Le storie di Joyce Carol Oates raccontano il nostro Occidente fatto di disuguaglianze

Dopo l’elezione di Donald Trump alla presidenza, migliaia di persone sono scese in piazza per protestare a New York, Portland, San Francisco e decine di altre città. Gli Stati Uniti si sono scoperti ancora una volta divisi e incapaci di sanare quella frattura che ne mette una parte contro l’altra. Neanche durante l’amministrazione Obama la situazione era migliore, con le  violente proteste a sfondo razziale di Ferguson, indizio della discordia che poi porterà Trump alla Casa Bianca. Ripercorrendo  la storia statunitense si trovano molti episodi simili , momenti in cui il disagio sociale rende ancora più evidenti  le diseguaglianze della democrazia occidentale. Una delle proteste più violente degli anni Sessanta fu quella di Detroit nel luglio del 1967: per tre giorni i cittadini afroamericani, stanchi  della povertà, del razzismo e dell’atteggiamento repressivo delle forze dell’ordine, misero a ferro e fuoco la città, scatenando una violenta repressione da parte della polizia che causò 43 morti.

Nel 1970 Joyce Carol Oates vince il National Book Award con Loro, un libro basato sui fatti di quei giorni. L’autrice sceglie di raccontare  la protesta dal punto di vista della famiglia Wendall che fa parte del proletariato urbano bianco di Detroit. Oates descrive il contesto white trash venutosi a creare a causa dello sviluppo urbano diseguale: Loretta rimane vedova durante la seconda guerra mondiale e, dopo anni di vagabondaggi, riesce a stabilirsi con i due figli piccoli nei sobborghi di Detroit, sposandosi con un poliziotto che le dà l’illusione di essere protetta, prima di dimostrarsi maschilista e violento. I suoi due figli, Jules e Maureen, crescono tra le angherie del padre acquisito e la povertà generalizzata di un Paese che, nello sviluppo del Dopoguerra, vede nel proletariato urbano solo forza lavoro sacrificabile. La Detroit del romanzo non è molto diversa dalla città che più di tutte ha subito la crisi del 2008. Il contesto di violenza urbana in cui Maureen è trattata come oggetto sessuale, tanto da arrivare a prostituirsi per sopravvivere, e Jules diventa prima un delinquente e poi agitatore delle proteste, è lo stesso che ritroviamo oggi nella Detroit post crisi, trasformata dalla deindustrializzazione in una città fantasma.

Alcuni ragazzi guardano i resti di un edificio distrutto a seguito degli scontri di Detroit, 1967

Lo scopo della scrittrice non è solo descrivere il contesto che ha portato alle proteste, ma i meccanismi di esclusione che scatenano la rabbia sociale, negli Stati Uniti come in tutto l’Occidente. Come spiega la stessa Oates nella postfazione “Il titolo Loro mi è arrivato come un’ispirazione: suggerisce subdolamente che ci sia un loro e un noi; che ci sia, nella nostra nazione democratica, una categoria di loro a cui guardiamo con pietà, meraviglia, repulsione, superiorità morale, come se ci separasse un abisso”. Loro è il terzo capitolo dell’Epopea americana, un tour de force di quattro romanzi dove la scrittrice ha dimostrato il suo talento, mettendo a nudo le contraddizioni che minano la società statunitense. 

Il giardino delle delizie, primo volume dell’Epopea americana nonché primo romanzo della scrittrice a raggiungere il grande pubblico risale al 1967. Stavolta l’ambientazione è rurale: nell’Arkansas degli anni Cinquanta la quindicenne Clara, figlia di braccianti, coltiva il sogno di fuggire da una vita di lavoro e fatica. Lo farà con Lowry, beatnik molto più vecchio di lei che le promette una vita avventurosa insieme. Il sogno si infrange quando Lowry la abbandona dopo averla messa incinta e pur di sopravvivere la ragazza accetta di diventare  l’amante di Revere, un ricco uomo d’affari già sposato. Clara cerca di crescere il figlio Swann al riparo da questa situazione di disagio, ma il suo destino sarà altrettanto tragico: cresciuto senza un padre e affetto da deficit emotivi e cognitivi, diventerà un criminale. La penna di Oates è implacabile nell’analizzare i processi sociali che generano povertà e violenza. I personaggi dell’autrice sono gli antenati degli elettori di Trump, guidati dalla rabbia per l’esclusione sociale e il disagio che ancora oggi caratterizzano gli Stati rurali. Dagli anni Settanta la portata della divisione tra centro e periferia è cresciuta fino a raggiungere le dimensioni di una frattura insanabile, paradossalmente aggravata dall’iperconnessione del mondo globale. 

Joyce Carol Oates

Vittima (ma anche carnefice) è anche Richard, rampollo della famiglia Everett in un anonimo sobborgo degli anni Sessanta. Gli Everett vivono l’illusione del benessere di una classe media che sente i propri sogni realizzati grazie al consumismo. Nel 1968 Oates scrive I ricchi, una satira della borghesia sotto forma di diario, dove Richard racconta la sua vita agiata, la presunzione di essere migliore degli altri perché benestante. Il protagonista rivela presto la sua anaffettività, un disagio così profondo da non poter essere descritto a parole che sfocia in un delitto compiuto per noia. Non esistono redenzione o compassione nel mondo de I ricchi: Oates condanna senza appello quella classe media egoista che non si rende conto del prezzo dei propri privilegi, pagato da altri. Nel corso di pochi anni l’illusione del benessere scompare, lasciando la classe media impoverita e guidata dal risentimento e dalla paura di perdere i privilegi di un mondo fittizio. Nelle sue pagine Oates ha intuito con più di 40 anni di anticipo la deriva di rabbia e frustrazione che ha portato la classe media statunitense a essere il principale bacino elettorale di Trump. 

Donald Trump

Dopo Loro, l’Epopea americana si chiude con Il paese delle meraviglie. L’ultimo capitolo ruota intorno a Jesse Vogel, figlio della borghesia statunitense, che vede la sua infanzia sconvolta da un delitto. Sopravvissuto per miracolo al massacro della sua famiglia, Jesse rielabora il trauma attraverso l’ambizione. Diventato neurochirurgo di fama mondiale, Jesse crede di essersi lasciato alle spalle il trauma del passato, ma si sbaglia: desideroso di avere una famiglia felice, si trasforma in un padre autoritario, intrattenendo un rapporto morboso con la figlia Michelle. La ragazza, come ogni personaggio femminile di Oates che tenta di emanciparsi, fugge con Noel, un santone della controcultura. La comune hippie dove si rifugiano è altrettanto dispotica, una parodia nera della famiglia Manson che finisce per trasformare i due in zombie dipendenti dalle droghe lisergiche. L’autrice, dopo l’analisi degli Stati Uniti rurali, dei sobborghi e delle periferie urbane, con il quarto volume ha messo in luce la deriva della controcultura. Se l’ideologia dei padri è stata oppressiva, nemmeno il mondo creato dai loro figli è riuscito a liberarsi dalle contraddizioni contro cui si battevano. Molti di quegli hippie hanno abbracciato in pieno la cultura individualista che li ha educati, aggravandone gli effetti sulla società, dopo averla trasformata nell’ideologia tecnoutopista della Silicon valley, a cui si ispirano tutte le grandi aziende del mondo.

Il ruolo della donna nella società occidentale, la famiglia incubatore di malessere, le disparità sociali, la violenza che permea la nostra cultura: grazie alle penna di Joyce Carol Oates questi temi emergono con brutale chiarezza nei suoi romanzi. Nel corso della sua carriera la scrittrice è tornata più volte su questi temi, come in Una famiglia americana, il racconto della disgregazione di un nucleo familiare dopo un lutto, Ragazze cattive, la cronaca dei vagabondaggi di cinque ragazze senza fissa dimora negli Stati Uniti degli anni Cinquanta o Jack deve morire, storia di uno scrittore che non riesce a gestire la pressione della celebrità. Per Oates le contraddizioni sono il fulcro della sua narrazione, in modo che la società si renda conto delle ingiustizie che produce e tollera giorno dopo giorno. 

Ci stupiamo ancora per ogni nuovo leader populista che viene eletto, per ogni delitto o crimine di cui leggiamo sui giornali: all’improvviso scopriamo che il sistema democratico si è inceppato per dei deficit sempre più gravi. Scrittori come Joyce Carol Oates ci ricordano che le disfunzioni non sono eventi improvvisi , ma il prodotto di politiche e comportamenti sedimentate nel tempo. L’importanza di narrazioni come L’Epopea americana è proprio questa: diventare un archivio morale a cui guardare quando c’è bisogno di riflettere sui nostri errori e sugli errori di chi è venuto prima di noi. Attraverso il racconto di vite ipotetiche – fittizie sulla pagina, ma reali nelle premesse – possiamo trovare spiegati con lucidità i meccanismi che regolano la società. Grazie alla letteratura possiamo confrontarci con questi valori e ritrovarli quando sembrano perduti, per capire quali lasciarci alle spalle e su quali basare la costruzione di una società più giusta e inclusiva.

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