Come il fenomeno Lucio Dalla è riuscito nell’impresa eccezionale di essere normale - THE VISION

La vera cultura popolare è quella che si nutre di contaminazioni, che immette l’alto nel basso segnando il proprio tempo e quello a venire. Lucio Dalla l’aveva capito più di tutti, combinando Sanremo con la sperimentazione, il Festivalbar con Alda Merini, gli show su Rai 1 con l’arte d’avanguardia sotto i portici bolognesi, e senza perdere mai di credibilità. Non serve una riscoperta di Dalla, perché non è mai stato dimenticato, ma è necessario rimarcare il ruolo che ha avuto nella musica e nell’arte italiana degli ultimi decenni.

Nel Medioevo i giullari erano il punto di raccordo tra la letteratura colta e quella popolare, definiti “esseri multipli” dal filologo francese Edmond Faral. Dalla è stato giullare per natura anche quando volava altissimo nella sfera dell’arte, principalmente perché ha sempre schivato la seriosità e, usando le sue parole, considerava un’impresa eccezionale essere normale. D’altronde non poteva prendersi sul serio una persona che, come scritto sul campanello della sua casa in via d’Azeglio, aveva come pseudonimo Domenico Sputo, o che chiamava la sua barca Catarro.

Era invece serissimo nelle vesti da clarinettista, quando da ragazzo frequentava gli ambienti jazz di Bologna. Suonava con lui anche Pupi Avati, che ha raccontato di aver nutrito una profonda gelosia nei confronti di Dalla, ben più dotato al clarinetto. Un giorno, sulla Sagrada Familia a Barcellona, in preda alla frustrazione avrebbe addirittura pensato di buttarlo giù. Abbandonò quindi la musica e si dedicò al cinema, mantenendo con Dalla un’amicizia fraterna. Erano gli anni, i primi Sessanta, in cui a Bologna c’era un fermento musicale pulsante, reso vivo anche dalla decisione di diversi musicisti internazionali di trasferirsi sotto le torri. Uno di questi si accorse del talento di Dalla al clarinetto e lo invitò a suonare con lui per diverse jam session. Quel musicista era Chet Baker.

Fu Gino Paoli ad aprirgli le porte della carriera solista e della musica pop, a soli 21 anni. Era il 1964, e Dalla era un ragazzo stravagante, andava in giro con una gallina al guinzaglio e delle ciliegie al posto degli orecchini. Si presentò al Cantagiro e fu accolto con un lancio di pomodori. Quando calcò per la prima volta il palco dell’Ariston di Sanremo, nel 1966 con “Paff…bum!”, per la gente era un personaggio pittoresco, quasi cabarettistico, per via di un aspetto buffo e inusuale per quegli anni. La svolta arrivò con le edizioni sanremesi del 1971 e del 1972, quando Dalla presentò “4/3/1943”, che subì le cesoie della censura, soprattutto per la frase “E ancora adesso mentre bestemmio e bevo vino, per i ladri e le puttane sono Gesù Bambino”, e, l’anno dopo, “Piazza Grande”. Furono successi che proiettarono Dalla in cima alle classifiche, cambiando per sempre la sua vita. Qualunque altro musicista avrebbe seguito quel solco cavalcando il successo popolare. Non Dalla, che decise di iniziare a collaborare con il poeta Roberto Roversi e di spingersi verso la sperimentazione più sfrenata.

Lucio Dalla davanti al Piper Disco Club, Roma, 1967

Negli album Il giorno aveva cinque teste e Anidride solforosa, Dalla unì le libertà jazzistiche alle nuove forme musicali degli anni Settanta, con i testi di Roversi a segnare un rinnovato percorso fatto da intrusioni nella sfera politica e sociale, oltre a vere e proprie denunce ecologiste. L’influenza fu inevitabile anche per il percorso di Roversi, ex partigiano, comunista, codirettore di Lotta Continua: nelle canzoni Dalla canta di operai, emigrazione, incidenti sul lavoro, delinquenza minorile e sfruttamento del proletariato da parte della borghesia. La notte dopo aver finito il primo album della collaborazione, scrisse a Roversi: “Mi hai insegnato tutto, ad avere rispetto e paura allo stesso tempo, e amore per il mio lavoro”. Il rapporto non fu però sempre idilliaco, e quando il sodalizio giunse al termine a causa di divergenze sul ruolo dell’artista all’interno della società, per Dalla fu un evento traumatico: “Dopo Roversi non avrei mai immaginato di poter scrivere testi con altri,” confessò. Decise quindi di scriverseli da solo, i testi. Altri artisti avrebbero tentennato nel loro primo tentativo da parolieri, mentre Dalla diede alla luce Come è profondo il mare.

Dalla riuscì a trovare un equilibrio tra l’impegno civile di Roversi e un pop più accessibile, ma ugualmente geniale. Intanto il successo travolgente non gli aveva fatto perdere il senso primordiale della musica, quello della scoperta e della condivisione. Divenne una sorta di mecenate, fiutava i talenti e si prodigava per farli emergere: dagli Stadio, suo gruppo di supporto in tour, a un giovanissimo Ron; dai bolognesi Luca Carboni e Samuele Bersani, fino all’episodio di un giovane artista che faceva l’autostop con la chitarra a tracolla. Dalla gli diede un passaggio e ascoltò le sue canzoni, e decise di aiutarlo a trovare un contratto discografico: era Rino Gaetano. Dalla aiutò inoltre Morandi a superare un momento difficile della sua vita personale e professionale. Negli anni Settanta la sua notorietà era calata, l’avvento dei cantautori impegnati aveva spazzato via la spensieratezza pop degli anni Sessanta, e Morandi attraversò una crisi d’identità tra solitudine e gioco d’azzardo. Dopo una lenta ripresa, fu l’album Dalla/Morandi del 1988, con la collaborazione tra i due artisti emiliani, a sancire la sua definitiva risalita.

Nel 1979 collaborò invece con Francesco De Gregori, dando vita a Banana Republic, un memorabile tour negli stadi – e successivo album dal vivo – che vide un coinvolgimento di pubblico stratosferico e per il tempo inedito, anticipando la stagione degli artisti negli stadi diversi anni prima di Vasco Rossi e Ligabue. Nonostante l’enorme successo e uno status da portabandiera della musica italiana non solo nel proprio Paese ma anche nel mondo, Dalla rimase l’uomo imprevedibile e bizzarro di sempre. Un giorno conobbe un imbianchino, Vito D’Eri, che gli somigliava parecchio. Decise di assumerlo come sosia per sostituirlo durante gli eventi a cui non aveva voglia di partecipare. Dapprima D’Eri presenziò a cene e serate di gala, poi addirittura prese parte a eventi musicali, come il Festivalbar, dove si esibiva in playback al posto del vero Dalla. Quest’ultimo, per ricambiare il favore, un giorno si mise in tenuta da imbianchino e andò a lavorare al posto del suo sosia.

L’immagine di Lucio Dalla nella cultura di massa rappresenta un unicum, poiché legata strettamente a diverse realtà locali all’interno di un macrocontesto nazionale. Dalla è Bologna tanto quanto Bologna è Dalla; anche dopo la sua morte la città ha mantenuto la sua impronta in tutti i luoghi da lui vissuti e cantati. Ha attraversato il sottobosco culturale con curiosità e passione, duettando con i musicisti bolognesi e respirando l’arte dei fumettisti, dei designer, dei pittori, dei registi. Nonostante questo rapporto viscerale con la sua città, all’estero paradossalmente viene ricordato come uno dei più grandi cantanti napoletani, senza esserlo. Il merito, o la colpa, è della canzone “Caruso”. Verso la metà degli anni Ottanta, la barca di Dalla ebbe un guasto in prossimità del golfo di Sorrento, costringendo l’artista a passare la notte in un albergo della zona. Casualmente gli venne assegnata la stessa stanza dove un tempo dormì il tenore Enrico Caruso, di cui il personale dell’albergo gli raccontò la storia struggente, ovvero gli ultimi giorni di vita con una malattia polmonare che gli impediva di cantare e l’infatuazione per la sua allieva di canto. Dopo aver ascoltato questo racconto, Dalla tornò in stanza, si mise al pianoforte e, guardando dalla finestra il mare di Sorrento, scrisse “Caruso”. Inizialmente non voleva cantarla, non si sentiva degno di approcciarsi al napoletano. Superò le titubanze e fece uscire il brano nel 1986. Oggi, secondo la SIAE, è la canzone italiana più famosa al mondo dopo “Nel blu dipinto di blu”.

Lucio Dalla e Francesco De Gregori, 1978

Se Dalla è stato un artista dello spazio, e quindi legato ai luoghi che l’hanno ispirato per tutta la sua carriera, diventando un simbolo dell’italianità inclusiva e universale, allo stesso modo lo è stato del tempo, avendo la capacità di vivere il presente con un occhio rivolto al futuro. Canzoni come “L’anno che verrà” o “Futura”, rappresentano la prospettiva di un musicista che non è mai rimasto ancorato ai fasti del passato, pur nobilitandolo nel racconto dei suoi protagonisti, da Senna a Nuvolari, passando per Baggio. Dalla guardava così avanti da immaginare anche il suo funerale, con la pletora di politici a fare passerella: “Una buona ragione per non morire”. La morte arrivò nel 2012 a Montreux, dove si svolge uno dei festival jazz più famosi del mondo. Può sembrare un esercizio di retorica, ma Dalla non ha mai smesso di esistere in quanto “essere multiplo”, giullare elevato che ha tolto la polvere dalla musica pur trattandola con una devozione serissima. La sua eredità è il percorso di un uomo che non ha mai avuto paura della cultura popolare, e anzi l’ha fatta sua fino in fondo, nobilitandola ulteriormente.


Questo articolo nasce in collaborazione con C.P. Company, il brand fondato cinquant’anni fa dal designer bolognese Massimo Osti.

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