Dobbiamo insegnare ai nostri figli la volontà di reagire contro le ingiustizie, ci disse Rodari - The Vision

Proprio nell’anno in cui, a causa della pandemia di Covid-19, la scuola si trova ad affrontare sfide inedite, ampliando le diseguaglianze e mostrando tutte le proprie debolezze tra didattica a distanza e rientro in classe, nel mondo si celebra il centenario della nascita di Gianni Rodari, che all’educazione di bambini e bambine dedicò gran parte del proprio lavoro.

Rodari diventò maestro quasi per caso, quando a diciotto anni la moglie di un vigile urbano lo raccomandò come precettore a una famiglia ebraica rifugiatasi sul lago Maggiore. “Dovevo essere un pessimo maestro, mal preparato al suo lavoro e avevo in mente di tutto, dalla linguistica indo-europea al marxismo, avevo in mente tutto fuorché la scuola. Forse, però, non sono stato un maestro noioso”, scrive di sé. È in quel periodo che capisce di essere in grado di inventare e raccontare storie, intrattenendo i propri alunni con stravaganti racconti a cui contribuivano i bambini stessi. Iniziava a comprenderne già i loro bisogni e il loro modo di pensare, restando incantato dalla loro fantasia. 

Inizialmente esonerato dalla leva a causa della sua salute ritenuta cagionevole, Rodari venne chiamato alle armi durante la Repubblica di Salò. La morte dei suoi due migliori amici e l’internamento del fratello in un campo di concentramento nazista lo segnarono a tal punto da fargli abbandonare l’uniforme per avvicinarsi alla Resistenza lombarda. Iscritto al Partito Comunista, iniziò la carriera da giornalista dando vita a un giornaletto di propaganda ciclostilato dal nome Le cinque punte, per poi passare a dirigere L’Ordine Nuovo, periodico della Federazione Comunista di Varese. Nel 1947 venne assunto dall’Unità, su cui curò la rubrica “La domenica dei piccoli” e tre anni dopo si spostò da Milano a Roma per fondare il giornale per ragazzi Pioniere insieme alla collega Dina Rinaldi.

A quei tempi, Rodari era un militante fortemente politicizzato, cosa che peserà sempre molto nella riesamina del suo lavoro, e utilizzava la scrittura per promuovere un’Italia più laica e democratica, condannando le disuguaglianze e le guerre d’aggressione. In piena Guerra fredda pubblicò Il manuale del pioniere, il suo primo libro di pedagogia che lo portò a essere scomunicato dal Vaticano e definito “un ex seminarista cristiano diventato diabolico”. In esso si ritrovano già i primi spunti di quella pedagogia propria del pensiero rodariano che confluirà molti anni dopo nella Grammatica della fantasia. Una pedagogia che non vuole restare chiusa nel cerchio delle idee ma diventare pratica nella società. Egli invita gli educatori a instaurare un dialogo con gli studenti, evitando ordini e imposizioni e catturandone l’attenzione attraverso lo stimolo costante degli interessi e della creatività. Evidenzia poi la necessità di impegnarsi nello studio non tanto per essere i più bravi, quanto per poter condividere quanto appreso con gli altri, in particolare con chi non può permettersi di studiare e di andare a scuola. Le idee di Rodari costituirono un gran punto di rottura, perché fino ad allora la dittatura politica fascista e l’idealismo di Benedetto Croce avevano considerato i bambini solo come oggetto di educazione e non come soggetti capaci di partecipare al proprio sviluppo psichico e sociale. Eppure già nel 1907 Maria Montessori aveva fondato il suo primo asilo, proponendo un modello pedagogico in grado di superare gli stereotipi di genere e mettere l’esperienza diretta del bambino al centro della didattica, facendo del gioco un importante strumento di apprendimento. 

“Rodari ha inventato un nuovo modo di guardare il mondo, ascoltandolo, fino alla fine, con il suo orecchio acerbo, e così facendo ha portato l’elemento fantastico nel cuore della crescita democratica dell’Italia repubblicana”, scrive la storica Vanessa Roghi in Lezioni di Fantastica. “Rodari è stato un intellettuale. E se un intellettuale è una persona in grado di dare un senso a quello che sta sotto gli occhi di tutti, rompendo lo specchio della duplicazione, tenendo a mente il passato e il futuro, allora Gianni Rodari è stato un meraviglioso intellettuale”. Dopo la fondazione di Avanguardia, giornale nazionale della Federazione giovanile comunista italiana, e il ritorno all’Unità, venne chiamato prima a collaborare e poi a dirigere, fino alla fine degli anni Settanta, Il giornale dei genitori, fondato a Torino da Ada Marchesini Gobetti. Scrittrice, partigiana, vice-sindaco del capoluogo piemontese subito dopo la Liberazione, Gobetti condivideva con Rodari una comunanza di visioni e valori, dedicandosi ai temi dell’infanzia, in rapporto alla famiglia, alla scuola e alla società. In questo modo Rodari non fu solo capace di intrattenere i bambini con favole e filastrocche, ma di proporre una vera e propria educazione laica e progressista per gli adulti. 

Scriveva, per esempio, che i genitori parlavano poco con i propri figli e che questo era invece un atto molto importante, perché la dolcezza della voce aiutava il bambino a sviluppare un legame più solido e intenso con essi, anche se incapace di comprendere il significato del linguaggio e delle varie parole come avrebbe fatto un adulto. Nel ’68 criticava la figura autoritaria del padre, mettendo in crisi, in un articolo intitolato “Il padre sudista”, gli atteggiamenti di chi vuole crescere il proprio figlio come una copia di sé o come un’estensione di quel sé che non si è potuto realizzare. “Le immagini sulla ‘pianta da raddrizzare’, sulla ‘cera da modellare’ sono, oltre che inutili, abbastanza balorde”, sosteneva Rodari. “Si tratta, quasi sempre, di creare le condizioni perché la vita scelga la via che le sembra migliore, mai di prefissare questa via centimetro per centimetro, o anche solo metro per metro. Tu desideri che il bambino cresca ricco di interessi, attivo, capace di darsi, generoso: puoi ottenerlo, ma arrendendoti all’idea che ciascuno di quegli aggettivi si incarni in una concretezza originale”. Ciò che scriveva era importante perché diceva agli adulti cose che all’epoca non si erano mai sentiti dire, e difficilmente le avrebbero potute ascoltare da altri.

Allora come oggi, molta Sinistra considerava la questione educativa un’esclusiva prerogativa femminile. Rodari ne fa invece un compito anche maschile, non solo per la capacità di superare ogni stereotipo di genere – “è nella famiglia che il bambino deve fare la prima e fondamentale esperienza di uguaglianza e di responsabilità condivisa” – ma anche perché egli vede nell’educazione un lavoro d’orchestra svolto dai genitori insieme alla scuola secondo uno stesso modello condiviso, ponendola come questione etica, politica, sociale. Nell’articolo “Educazione e passione” pubblicato sul Giornale dei genitori nel 1966 Rodari intervenne sottolineando l’importanza di essere sempre d’esempio ai propri figli, con le proprie parole, i propri gesti e i propri comportamenti, volontari e involontari. “Se siamo noi a cedere, ad abbandonarci a una vita senza passione, a non provare rabbia per come va il mondo, a guarire dalla nausea, a rinunciare all’azione, possiamo ottenere due risultati, per noi ugualmente negativi”, spiegava nel testo. Il primo consisteva nel dover subire, in futuro, una “rivolta culturale”; il secondo, ben peggiore, si realizzava nella consapevolezza di aver educato persone ipocrite, senza alcuna passione civile. Con quest’ultimo termine egli intendeva “la capacità di resistenza e di rivolta; la volontà di azione e di dedizione; il coraggio di sognare in grande; la coscienza del dovere che abbiamo di cambiare il mondo in meglio, senza accontentarci dei mediocri cambiamenti di scena che lasciano tutto com’era prima: il coraggio di dire di no quand’è necessario, anche se dire di sì è più comodo, di non fare come gli altri, anche se per questo bisogna pagare un prezzo”.

Erano quelli gli anni di una mutazione antropologica di massa, come più volte avrebbe predetto Pasolini, un cambio di direzione che lo stesso Rodari era stato capace di cogliere, intuendone la grande portata innovativa. Le pubblicità, i fumetti, i cartoni animati costituivano nella sua visione non un’alternativa alla lettura, ma strumenti per ampliare la fantasia e imparare nuovi codici linguistici. D’altro canto, Rodari utilizzò sempre le proprie favole e filastrocche, oltre che gli articoli, per produrre una disamina dissacrante di temi cruciali come la critica della società consumistica, il degrado culturale e l’appiattimento della comunicazione. Egli era stato capace di cogliere l’importanza di contrastare questa deriva con la forza della fantasia, per mantenere salda la capacità di sviluppare anticorpi contro l’omologazione imperante.

Oggi, in una società resa sempre più convergente e conformista dai mezzi di informazione e dai social media, in cui si uniformano anche le strutture del pensiero, questa resta una delle sue lezioni più grandi: bisogna fare l’uomo a partire dal bambino, insegnandogli la coscienza politica necessaria alla realizzazione di una società più libera, e la forza di saper dire di no davanti alle ingiustizie, costruendo il proprio mondo.

Tutte le foto presenti per gentile concessione di Paola Rodari

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