Ipazia, l’astronoma e filosofa uccisa dai cristiani per aver difeso la scienza e sfidato la religione

Nel quarto romanzo di Umberto Eco, Baudolino, l’omonimo protagonista rimane affascinato da una donna in compagnia di un unicorno, che gli ispira un senso di serena adorazione. Scopre poi che si tratta di Ipazia o meglio di una delle tante “Ipazie” che vivono in un bosco nei pressi di un lago. L’apparizione racconta in greco a Baudolino che, dopo la morte della pensatrice alessandrina, le sue “repliche” si sono riunite per ricordarne gli insegnamenti, convinte come la loro fonte di ispirazione che la sapienza sia l’unico strumento “per far affiorare la verità”.

Il fatto che Ipazia venga rievocata in un libro pubblicato agli albori del nuovo millennio, secoli dopo la sua morte, ne testimonia l’assoluta modernità. E non è un caso che, in un evento in ricordo di Franca Rame, Dario Fo abbia reso omaggio a una delle donne che più avevano ispirato la moglie, chiarendone la grandezza: “Era una donna libera, estesa, aperta e politica, che faceva forza di questo suo sapere per dimostrare che tutti sono uguali, che tutti hanno le stesse possibilità. È stata processata, aggredita, fatta in pezzi così piccoli che non si contavano: perché intelligente e questo agli uomini faceva paura”.

Ipazia crebbe in un contesto che sicuramente ne influenzò la natura anticonformista e l’inestinguibile sete di sapere. Tra la fine del quarto e l’inizio del quinto secolo d.C., Alessandria d’Egitto era infatti uno dei centri commerciali e culturali più importanti dell’Impero romano d’Oriente ed era soprattutto una città stimolante e multietnica, abitata da persone di diverse provenienze e credo: oltre alla popolazione di origine greca – la più numerosa e influente politicamente –  ospitava infatti anche egizi, giudei, arabi, siriani e persiani.

Ipazia

Quello che oggi sappiamo di Ipazia lo dobbiamo principalmente a due suoi contemporanei: il filosofo neoplatonico Damascio e lo storico Socrate Scolastico. Entrambi preferiscono non soffermarsi troppo sui primi anni di vita della donna nei loro scritti: Damascio si limita a dirci che Ipazia nacque, crebbe e fu educata ad Alessandria mentre Socrate Scolastico nella sua Storia Ecclesiastica la introduce facendone un ritratto abbastanza completo: “Ad Alessandria viveva una donna di nome Ipazia; era figlia del filosofo Teone. Ella giunse ad un tale grado di cultura che superò di gran lunga tutti i filosofi suoi contemporanei, ereditò la scuola platonica che era stata riportata in vita da Plotino, e spiegava tutte le scienze filosofiche a coloro che lo desideravano”.

Socrate Scolastico ricorda immediatamente il padre di Ipazia, una figura fondamentale che le permise di diventare una delle più grandi menti del mondo antico. Teone era infatti un grande matematico che dirigeva il Museion, una delle accademie più importanti dell’epoca. All’interno di questo luogo, sua figlia iniziò ad appassionarsi alla filosofia e alla scienza, dimostrando subito una grande predisposizione allo studio che, nella tradizione di Alessandria, era particolarmente focalizzato sulla geometria e l’aritmetica. Queste materie andavano però affrontate con un approccio non fine a se stesso ma affinché diventassero utili strumenti nella comprensione del mondo fisico.

In breve tempo, Ipazia divenne in grado di comprendere e poi addirittura ampliare gli studi del padre, al punto che molti suoi contemporanei, come Filostrogio, la consideravano migliore di lui. Lo storico si sofferma soprattutto nel far notare la superiorità di Ipazia in quella che lui chiama “l’arte di osservazione degli astri”. E anche un epigramma elogiativo del poeta Pallada si sofferma proprio sulla fascinazione della donna per la volta celeste: in un verso si legge infatti “verso il cielo è rivolto ogni tuo atto”. Nel suo libro dedicato a Ipazia, Gemma Beretta si concentra proprio su queste parole cercando di spiegarne il senso: “Ipazia insegnava ad entrare dentro di sé (l’intelletto) guardando fuori (la volta stellata) e mostrava come procedere in questo cammino con il rigore proprio della geometria e dell’aritmetica che, tenute l’una insieme all’altra, costituivano l’inflessibile canone di verità”.

Nel 2009 è uscito nelle sale cinematografiche Agora, un film incentrato sulla storia di Ipazia. Nella parte iniziale della pellicola, si vede la protagonista intenta a spiegare ai suoi allievi il perché le stelle non cadano dal cielo usando una figura geometrica come il cerchio: “Quanti sciocchi si sono domandati perché le stelle non cadono dal cielo. Ma voi che avete ascoltato il saggio sapete che le stelle non si spostano né in su né in giù. Esse ruotano da Est a Ovest seguendo il corso più perfetto mai compiuto: il cerchio. Poiché il cerchio domina i cieli le stelle non sono mai cadute”. In questa scena, lo spettatore scopre una delle intuizioni da cui si sviluppa buona parte del percorso teorico-filosofico di Ipazia: il cerchio è una figura perfetta perché ha un centro, esattamente come il cosmo. Esiste un centro del cosmo che tiene tutte le cose legate insieme e questo è il motivo per cui  gli oggetti e gli esseri umani rimangono con i piedi ben piantati per terra: “Se non vi fosse un centro, l’universo sarebbe informe, infinito, amorfo e caotico”, conclude Ipazia alla fine della lezione ricostruita nel film.

Agorà (2009)

Oggi, anche a causa del celebre incendio dell’immensa biblioteca di Alessandria, non sono rimaste testimonianze dirette delle sue scoperte e dei suoi esperimenti. Le sue intuizioni sono state però riportate soprattutto nelle opere del padre e nei carteggi avuti con altri scienziati di allora. Oggi sappiamo che si devono a Ipazia alcune teorie rivoluzionarie per i tempi sul movimento dei pianeti, grazie alle quali intuì con molti secoli d’anticipo quello che poi verrà dimostrato solo in seguito nella prima legge di Keplero sulle orbite ellittiche. Ipazia ebbe peraltro gli stessi dubbi sulla teoria geocentrica che porteranno solo molto tempo dopo alla rivoluzione copernicana. All’interno dei Commentaria a Tolomeo scritti dal padre, rilevò i gravi errori nei calcoli dell’astronomo, mettendone in dubbio l’idea corrente che tutto girasse intorno alla Terra. Ci riuscì riprendendo il sistema eliocentrico di Aristarco, che era stato inizialmente sconfessato dai conti sbagliati di Tolomeo. Ipazia rovesciò insomma il sistema tolemaico adottando un punto di vista diverso: decise di immaginare delle ellissi in contesti in cui si era ragionato fino ad allora partendo da altre forme. All’interno di un’analisi del film Agora, il critico cinematografico Gianni Canova paragona il ribaltamento radicale di prospettiva operato da Ipazia a quello che siamo costretti a fare noi spettatori sul finale di un’altra pellicola diretta dallo stesso regista, Alejandro Amenabar: in The Others veniamo infatti obbligati a renderci conto “che gli altri che avevamo temuto durante tutto il film in realtà siamo noi”.

Le scoperte di Ipazia non si limitarono comunque alla sfera teorica, dato che si occupò anche di meccanica e di tecnologia applicata. Le vengono attribuite oggi principalmente due invenzioni: l’areometro e l’astrolabio piano. Il primo strumento serve a determinare il peso specifico di un liquido e ha l’aspetto di un tubo sigillato con un peso fissato a un’estremità: a seconda di quanto questo tubo affondava in un liquido, era possibile leggerne su una scala graduata il suo peso specifico. L’astrolabio invece aveva due dischi metallici forati che ruotavano uno sopra l’altro attraverso un perno rimovibile: venne utilizzato per calcolare il tempo, ma soprattutto definire la posizione del Sole, delle stelle e dei vari pianeti.

Anche attraverso queste invenzioni, Ipazia arrivò ad avere una visione completamente diversa del mondo e del cosmo, ma la società in cui viveva non era ancora pronta ad accogliere né le sue scoperte né tantomeno il suo modo di porsi. Come scrive Socrate Scolastico la sua autonomia, la sua intraprendenza e la sua straordinaria cultura la rendevano una voce importante anche in un mondo dominato da uomini e, se è vero che molti la rispettavano profondamente e arrivavano a provare per lei una sorta di timore reverenziale, altrettanti iniziavano a temerla e invidiarla. Questa donna che, al pari di ogni altro filosofo suo contemporaneo, decideva di rimanere nubile per dedicarsi in toto ai suoi studi e all’insegnamento nelle strade, rischiava di diventare un esempio negativo per la morale di un mondo che la chiesa cristiana stava rendendo sempre più chiuso e difficile per le donne. Nei concili di Cartagine, la censura ecclesiastica aveva già proibito lo studio dei filosofi pagani e riservato ai soli uomini l’accesso all’istruzione: una donna che sconfessava le basi scientifiche e più o meno indirettamente molte certezze della religione rappresentava il pericolo pubblico principale per i depositari della nuova dottrina imperante.

Jacques-Louis David, Morte di Socrate, 1787; Metropolitan Museum of Art di New York

Una sera, tornando a casa, Ipazia si imbatté in un gruppo di fanatici cristiani, guidati da un predicatore di nome Pietro: la stavano aspettando e non ci misero molto a rapirla e a trascinarla fino a una chiesa. Qui le strapparono i vestiti e la uccisero colpendola con delle tegole. A quel punto, il suo cadavere venne smembrato e i resti del suo corpo finirono in un forno, il cosiddetto Cinerone. La bruciarono, sperando di cancellare insieme al suo corpo il suo ricordo e soprattutto le sue idee.

Assassinando Ipazia, la scuola platonica istituita da Plotino rimase senza il proprio leader e in breve fu inevitabile certificare la fine di una delle più importanti comunità scientifiche del mondo antico, fondata insieme alla stessa città di Alessandria e ispirata all’Accademia di Platone, al Liceo di Aristotele e alle comunità pitagoriche. Si trattava anche in questo caso di una “scuola” intesa non come un luogo fisico ma piuttosto come una tradizione intellettuale: una scuola di pensiero più che un’istituzione in senso stretto.

L’opera di cancellazione di Ipazia non si fermò però alla fine obbligata della comunità attorno cui gravitava, durò per secoli. La sua figura venne recuperata solo molto tempo dopo grazie agli illuministi, che ne fecero un’icona del libero pensiero, e oggi è tuttora ricordata come grande fonte di ispirazione. Il matematico A.B Deakin ha scritto che Ipazia: “Ha rappresentato i valori intellettuali, la matematica rigorosa, il neoplatonismo ascetico, il ruolo cruciale della mente e la voce della temperanza e della moderazione nella vita civile” ed è grazie a questi meriti, che le sono stati finalmente riconosciuti, che questa grande donna è stata rivalutata, al punto da dare il proprio nome al progetto internazionale dell’Unesco varato apposta per valorizzare e favorire l’integrazione delle scienziate in un modo ancora prettamente maschile e maschilista.

È difficile non dare ragione a Canova quando ipotizzava che la vera “colpa” di Ipazia fosse stata “quella di infrangere i codici rigidamente consolidati di un potere tutto maschile” e non appare certo casuale che sia stata un’altra donna di scienza, come l’astrofisica Margherita Hack, a sottolineare che la sua vicenda “ci insegna ancora oggi quale e quanto pervicace possa essere l’odio per la ragione e il disprezzo per la scienza.” Ipazia è stata vittima di una società repressiva e maschilista, ostaggio di dogmi, in cui la scienza e la cultura venivano viste con sospetto da molti e se vogliamo una società veramente migliore dobbiamo evitare a ogni costo che altre grandi menti rischino di venire eclissate da una mentalità violenta, frutto di un potere miope e ingiusto.

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