Tutti conoscono Stonewall. Perché in Italia nessuno sa la storia del movimento LGBTQ+ italiano? - THE VISION

Nel 2015 uscì un film che i critici americani definirono “un’imbarazzante punizione”, “un fallimento su quasi ogni livello”, “terribilmente oltraggioso e oltraggiosamente terribile”, un film contro il quale “non esistono abbastanza mattoni al mondo da scagliare”. Al centro della controversia c’era l’LGBT drama Stonewall del regista Roland Emmerich che, forte della sua esperienza nei disaster movie, aveva finito col realizzare un film disastroso sotto ogni punto di vista. Stonewall fu distrutto non solo per la sua qualità discutibile, ma anche e soprattutto perché Emmerich usò le omonime rivolte contro la polizia che diedero vita al movimento di liberazione omosessuale negli Stati Uniti come sfondo per la storia di formazione di Danny, un ragazzo bianco, di classe media e proveniente dal Midwest. Peccato che le rivolte di Stonewall cominciarono, come è noto, da drag queen e donne trans che lavoravano come sex worker e che sicuramente non erano bianche o benestanti. Nel film, invece, non solo queste figure sono sottorappresentate e marginali, ma è Danny a scagliare il leggendario primo mattone contro la polizia, con una riscrittura della storia decisamente inopportuna. L’unico risvolto positivo di questo film così irrispettoso degli eventi reali è che contribuì a rimarcare l’importanza di conoscere la vera storia del movimento LGBTQ+ negli Stati Uniti. 

Harvey Milk

Moti di Stonewall, New York, 1969

Oggi, questa storia è patrimonio comune della cultura americana: sono in molti a conoscerla, a studiarla e a rappresentarla. La si ricostruisce nelle università, la si impara a scuola e la si può apprezzare anche in produzioni di massa come il documentario di David France The Death and Life of Marsha P. Johnson, dedicato a una delle figure più importanti di Stonewall, o in una serie tv e film di grande successo come Harvey Milk o Pose. Per il cinquantesimo anniversario dei moti nel 2019 negli Stati Uniti sono state organizzate celebrazioni pubbliche e le tv hanno trasmesso programmi televisivi dedicati. Niente di tutto questo accade in Italia. In pochi, se non gli specialisti e gli attivisti, conoscono nomi come quello di Mariasilvia Spolato, Angelo Pezzana, Massimo Milano o Porpora Marcasciano, e se vengono realizzati film come Gli anni amari – basato sulla vita dell’attivista e filosofo omosessuale Mario Mieli – rimangono nel circuito del cinema indipendente. A volte, nel paradosso, finisce che chi si interessa di queste tematiche entri prima in contatto coi nomi delle figure storiche di riferimento per gli Stati Uniti che con quelle del proprio Paese, che abbia sentito parlare delle rivolte di Stonewall ma non del delitto di Giarre, per citare solo uno degli eventi storici seminali della storia italiana.

Mariasilvia Spolato

La marginalità della storia dell’attivismo LGBTQ+ in Italia è ovviamente collegata all’invisibilizzazione delle persone gay, lesbiche, bisessuali e trans nel nostro Paese, che sappiamo essere ancora profondamente omofobo e restio dal rappresentarle adeguatamente. L’assenza di una conoscenza condivisa sull’argomento porta l’opinione pubblica a credere, ad esempio, che l’esistenza di persone con generi e orientamenti diversi dall’eteronormatività sia un fenomeno recente. L’idea che le persone queer non esistano è ed è stata talmente radicata che nemmeno il regime fascista approvò specifiche leggi persecutorie contro la sodomia – a differenza di quello nazista – perché farlo sarebbe stata un’ammissione di debolezza del maschio italico. A partire da questa convinzione, anche in anni più recenti gli omosessuali sono sempre stati considerati a vario titolo pervertiti, viziosi o malati, e di conseguenza del tutto privi di qualsiasi istanza politica o rivendicazione. Inquadrare l’omosessualità o la transessualità in questi termini ha significato riconoscerla come un fenomeno marginale e soprattutto parcellizzato, senza una storia propria degna di essere raccontata, perché incapace di farsi comunità o movimento. Questo pregiudizio arriva poi a impedire la preservazione e la trasmissione della storia queer italiana non solo al grande pubblico, ma anche all’interno dell’attivismo LGBTQ+ contemporaneo, che più spesso di quanto si possa pensare ignora la propria storia, non per pigrizia o ingratitudine, ma perché è ancora molto difficile reperire informazioni corrette.

Mario Mieli a Sanremo. Foto Courtesy © Fondazione FUORI!
Angelo Pezzana a Sanremo. Foto Courtesy © Fondazione FUORI!
Foto Courtesy © Fondazione FUORI!

Il recupero che è stato fatto negli Stati Uniti delle rivolte di Stonewall nasceva dall’esigenza di dare giustizia a storie e personalità oscurate dallo stereotipo del maschio gay, così forte da riuscire a penetrare anche nell’immaginario collettivo del cinema. Se vogliamo, l’Italia è un passo ancora più indietro, dal momento che nemmeno questa figura in un certo senso privilegiata gode del minimo riconoscimento. Eppure, le nuove generazioni hanno voglia di sapere cosa hanno fatto e cosa è successo a chi le ha precedute. Il movimento LGBTQ+ italiano ha una storia frammentata e particolare, profondamente influenzata dalla politica degli ultimi cinquant’anni: conoscerla non è un mero esercizio intellettuale, ma uno strumento per capire un presente non poi così lontano. Studiare il rapporto burrascoso tra l’attivismo omosessuale e il Pci e la sinistra extraparlamentare ci permette di capire perché ancora oggi i diritti civili sono considerati meno importanti dei diritti sociali; indagare le posizioni convergenti e divergenti tra lesbismo e femminismo ci consente di inquadrare meglio le ragioni del perché esiste un femminismo trans-escludente che oggi si oppone al ddl Zan; scoprire da dove origina la legge sulla rettifica anagrafica del sesso spiega come potrebbe essere migliorata.

Foto Courtesy © Fondazione FUORI!
Foto Courtesy © Fondazione FUORI!

Il desiderio di preservare la storia del movimento di liberazione gay, lesbico e transgender è però testimoniato anche dall’emersione nel mainstream di opere che vanno in quella direzione. Nel 2017, l’Università di Torino ha avviato la prima cattedra di Storia dell’omosessualità al Dams. Si tratta del primo corso del genere in Italia, mentre negli Stati Uniti è una materia di studio almeno dagli anni Novanta. L’interesse non rimane però confinato solo all’ambito accademico: soltanto negli ultimi mesi sono stati pubblicati libri come Queer. Storia culturale della comunità LGBT+, della storica dell’omosessualità Maya De Leo (titolare della cattedra torinese), Fuori i nomi! Intervista con la storia italiana Lgbt, del giornalista Simone Alliva, nonché podcast come Le radici dell’orgoglio, che ricostruisce la storia del movimento queer dagli anni Settanta a oggi, o Prima, dedicato a Mariasilvia Spolato, insegnante di matematica fondatrice del Fronte di liberazione omosessuale e prima donna a fare coming out pubblico alla manifestazione femminista di Campo de’ Fiori, l’8 marzo del 1972. Si tratta di prodotti destinati a un pubblico vasto e non specializzato, che vuole conoscere una storia quasi del tutto dimenticata, parte a pieno titolo di quella del nostro Paese. 

Albertina Rossi, donna transgender, esce dal Palazzo di Giustizia a Roma, 1975

Nel 2017, quando l’Università di Torino annunciò l’istituzione del corso di Storia dell’omosessualità al Dams, Forza Nuova si mobilitò con uno striscione appeso ai cancelli dell’ateneo che recitava “La storia è una cosa seria, l’omosessualità no”. Una frase che racchiude perfettamente quello che molti ancora pensano nei riguardi della cultura LGBTQ+: da una parte c’è infatti la Storia con la “S” maiuscola, dignitosa e importante, dall’altra le sciocchezze di gay, lesbiche e persone transessuali, sempre un po’ ridicoli e indegni di attenzione. Spesso ci si dimentica che prima ancora che comunità e movimento, si tratta di persone immerse nella loro epoca, capaci di organizzarsi politicamente e di far avanzare le proprie idee e istanze anche in un contesto ostile come quello italiano. Ricordarne la storia non può che essere il modo migliore per raccoglierne l’eredità.

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