Dobbiamo usare la poesia per vivere, non come didascalia dei post di Instagram - The Vision

Quando si parla di poesia c’è una sorta di credenza diffusa che induce molte persone a pensare si tratti di qualcosa di ostico, aulico, se non molto noioso e con una certa boria. Il mercato della poesia italiana è inesistente. Ma oggi che il Nobel, nonostante i pronostici, è stato dato a una poetessa – Louise Glück, che nemmeno molti lettori forti conoscevano – improvvisamente tutti sui social sembrano essere diventati grandi appassionati di poesia. Averno e L’iris selvatico – gli unici due libri tradotti in italiano tra i tanti dell’autrice, entrambi da Massimo Bacigalupo per volere dell’autrice – sono ormai difficili da trovare: il primo è in ristampa – data l’esplosione di richieste, dalle poche centinaia che erano state vendute– il secondo è invece fuori catalogo. Il Nobel, d’altronde, insieme ai grandi premi nazionali, oltre a essere una scelta politica è, prima di tutto, una scommessa vinta (anche se l’editore italiano di Averno, Raimondo Di Maio è giustamente il primo a dire che non se lo sarebbe mai aspettato), una boccata d’aria per la casa editrice in possesso dei diritti, a maggior ragione se media o piccola, o molto piccola, qualcosa di molto concreto che permette di sopravvivere, di investire in altri libri, magari acquistando i diritti di opere straniere, pagare gli stipendi delle varie e necessarie professionalità della filiera, sostenere le spese dei software, i costi della carta e dell’inchiostro, fino a quelli che possono sembrare dettagli più gretti ma non lo sono affatto, come la carta igienica, il caffè e il riscaldamento. La poesia, però, è un ideale.

In Italia l’editoria rappresenta il più grande mercato culturale. Eppure, stando al Rapporto sull’Editoria dell’Aie (Associazione Italiana Editori) – riferito al 2018 e ai primi mesi del 2019 – tra i cinque maggiori mercati editoriali europei, l’Italia è il Paese con il più basso indice di lettura di libri tra la popolazione adulta. Il 40% degli italiani tra i 14 e i 75 anni, prima dell’avvento della pandemia, non aveva letto neanche un libro in un anno (dati comunque più positivi rispetto al 2014-2015, periodo in cui i non lettori avevano superato i lettori, per quanto deboli, del 7%). Dietro di noi si trovano solo la Slovenia, Cipro, la Grecia e la Bulgaria. L’Italia è anche il Paese in cui chi legge ha tra i più bassi indici di lettura: sempre rispetto alle principali realtà editoriali europee, il 41% dei lettori non arriva a tre libri l’anno e solo il 17% ha letto almeno un libro al mese. E solo l’1% delle fasce più giovani della popolazione (le più attive) ha dedicato almeno un’ora continuativa alla lettura. Infine, il nostro Paese si colloca all’ultimo posto per il livello di comprensione dei testi: solo il 24,8% della popolazione, infatti, sembrerebbe avere adeguate competenze nella comprensione e nell’analisi dei testi. Ciò significa che anche tra i lettori ci sono molte persone che leggono senza capire ciò che stanno leggendo, e molto spesso sono convinte del contrario, e sta qui il vero problema.

Questo Nobel, pur essendo un’attestazione di valore importante – per l’importanza che almeno all’estero viene ancora data alla poesia e per le donne (anche se dubito che Glück porrebbe l’accento su questo, a differenza dei tremendi titolisti italiani) – non farà sì che le cose in Italia cambino. Nessuno, come prima, leggerà le poetesse e i poeti, men che meno quelli italiani. I rari successi vengono o da poesie facilmente citabili, sentimentali, un mix tra i Baci Perugina e il New Age; o dall’esaltazione di autori e autrici stranieri, perché nelle loro nazioni non vengono trattati come venditori di enciclopedie, alieni o parassiti. La loro allure tutto sommato arriva fin qua, di fiera internazionale in fiera, se non direttamente da Instagram, di agente in agente, anche quando a ben vedere sono a dir molto mediocri. Subiamo pur sempre il fascino dell’esotico, anche perché ha quantomeno qualche possibilità di vendere. Il solo fatto di scrivere in inglese è sinonimo di auctoritas. Un poeta americano, che ha vinto il Pulitzer, ci sembra in partenza più interessante di qualsiasi italiano che si sforza in ogni modo per ottenere quattro righe su qualche inserto culturale della domenica.

Anche le realtà alternative, positive, nuove, qui in Italia sono fresche solo nella veste. I modelli di business potrebbero convincere solo altri umanisti, perché basta osservarli per vedere che fanno acqua da tutte le parti. E che a ben vedere, così come fanno gli agenti, la loro unica idea è di investire sistematicamente su chi per un motivo o per un altro i followers li ha già. Il seguito è a oggi e a tutti gli effetti garanzia di vendita, poco importa come lo si sia costruito, nulla è l’autorità della voce, o almeno la conoscenza delle regole di grammatica di base, d’altronde c’è sempre qualche poveretto a fare le correzioni del caso, quando non lo stesso editore. Le voci, così come i personaggi, possono sempre costruirsi. Li si può disegnare così bene che addirittura a loro sembrerà di esistere, di essere reali, di saper scrivere. La poesia è sempre più mediocre e noiosa anche perché appare in tutto il suo essere calco, imitazione, nemmeno della vita, ma della voce di qualcun altro. Ma la poesia, come l’amore – perdonate la visione morale – dovrebbe essere sfacciatamente gratuita. E quindi libera.

Dubito che il mercato della poesia avrà una crescita significativa in Italia, nonostante quest’ultimo Nobel. Forse per essere letti bisogna morire tragicamente, forse nemmeno quello. Ci vorrebbero azioni concrete, ed endemiche. Anche perché i problemi concreti sono molteplici. In primis quello della distribuzione. Alle case editrici non conviene investire nella poesia e piano piano si sta perdendo anche la capacità sartoriale di lavorarla, editarla, coltivarla, farla crescere. I tempi sono sempre più serrati, in un turbine di stampe che ricorda sempre più spesso quello che ha investito la moda. Si iniziano a intessere contatti prima ancora che i libri siano stati scritti. Ci si scambia favori tra poveri e misconosciuti, si litiga per piccole cose. Eppure, basterebbe uscire dal cerchio magico del capitalismo. Dato che non ci si guadagna niente in ogni caso, quale miglior ambito di sperimentazione per correre un rischio. Invece che far sottostare la poesia alle regole del mercato forse si potrebbe creare un mercato realmente alternativo, mostrando la necessità di leggere poesia e suscitando quindi il desiderio di utilizzarla, esperirla, sostenerla, acquistarla, partecipandoci. E con suscitando il desiderio di leggere poesia non parlo di poesia comica, performance o cose instagrammabili alla Francesco Sole – che peraltro almeno i numeri li fa a differenza di tanti autori wannabe influencer. Il punto è sempre l’intenzione che muove le azioni. Vuoi scrivere poesia o vendere? Le due cose non devono per forza escludersi, sia chiaro. Anche se l’esperienza che abbiamo sotto gli occhi raramente non lo conferma. Forse, però, l’obiettivo primario della poesia non dovrebbe essere l’andare incontro ai gusti del grande pubblico per essere venduta, quanto andarli a nutrire. Forse la poesia non è affatto un “prodotto culturale”, ed è per questo che non si riesce a vendere come gli altri generi e a trasformare in maniera efficace in merce. E forse non riesce a essere ridotta a uno dei tanti bisogni indotti che ci vengono suggeriti perché non ne comprendiamo più la necessità. Forse la poesia oggi non dovrebbe essere un libro stampato, ma prima di tutto un modo di ricominciare a percepire noi stessi e il mondo che nasce dall’ascolto dell’incomprensibile, portando con sé sempre una parte di oscuro, di indecifrabile. Invece tutto viene ormai rigorosamente e sistematicamente messo in chiaro: quando si parla di amore e quando si parla di morte, quando si parla di eros e quando si parla di malattia. Ogni cosa è illuminata, anzi, smarmellata.

Le persone non leggono e non riconoscono più il motivo per cui dovrebbero farlo, in particolare in Italia. E questo dato non è direttamente collegato al fattore economico, visto che esistono le biblioteche: neppure quelle vengono frequentate. È semmai legato all’habitus sociale. Legge chi viene da una casa tappezzata di libri, chi ha genitori o nonni che leggono; legge un po’ di più chi è in una buona situazione economica, è vero, legata magari all’essere parte di una famiglia che conta laureati e professionisti con ruoli di una certa responsabilità, ma non è sempre detto, non vuol dire niente, sono semplici statistiche, e come tutte le statistiche possono essere cambiate.

Leggere, e soprattutto comprare, libri in Italia, negli ultimi quindici anni mi sembra abbia assunto un significato sempre più legato alla definizione di uno status. Tanto che in molti comprano per esibire sui social, e non leggono. Una volta avrebbero comprato per esibire i titoli nella loro libreria quando organizzavo aperitivi e cene. È lo stesso. Si legge – e si scrive – per incontrare se stessi, come no, ma soprattutto per entrare a far parte di un mondo la cui immagine ci arriva ancora distorta dal secolo scorso. Un mondo di eletti, di persone libere e colte, che a ben vedere usano quella cultura per dominarne altre. E questa è ancora l’idea che alberga nell’immaginario di tanti studenti di discipline umanistiche e che fa sì che quando poi arrivano a scontrarsi con la realtà – a tutti gli effetti orrida – si generino disillusione e risentimento, per essere stati ingannati, per aver creduto in una favola, per non essere stati avvisati da nessuno. L’unica cosa che ancora conta è il potere e il profitto. E non è un caso se nelle università non si formano cervelli, anzi, direi che sistematicamente quegli stessi cervelli vengano deformati, obbligati a uniformarsi alle meccaniche di premi e di punizioni tipiche del sistema scolastico.

Il sapere, quando ancora gli veniva riconosciuto un valore, è stato per secoli un mezzo di dominazione. Per questo i nostri genitori e prima di loro i nostri nonni ci dicevano che era importante studiare, andare a scuola, non fare come loro. C’è stata un’epoca in cui davvero conoscere significava essere liberi, o quantomeno non indifesi. Se non avevi la forza che ti dava la proprietà, potevi avere quella del tuo cervello. E chissà, magari ti avrebbe anche fatto raggiungere un buon lavoro e migliorare la tua posizione sociale. Se non hai né il patrimonio, né la conoscenza dalla tua, non ti resta allora che la forza delle mani. Da qui le rivoluzioni.

Ma la rivoluzione fatta coi forconi, come ci insegna la storia, non porta a niente di nuovo, semplicemente a un sovvertimento del potere e all’istituzione di un nuovo potere che in breve tempo assumerà gli stessi tratti negativi del vecchio appena smantellato. Marx lo diceva chiaramente: prima di fare la rivoluzione è necessario sviluppare una profonda coscienza di classe, ovvero di sé all’interno del sistema, solo così la rivoluzione porterà a qualcosa di realmente diverso. Questa coscienza nasce in primis dall’osservazione del mondo, dalla capacità di discernerlo. Solo una volta che si sarà esercitato e sviluppato un pensiero critico, alfabetizzato, capace di creare gerarchie tra i concetti, di dare forma alle idee, sarà possibile inserirci delle nozioni. Mentre oggi nella nostra scuola dell’obbligo, quella che dovrebbe tramandarci l’importanza della lettura, si fa esattamente l’opposto, si danno le nozioni e ci si aspetta che si formi un pensiero critico. Proprio come succedeva nell’Ottocento, quando Dickens in Tempi difficili criticava aspramente questa impostazione paragonando gli studenti a vasi pronti per essere riempiti fino all’orlo di “imperiali litri di fatti”, ovvero di verità comunemente accettate e diffuse perché passate al vaglio del potere. Verità squadrate e sterili.

Forse, la rinascita di questo pensiero, che non viene dalle università, potrebbe venire proprio dalla lettura, bulimica, varia, disordinata, libera, autodidatta, creativa. Bisogna darsi l’occasione di cercare, iniziare, non finire e soprattutto di non capire tutto, come diceva la grande autrice di racconti, poetessa e attivista Grace Paley, perché proprio nella percezione del non aver capito una parola o un concetto si crea lo iato che ci chiede di essere superato. Il meccanismo attivato dalla lettura di poesia è esattamente questo, e dunque dovrebbe essere nostra responsabilità mantenerla viva, attivamente, in maniera partecipata e collettiva, provando a ripartire proprio da lì, solo così forse saremo in grado di riconoscere e dare un senso ai fatti. Perché ormai non solo i nostri pensieri sono sempre più rigidi, e quindi violenti, ma sono sempre più tratteggiati, come se lo spirito del nostro tempo, fatto dai sentimenti, dai sogni, dai simboli che ciascuno di noi porta con sé, fatto dalla nostra personale poesia, si stesse sfaldando di più ogni giorno che passa, come nella Storia infinita, vittima del nulla, anzi, di qualcosa di molto peggio.

Foto in copertina dal film La doppia vita di Veronica di Krzysztof Kieślowski

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