock‘n’roll e si contaminano con il ritmo della città che gli appare – come scrive Smith nell’autobiografia Just Kids – “un luogo vero, selvaggio e sessuale”. L’energia sprigionata nella convivenza li influenza anche sul piano artistico: Robert decide di sperimentare nuovi canali artistici, più diretti rispetto alla scrittura e al disegno frequentati sinora, e per questo prende la macchina fotografica in mano. Sono di questi anni le prime fotografie di Mapplethorpe, autoritratti di scene quotidiane, con Patti e Robert abbracciati a simboleggiare la loro unione e a definire i volti tipici di una generazione che stava affermando la propria volontà di cambiamento. 

È Mapplethorpe a trovare il primo reading alla futura sacerdotessa del rock: nel 1971 Patti Smith si esibisce al St. Mark’s Poetry Project, accompagnata dal chitarrista Lenny Kaye, declamando Oath, una sfuriata in spoken-word che diventerà l’intro del suo primo album. Lo spettacolo è un successo: tra gli spettatori ci sono Andy Warhol, Lou Reed, Gregory Corso e Sam Shepard. Shepard e Reed vedono in Patti Smith l’elettricità di una gioventù che ha soppiantato i vecchi valori con un nuovo paradigma di vita inclusivo, libero, rivolto al futuro. Per questo la convincono a intraprendere la strada della musica, perché sul palco Patti dà il meglio di sé, ipnotizzando il pubblico con la sua voce cadenzata e con le movenze rituali.

Patti e Robert vivono insieme fino al 1972, quando Mapplethorpe lascia la camera al Chelsea hotel per andare a vivere con il gallerista Sam Wagstaff di cui si è innamorato. Il legame tra lui e Patti rimane però indissolubile: è di Mapplethorpe la copertina di Horses, il primo album della cantante, pubblicato nel 1975. La ritrae androgina e sensuale in modo non convenzionale, vestita da uomo, eppure in grado di esprimere tutta la sua femminilità. Mapplethorpe attraverso la sua fotografia ridefinisce i ruoli di genere, sfuma le linee dei corpi, ragiona sulla sessualità attraverso l’immagine, e ritrae la sua musa in formato di icona, sacerdotessa e madrina di un culto che stava nascendo, il punk. La cover di Mapplethorpe rispecchia appieno lo spirito di Horses: Patti Smith rivoluziona la forma-canzone, erige un muro di parole sorretto dalle chitarre ruvide e distorte. I pezzi di Horses sono suites che diventano cavalcate, in cui Smith intesse trame complicate, storie ascoltate per strada o immaginate: Redondo beach narra del suicidio di una ragazza, Birdland è l’incontro fantasmagorico fra un bambino e suo padre, Free money parla del rapporto fra amore e denaro. La title track Horses rievoca momenti della vita della cantante, intrecciandoli alla avventure dopo la morte di una figura maschile. Tutto può essere trasformato in epica nell’arte di Patti Smith, e andare a fondersi con l’immaginario di libertà che era già di Lou Reed, Tom Verlaine, Bob Dylan o i Velvet Underground.

Horses sarà il primo successo di Smith e Mapplethorpe: nascono nello stesso momento un’icona del rock e una stella della fotografia. Patti Smith continuerà la ricerca sonora, regalandoci altre pietre miliari della musica rock come Easter o Wave, mentre Robert Mapplethorpe ritrarrà il corpo in tutte le sue forme, esprimendo le mille sfumature della sessualità e dando voce alla comunità LGBTQ+. Lo faranno insieme, sempre uniti come una coppia di amici, amanti, confidenti in grado di sostenersi nelle difficoltà e ispirarsi a vicenda. Patti e Robert sono ancora insieme nel momento più tragico, poco prima della scomparsa prematura di Mapplethorpe, nel 1989, a causa dell’Aids. In Just Kids Smith racconta l’ultima volta che ha visto l’amico: “L’ultima immagine di lui fu come la prima. Un giovane che dormiva ammantato di luce, che riapriva gli occhi col sorriso di chi aveva riconosciuto colei che mai gli era stata sconosciuta”. Nella lontana estate del 1967 due anime affini si erano trovate, ed era come se si fossero conosciute da sempre, perché il loro destino era scrivere una pagina eversiva dell’arte del Novecento.

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