“La ginestra” di Leopardi è un inno alla solidarietà che dovremmo riscoprire adesso

L’opinione comune intorno alla figura di Giacomo Leopardi si muove spesso su posizioni semplicistiche, legate a fuorvianti ricordi scolastici, che portano a pensare al poeta di Recanati come a un depresso, o a un infelice provato dalla sfortuna della vita, una sorta di figura eterea priva di passioni e pulsioni – in realtà presenti anche nelle loro dimensioni più fisiche – a parte il dolore e il tedio. Alla base di considerazioni simili un fondo di verità senz’altro c’è, ma va inquadrato in maniera critica per contemplare tutte le sfumature della sua poetica. Lo stesso pessimismo non è una disposizione dell’animo di Leopardi, un elemento della sua personalità, ma risponde a una concezione filosofica ben precisa, evolutasi nel corso della sua vita. Se si tiene in considerazione tutto ciò, sorprenderà meno una lirica come “La ginestra” – conosciuta anche come “Il fiore del deserto” – e il suo messaggio di speranza amara. La canzone, in sette strofe, è un inno alla solidarietà e all’empatia e ancora oggi, quasi duecento anni dopo essere stata scritta, indica la strada da seguire per uscire insieme dalle crisi di ogni tipo senza individualismi dannosi.

Nel 1833, attratto dalla mitezza del clima più adatto al suo stato di salute non ottimale, Leopardi si trasferisce da Firenze a Napoli. Anche Partenope, però, come spesso era accaduto nell’arco della sua vita, delude il poeta. La comunità letteraria – e, più in generale, intellettuale – lo esclude; lo stesso Leopardi, d’altra parte, non ne condivide né le posizioni progressiste, né gli afflati spirituali (per i quali, ad esempio, vengono accolti molto positivamente gli Inni sacri di Terenzio Mamiani, ristampati proprio in quell’anno). A parte l’appoggio sporadico di qualche intellettuale, in questa fase della sua vita, il poeta – ormai trentacinquenne, ma con un corpo già profondamente segnato dalla malattia – si chiude sempre di più, confidando quasi esclusivamente nell’amicizia di Antonio Ranieri. Nel 1836, inoltre, a Napoli scoppia un’epidemia di colera. Il poeta, quindi, si rifugia insieme all’amico fidato nella villa del cognato di Ranieri, situata tra Torre del Greco e Torre Annunziata, sulle pendici del Vesuvio. Sono questi i luoghi che ispireranno Leopardi per le sue ultime liriche; è questa terra nera e vulcanica, a tratti inospitale e quasi presagio di morte – l’ultima eruzione del vulcano risaliva a soli due anni prima – a fornire al poeta lo slancio per queste composizioni, colme di una nuova speranza che mai era apparsa all’interno della sua produzione, pur non sfuggendo all’inevitabile giogo del pessimismo cosmico.

Vesuvio

È questa, infatti, l’impalcatura filosofica che sorregge gli scritti di Leopardi dal 1828 in poi. Precedentemente, con il cosiddetto pessimismo storico, Leopardi considerava l’infelicità del genere umano come un prodotto del progresso: l’umanità, allontanandosi dallo stato di natura in nome di una civiltà illusoria, si era condannata da sola all’insoddisfazione e alla tristezza. Era questo l’afflato ideologico che animava gli Idilli – dei quali fa parte “L’infinito” – e che Leopardi supera con il “risorgimento” poetico del 1828, cioè con il ritorno alla lirica di quell’anno. Da questo momento in poi tutta la produzione leopardiana riflette il pessimismo cosmico, che è una concezione molto più elaborata di quello che spesso si pensa. A questo punto per Leopardi l’infelicità non è più ritenuta un prodotto storico, ma una caratteristica congenita all’umanità. L’uomo si ritrova travolto da una natura matrigna che non si cura di lui – ne è un esempio il “Dialogo della Natura e di un Islandese” contenuto nelle Operette morali, in cui la natura quasi non sa chi sia l’essere umano e segue i suoi meccanismi. Ogni individuo, quindi, si concentra esclusivamente sulla ricerca del proprio bene – effimero e irraggiungibile – e per questo, inevitabilmente, fallisce.

Risulta difficile pensare a un messaggio di speranza da inquadrare in una prospettiva simile, ma la straordinarietà de “La ginestra” sta proprio nel far convivere in maniera coerente una visione così catastrofica della natura umana con la proposta di una possibilità di salvezza, quasi di resistenza, appigliandosi al valore della solidarietà. Le due cose non sono contraddittorie, anzi, l’invito a farsi scudo l’un l’altro contro il dolore connaturato alla razza umana si basa proprio sulla consapevolezza di far parte tutti, indistintamente, di una “aspra sorte” e di potersi proteggere da essa solo con la collaborazione reciproca, senza spinte individualistiche. Tutta la lirica si configura esattamente come un testamento poetico, una summa dei motivi che hanno attraversato la poesia di Leopardi negli anni della maturità. Lo spunto della composizione è dato proprio dalla ginestra, l’unico fiore che riesce a crescere lungo le pendici desolate del Vesuvio, simbolo dell’impotenza umana di fronte alla forza della natura.

Ginestra (Cytisus scoparius)

Le posizioni di Leopardi non sono, però, quelle di un conservatore nel senso comune del termine, ma di un intellettuale che si rende conto di come, dietro la maschera del progresso a tutti i costi, si celino guerre e lotte fratricide di un genere umano che “accresce alle miserie sue, l’uomo incolpando del suo dolor”. Il crimine che egli rimprovera agli individui che compongono la società del suo tempo è di non rendersi conto di far parte tutti insieme di un “comun fato” retto da una natura che – come dice nella quinta strofa – non ha più stima dell’uomo che della formica. Si scontrano, evidentemente, le visioni opposte del pessimismo cosmico leopardiano con quelle legate al mito del progresso positivista che, con l’avvicinarsi della metà del diciannovesimo secolo, si diffondono sempre di più. Alle spinte individualistiche distruttive Leopardi oppone la sua visione comunitaria – pur senza connotazione prettamente politica o ideologica – come unica difesa rispetto al destino comune. L’invito, quindi, è a riunirsi in una “social catena” – così come fecero gli uomini all’origine della civiltà – più forte contro “l’empia natura”. Solo in questo modo l’uomo può, per quanto gli è possibile, imitare quella ginestra che da sola popola le pendici del vulcano, modello di ciò che dovrebbe essere l’umanità.

Quello che suona quasi come un appello di Leopardi potrebbe sembrare, soprattutto ai nostri occhi, un invito affascinante, ma quasi utopico. Ma in realtà, è proprio la prova del tempo a dare maggior validità a quanto scritto ne “La ginestra”. Nei quasi duecento anni che ci separano dalla data di composizione della lirica, l’uomo ha fatto enormi progressi molto velocemente, con un impeto sfrenato, perché non sempre – anzi, quasi mai – indirizzato verso quello che dovrebbe essere l’obiettivo primario di ogni specie animale: la propria salvaguardia. E, invece, a guidare il progredire della civiltà sono stati spesso il profitto e il potere. Anche dietro alla conquista dello spazio “ove l’uomo è nulla, sconosciuto è del tutto” si è assistito a dinamiche conflittuali di questo tipo. Si smette di considerare il proposito leopardiano come un’utopia quando ci si rende conto che il suo presupposto è, in realtà, elementare. Leopardi è un materialista convinto, il suo credo non gli permette di cercare motivazioni divine, ma può solo partire da un assunto quasi scientifico: il far parte tutti di un’unica specie che deve mirare alla propria salvaguardia.

Dal 1836 a oggi, però, qualcosa è cambiato. Rispetto alla visione del pessimismo cosmico è la natura a essere diventata, molto spesso, vittima dell’uomo, che usa incoscientemente i mezzi di quel folle progresso iniziato all’epoca. A guidare i comportamenti privi di visione dell’umanità, sia quando si tratta d’ambiente – che dovrebbe essere tutelato in quanto habitat della specie – che nelle crisi di altro tipo – come quella della pandemia di COVID-19 – c’è la folle convinzione di pensare alle proprie “stirpi dal fato o da te (cioè l’uomo) fatte immortali”, secondo la frase con cui Leopardi chiude il componimento. Per il genere umano la speranza di salvezza risiede nel pensare, quasi per la prima volta, a sé come a un’unica entità vulnerabile, mossa dalle stesse difficoltà e dagli stessi bisogni e, quindi, con maggior possibilità di successo date dall’agire in maniera concorde. Anche nel 2020, quindi, “La ginestra” di Leopardi ci appare rivoluzionaria, indicando nella solidarietà, nell’empatia e nella coscienza comune le uniche pratiche da perseguire. L’alternativa è continuare con l’individualismo – di un singolo, di un gruppo di persone, di una nazione – mascherato da progresso.

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