50 anni fa Joni Mitchell scrisse la migliore canzone su Woodstock. Senza esserci stata.

In questi giorni, mezzo secolo fa stavano per cominciare i tre giorni di pace, amore e musica del festival di Woodstock, e voi non c’eravate. Non è grave. Non c’era nemmeno Joni Mitchell, l’autrice della canzone omonima.

La colpa in questi casi è sempre del manager: Elliot Roberts convinse Joni che una comparsata tv al Dick Cavett Show sarebbe stata una promozione più efficace per il suo secondo album rispetto a un festival improvvisato, che sui manifesti citava Woodstock anche se la contea omonima aveva rifiutato di ospitarlo. Ma il nome era importante, era un simbolo. Per i ventenni di allora, “Woodstock” era il villaggio dove, nel 1966, si era ritirato Bob Dylan per riprendersi dopo un grave incidente in motocicletta, cancellando una tournée e tornando a suonare musica folk o country. Poco importa che, in realtà, il festival si sarebbe svolto 70 chilometri più a sud rispetto al punto indicato nel cartellone.

Joni Mitchell ed Elliot Roberts

La strada la trovarono in 400mila (alcuni dicono 500mila), rispetto ai 75mila previsti dagli organizzatori. Chi non si era procurato il biglietto entrò lo stesso, mentre i tempi di esibizione degli artisti si dilatarono al punto che Jimi Hendrix, che aveva insistito per chiudere il concerto la domenica del 17 agosto, terminò alle 11 del lunedì mattina. Nonostante il caos e le premesse, tutto andò per il meglio. Questo nonostante Bob Dylan non presentò – perché odiava gli hippie (e i promoter del festival all’Isola di Wight lo pagavano meglio) – nonostante si verificarono ingorghi stradali, non vi fossero strutture igieniche e sanitarie sufficienti, il luogo del concerto fosse inondato di fango. I quotidiani allarmati chiedevano ai cronisti in loco di soffermare l’attenzione su violenze e atti di vandalismo, ma questi fortunatamente non si verificarono. La controcultura divenne la cultura egemone per un’intera generazione e per i baby boomers statunitensi Woodstock fu un successo necessario quanto inatteso. E Joni Mitchell non era presente per testimoniarlo.

Woodstock, 1969

La sua assenza le venne sbattuta in faccia per molto tempo. Anche in tv Mitchell si ritrovò a condividere la ribalta con i “reduci” del concerto. Il conduttore Dick Cavett la mise a sedere in cerchio con Grace Slick dei Jefferson Airplane – che parlava con un misto di serietà e ironia del suo set domenicale come di un’esperienza religiosa – con il suo ex David Crosby – che la definiva la “cosa più strana mai avvenuta sulla terra” – e con Stephen Stills – che sfoggiava orgoglioso i jeans infangati. A Woodstock si era svolta l’unica battaglia che aveva senso combattere: la pace aveva vinto sulla guerra, la speranza sul caos. Ma Joni Mitchell non c’era per colpa di un maledetto manager.

Joni scrisse Woodstock a 25 anni. A otto anni cominciò a comporre al piano, a nove a fumare, a dodici abbandonò temporaneamente la scuola per suonare la chitarra con gli artisti di strada di Saskatoon, in Canada, collaudando accordature alternative perché la poliomelite contratta a nove anni le aveva lasciato delle difficoltà articolari. A 20 anni si trasferì a Toronto, con l’idea di fare la folksinger nel breve momento in cui il folk, grazie a Joan Baez e Bob Dylan, aveva soppiantato il rock nell’immaginario giovanile. Rimasta incinta, sposò un cantautore che le promise di allevare il figlio come suo, per poi rimangiarsi la parola. A 24 lasciò il marito e si trasferì a New York proprio nel momento in cui la scena folk iniziava a tramontare. Era stato David Crosby, ex chitarrista dei Byrds, a scoprirla in un caffè e a capire che Joni non era una semplice cantante folk. Nell’autunno del 1968 Judy Collins scalava le classifiche con la sua Both Sides Now, mentre Crosby riuniva in un unico gruppo (i CSNY) Stephen Stills, Neil Young e Graham Nash, il nuovo compagno di Joni. Fu proprio il resoconto entusiasta di Nash a ispirararle il testo di Woodstock: i CSNY contribuirono molto alla mitologia futura del festival con la loro Suite: Judy Blue Eyes.

Joni Mitchell e Graham Nash

Roberts, che era il manager di CSNY e di Joni, scelse di lasciare indietro lei perché sapeva che non era la più adatta a un evento del genere: due settimane prima, all’Atlantic City Pop Festival, aveva reagito allo scarso interesse del pubblico abbandonando il palco in lacrime. Joni Mitchell è infatti l’esempio più classico di musicista che piace più ai colleghi che al grande pubblico. Fu proprio questo suo aspetto a metterla in condizione di descrivere meglio di chiunque altro l’essenza del festival. Joni, a giudiziosa distanza dal fango e dal fumo, ha saputo cantare Woodstock non per quello che è stato, ma per quello che avrebbe voluto essere: l’anti Vietnam.

Woodstock di Mitchell, presentata al piccolo folk festival di Big Sur, diventò presto l’inno di una nuova religione, un salmo mai sentito prima e difficilmente eseguibile se non da lei. Joni arrivava più in alto di tutti, faceva la musica più complessa di tutti e quindi non poteva trovarsi a suo agio con tutti. La canzone ricevette tuttavia il battesimo della folla nel 1969, durante il secondo festival dell’Isola di Wight. Che il miracolo pacifico di Woodstock fosse stato fortuito e probabilmente irripetibile lo si era già visto nel dicembre del 1969 ad Altamont, in California, dove l’idea dell’entourage dei Rolling Stones di avvalersi della gang di motociclisti Hell’s Angels come servizio d’ordine aveva portato a un disastro, con accoltellamenti e un morto. Se ad Altamont la civiltà dei festival aveva rivelato il lato violento, sull’Isola di Wight erano invece riemerse le contraddizioni del flower power con il conflitto di classe tra gli hippy ricchi che avevano potuto permettersi traghetto e biglietto, e quelli meno ricchi, confinati in un recinto scomodo e lontano dal palco, prontamente battezzato Desolation Row. Tra i reclusi c’era anche un vecchio maestro di yoga di Joni Mitchell.

Isle of Wight Festival, 1970

”Quel tipo, Yogi Joe, lo conoscevo dai tempi delle grotte di Matala, mi ha dato la prima lezione di yoga. Me lo ritrovo sul palco all’improvviso, si siede ai miei piedi e comincia a suonare i bonghi, con un pessimo senso del ritmo. Alza gli occhi su di me e dice: ‘Lo spirito di Matala, Joni!’ Io sposto il microfono e gli dico: ‘Questo è assolutamente inopportuno, Joe’”, ricorderà Joni in seguito. Al termine dell’esibizione Yogi Joe prese il microfono, annunciando che “Desolation Row è il festival”, e continuò a tenerlo finché la security non lo allontanò Yogi dal palco. Il pubblico non reagì bene, fischiò Joni, colpevole di non aver accettato di rovinare la sua Woodstock con una pessima esecuzione con i bonghi. Quello che fece Joni in realtà fu pretendere rispetto per il suo lavoro e riaffermare il possesso esclusivo sulla sua canzone, infrangendo l’illusione democratica costruita dai musicisti che avevano cantato a Woodstock e a Big Sur.

Proprio in quei giorni Woodstock iniziò a scalare le classifiche: a reinterpretarla per primo fu un gruppo semisconosciuto fondato da Ian Matthews, già cantante dei Fairport Convention. Si chiamavano Matthews Southern Comfort, e la loro Woodstock aggiunse all’originale un sapore nuovo, un improvviso senso di nostalgia per qualcosa che ieri era ancora possibile e oggi non lo è più. Joni non aveva nostalgia per Woodstock; solo il rimpianto di non esserci stata e la possibilità di immaginarla più bella della realtà. Matthews invece la descriveva come un vecchio album di fotografie, con foto dai colori sgargianti destinati a ingiallire in fretta. Chi ascolta la cover dei Matthews Southern Comfort non può impedirsi di riflettere con amarezza sui bombardieri che non si sono trasformati in farfalle.

Joni Mitchell e il gruppo Matthews Southern Comfort

In quello stesso autunno scomparvero, nel giro di qualche settimana, Jimi Hendrix e Janis Joplin. Anche i CSNY sciolsero il loro sodalizio e, anche quando tornarono a lavorare insieme, non riuscirono mai più a raggiungere i livelli di Déja Vu. Joni ebbe ancora una lunga e straordinaria carriera: continuò a cantare Woodstock, ma mai più a un festival. Il destino più bizzarro di tutti fu forse quello di Ian Matthews, che mancò di poco il successo con i Fairport Convention e lo trovò, senza cercarlo, con Woodstock. Un giorno Matthews abbandonò il gruppo nel mezzo di un soundcheck, prese un treno e si chiuse in casa per una settimana. Da allora non ha più smesso di scrivere canzoni e incidere dischi, ma non ha mai più ottenuto il successo di Woodstock. Forse non ci ha nemmeno provato, consapevole che quei tre giorni di pace, amore e musica sono stati il frutto di un caso, fortunato e irreplicabile.

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