Dobbiamo far dialogare Scienza e cultura umanistica per esprimere tutto il potenziale dell’intelligenza umana - The Vision

Molti dei grandi scrittori che hanno fatto la storia, prima di dedicarsi alle loro opere letterarie, intrapresero studi e carriere scientifiche. Anton Cechov, Michail Bulgakov, Arthur Conan Doyle, Arthur Schnitzler, Alfred Döblin, Louis-Ferdinand Céline, Carlo Dossi, Carlo Levi e Dino Buzzati, ad esempio, erano medici; Elias Canetti e Primo Levi erano chimici; Fëdor Dostoevskij, Carlo Alberto Gadda e Robert Musil ingegneri. Quest’ultimo si occupava anche di filosofia e all’interno delle sue opere si esprimeva sul rapporto tra sapere umanistico e scienza e nel dramma del 1920, poco noto e ancor meno rappresentato, I fanatici criticava gli intellettuali dell’epoca invitandoli ad assumere la visione sperimentale che poi avrebbe dato forma alla psicologia per come la conosciamo oggi. Figure come queste incarnano una molteplicità di competenze che, a un’occhiata superficiale, potrebbero erroneamente sembrare distanti, ma non è così, e le ricerche contemporanee lo stanno dimostrando.

È proprio tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento che la tecnologia e la scienza fanno passi da gigante, creando un vero e proprio divario tra scienze morbide e scienze dure, che ancora oggi porta l’opinione comune a considerare le discipline umanistiche e le arti ambiti “non fondamentali” del sapere, quando invece sono riconosciuti come strumenti indispensabili alla consapevolezza individuale e collettiva e in seconda battuta alla democrazia. C’è infatti la credenza diffusa che siano astrazioni per sognatori, ma in realtà la loro influenza è di fondamentale importanza per pensare e agire in modo pratico.

I saperi che poi vennero definiti scientifici e i primi abbozzi di quella che diventò la scienza, ai tempi degli antichi greci e a seguire, erano un amalgama indistinguibile, e spesso venivano coltivati dagli stessi pensatori. Basti pensare al filosofo-scienziato Anassimandro e all’eclettica figura di Pitagora: matematico, musicista, filosofo e politico. Questa stretta interdipendenza proseguì fino a trovare la sua massima espressione con l’Umanesimo e il Rinascimento, che hanno reso l’Italia dell’epoca la culla privilegiata di questa ricca cultura multidisciplinare, con figure come Galileo Galilei, Leon Battista Alberti o Pico della Mirandola. Solo in epoca moderna, a partire dalla Rivoluzione Industriale, si è realizzata quella settorializzazione che ha finito per separare sempre di più umanisti e scienziati, una frattura che ben presto si è estesa al senso comune e ancora oggi stenta a ricomporsi. Eppure le neuroscienze, con le loro importanti scoperte, stanno andando a ricreare un territorio dove poter ricominciare a instaurare un dialogo sempre più necessario. È in questo spazio che attecchisce un’iniziativa come Human Brains, il progetto multidisciplinare di Fondazione Prada dedicato all’esplorazione del cervello umano.  Si parte da un ambito prettamente scientifico, per poi sviluppare la riflessione in quello filosofico, entrando in dialogo con la rappresentazione artistica e il pensiero creativo, sulla base del lavoro di un comitato scientifico internazionale di grande prestigio cui fanno parte neurologi, filosofi, psichiatri, antropologi e artisti, tra cui Giancarlo Comi, Daniela Perani, Massimo Cacciari, Eve Marder, Ian Tattersall e Udo Kittelmann.

Giancarlo Comi

Richard Lachmann, docente di Digital Media alla canadese Ryerson University, ha proposto di inserire le arti all’interno delle STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics) perché permettono di comprendere meglio le implicazioni del lavoro scientifico.Come sottolineava nel 2013 la filosofa Lisa Dollin, gli studenti non dovrebbero scegliere tra una strada negli studi umanistici o un percorso “utile” sul piano professionale e finanziario, ma essere messi nella condizione di far dialogare e collaborare i due ambiti. Perché, mentre la scienza e l’ingegneria ci dicono il cosa e il come del mondo, le materie umanistiche e le scienze sociali ci aiutano a rispondere al perché e ci danno gli strumenti per esprimerci e comunicare. Un esempio positivo, in questo senso, è rappresentato dai licei (sia scientifici che classici ormai visto che c’è per chi lo desidera la possibilità di andare a implementare gli ambiti con un’aggiunta di ore mirate), che nonostante alcune riforme discutibili e i vari limiti del caso, offrono però a tutti gli effetti la possibilità di una formazione piuttosto vasta.

Quando si parla del rapporto tra scienza e arti, però, si rischia ancora troppo spesso di assumere in modo anacronistico il punto di vista ormai vecchio di quasi sessant’anni dello scienziato e scrittore Charles Percy Snow, che giustamente criticava quegli intellettuali che, dall’alto della propria cultura, non capivano l’importanza delle scoperte scientifiche che da sempre hanno rivoluzionato il mondo. Oggi i tempi stanno lentamente cambiando e Human Brains si pone come progetto precursore di questa riscoperta sensibilità e disponibilità all’ascolto e alla reciproca scoperta. 

Massimo Cacciari

Sono proprio le neuroscienze, come anticipato, a guidare questa nuova rotta. Dato il loro campo d’indagine e il loro sviluppo hanno contribuito in primis all’incontro tra branche diverse della medicina, e poi tra chimica, ingegneria e biologia, fino a estendersi ad altri ambiti di ricerca. Per continuare a progredire e rispondere a problemi e quesiti insoluti, queste discipline non possono che contaminarsi a vicenda e dialogare verso un obiettivo comune. Dall’estrema specializzazione dei settori, per certi aspetti necessaria, oggi sta tornando l’impulso alla contaminazione e al confronto. La medicina si presta in particolar modo all’intreccio dei saperi. Fin dai suoi albori è infatti stata legata a doppio filo alla filosofia, insieme a cui ha portato avanti parallelamente il tentativo di trovare risposte all’essenza della nostra natura e al concetto di anima.

Da quando ha iniziato a definirsi come disciplina, nel Medioevo, lo studio del cervello di strada ne ha fatta parecchia, evolvendo e specializzandosi sempre più e segnando un’accelerazione notevole negli ultimi cinquant’anni. E oggi si è andato a intrecciarsi sempre più strettamente alla biotecnologia, la cui evoluzione parallela ha permesso di mettere a punto tecniche estremamente avanzate per studiare il sistema nervoso centrale, la sua struttura, le sue funzioni, e in particolare le sue patologie, su cui c’è ancora molto da scoprire. La tecnica stessa del neuroimaging, ad esempio, fa dialogare la neuroscienza con la medicina, la psichiatria e la psicologia, e fornisce anche un supporto alle decisioni politiche, coinvolgendo le scienze sociali: si pensi allo studio delle patologie neurodegenerative, la cui conoscenza è indispensabile per gestire l’invecchiamento della società, o all’approfondimento degli effetti funzionali e comportamentali delle tossicodipendenze e delle loro terapie. Il cervello umano, d’altronde, è per molti aspetti ancora un enigma, e ogni piccola scoperta influenza profondamente tutti gli ambiti del sapere, aprendo nuove e inedite prospettive d’indagine.

Daniela Peran

Dalla psicologia alla medicina, dalla filosofia all’arte: tutte le branche del sapere sono coinvolte nell’osservazione e nell’indagine dei meccanismi che consentono al cervello di pensare, di provare emozioni e realizzare opere d’arte. E di qui la riflessione può allargarsi alla filosofia e alle scienze sociali, proprio perché ogni cervello appartiene a un individuo che è parte della società e che interagisce con gli altri, con esiti di volta in volta diversi e di cui anche la politica deve tenere conto. Proprio il cervello è al centro del progetto di Fondazione Prada, che, oltre a ricostruire il percorso compiuto dagli studi a riguardo, si propone di sperimentare nuove forme di dialogo tra scienziati e altri pensatori e di divulgarle al pubblico. Il cervello viene così osservato sul piano della neuroscienza – per analizzarlo da un punto di vista anatomico e funzionale, prestando particolare attenzione al suo sviluppo e invecchiamento e alle malattie neurodegenerative, come l’Alzheimer – ma non solo, perché quando si parla di cervello non si può non parlare di mente, identità, emozioni, comportamenti, linguaggio e creatività. 

Non a caso il nome del progetto, Human Brains, è al plurale, come a voler sottolineare l’unicità di ciascun cervello e, quindi, di ciascun individuo. Si applica un metodo rigoroso, scientifico (quello che seguono anche le discipline umanistiche nel campo della ricerca), ma lasciando aperta la porta a nuove domande, con la consapevolezza che non sempre è possibile trovare una risposta. Dalle tappe storiche e concettuali che hanno portato a identificare il cervello come sede del pensiero (inteso come articolazione linguistica), passando al suo rapporto con l’esperienza, allo studio dell’inconscio e delle immagini, e delle basi nervose di sentimenti, memoria e  coscienza: gli spunti sono molti e sottolineano il ruolo cruciale della scienza, ma anche i suoi limiti, che possono essere nutriti dalle discipline umanistiche. Non sempre, o non ancora, è possibile, ad esempio, definire sulla base dell’attività neurologica le modalità di interazione degli individui all’interno della società, le loro reazioni agli eventi, le loro inclinazioni politiche. Queste caratteristiche sono frutto di una varietà di fattori sociali, ambientali e culturali, in cui il cervello, però, in quanto sede del pensiero e del carattere di ciascuno, non può che svolgere un ruolo centrale. Gli studi umanistici contribuiscono a indagare questi aspetti, ma anche a connettere le diverse scienze tra loro e, non ultimo, a divulgare riflessioni e scoperte affinché siano ascoltate dalle istituzioni che si occupano di dare forma alla vita quotidiana della collettività.

Udo Kittelman

Il sapere, sia esso umanistico o scientifico, non può trovare spazio solo nelle accademie, ma deve riverberare nella comunità ed essere raggiungibile dalle persone, in modo da nutrirne l’esistenza e stabilire un rapporto di fiducia reciproca, un dialogo costruttivo e sistematico, altrimenti è l’erudizione resta sterile e fine a se stessa. Il suo fine ultimo non può che essere il bene comune. È al bene comune e alla pubblica utilità che deve puntare la collaborazione tra scienza e cultura umanistica, perché da questo dialogo possono scaturire nuove riflessioni a vantaggio di tutti.

I risultati del dialogo attivato da Human Brains si vedranno al termine del percorso, ma già di per sé un’iniziativa di questa portata è un segnale importante per trasmettere il messaggio che non esistono due culture disgiunte, che corrispondono a due diverse visioni del mondo, ma una sola, ricca e stratificata, in modo che questa nozione influisca sempre di più nella nostra vita e nelle piccole azioni quotidiane che la compongono ed evitare, a livello politico e istituzionale, che si manifesti lo scenario previsto dalla filosofa Martha Nussbaum: e cioè che in tempi di crisi venga giustificato il taglio dei finanziamenti ai saperi non immediatamente inquadrabili nella logica del mercato. Sarebbe bello che nessuno scrittore di vantasse di non essere in grado di fare una matrice, così come nessuno scienziato dicesse i romanzi lo annoiano e legge solo saggistica. Affiancare alla pratica scientifica discipline che, come la filosofia ma anche la poesia, allenano il ragionamento critico e la capacità di visione e dialogo con l’inconscio, e quindi la consapevolezza, è essenziale non solo – come abbiamo detto – per affinare la capacità di analisi dei cittadini e garantire il benessere e la tenuta democratica della società, ma anche per arricchire il discorso scientifico stesso. Come ricordava una scienziata illuminata come Rita Levi-Montalcini, “La tecnica da sola non basta, serve una visione più ampia”.

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