Quando Giancarlo Siani venne ucciso per aver raccontato la verità

La sera del 23 settembre 1985 il giornalista pubblicista ventiseienne Giancarlo Siani, al volante di una Citroën Mehari verde, sta raggiungendo la sua abitazione di via Romaniello nel Vomero, quartiere di Napoli dove è nato e cresciuto. Ha trascorso la giornata facendo la spola tra i vicoli di Torre Annunziata e il civico 65 di Via Chiatamone, sede de Il Mattino, il quotidiano per cui scrive. Come tanti giovani articolisti del tempo, Giancarlo è un abusivo, un collaboratore senza contratto, che affronta la famigerata “gavetta” trascorrendo fino a dodici ore al giorno in redazione senza vedere una lira. I colleghi regolarmente assunti si burlano della sua condizione di precario dell’informazione, fino al punto di appendere sulla sua scrivania un ironico cartello che lo etichetta come “schiavo”. Malgrado la precaria condizione contrattuale e gli sberleffi degli altri giornalisti, in quei giorni Siani ha un buon motivo per sorridere: secondo alcune voci di corridoio, il direttore del giornale, Pasquale Nonno, ha pronta una lettera d’assunzione che aspetta solo la sua firma. Per Giancarlo quella firma non arriverà mai. Alle 21:40 circa il giornalista arriva sotto casa e prova a parcheggiare l’auto, ma è costretto a interrompere la manovra: due uomini, entrambi a volto scoperto, si avvicinano all’abitacolo e lo uccidono con una decina di colpi di pistola, una Beretta calibro 7.65, per poi allontanarsi in sella a uno scooter.

Giancarlo Siani (a sinistra)

Gli esecutori materiali dell’omicidio sono Armando Del Core e Ciro Cappuccio, due guaglioni di poco più di vent’anni del Clan Nuvoletta di Marano, a nord di Napoli. L’organizzazione, affiliata a Cosa Nostra, è stata protagonista di una faida che, dal 1970 al 1983, l’ha vista contrapposta alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, con un bilancio di almeno 6mila morti. I mandanti dell’omicidio sono i boss dell’organizzazione, Angelo e Lorenzo Nuvoletta, ma l’ordine è arrivato direttamente dalla Sicilia, dallo “zio” Totò Riina.

Totò Riina

La prima persona informata del ritrovamento del cadavere è la compagna di scrivania di Giancarlo, Daniela Limoncelli, uscita dal cinema poco dopo l’omicidio del collega; presto la notizia arriva anche in redazione. Il giornale è in chiusura, pronto per essere mandato in stampa, ma c’è un inconveniente: serve una piccola notizia per completare la prima pagina. Come da protocollo in questi casi, un redattore chiama il 113 con l’obiettivo di farsi passare qualche notizia per riempire uno spazio bianco tra le colonne. Precisa che va bene qualsiasi cosa, da traffico di sigarette a una rissa tra bande, o un semplice furto. La risposta lo colpisce dritta allo stomaco, come un pugno: “Dottò conoscete Siani? È stato ammazzato nella sua auto a piazza Leonardo al Vomero”. L’edizione de Il Mattino del 24 settembre non dedica neppure l’articolo centrale della prima pagina all’omicidio di Siani, ma soltanto tre colonne di spalla. I suoi colleghi hanno paura e, per alcuni giorni, decidono di comune accordo di non firmare i pezzi.

Il 26 di settembre, ai funerali nella chiesa di Via Girolamo Santacroce, sono presenti più di 2mila persone. A celebrare la funzione è il vescovo Antonio Ambrosanio, vicario generale di Napoli, che lascia intendere che quella del “giurnalaio” era una tragedia annunciata, dato che “Siani ha scritto l’ultimo articolo con il sangue”. A confermare la tesi del vescovo è anche il ministro dell’Interno, Oscar Luigi Scalfaro, secondo il quale “Il delitto è avvenuto in una zona di camorra. L’esecuzione è di chiaro stampo camorristico considerando il tipo di impegno professionale svolto dal giovane giornalista”.

In effetti, agli occhi dei vertici della malavita, Giancarlo era un ostacolo da abbattere il prima possibile, una “penna scomoda”. Da anni si occupava di camorra, mettendo nero su bianco nomi e cognomi che, per la cultura dell’omertà, non bisognerebbe neppure pronunciare ad alta voce. Nomi pericolosi, come quelli di Valentino ed Ernesto Gionta, Lorenzo e Angelo Nuvoletta e Antonio Bardellino. Siani aveva iniziato a interessarsi di criminalità negli anni dell’università, quando il direttore del periodico Osservatorio della camorra, Amato Lamberti, lo reclutò come collaboratore per affidargli il compito di indagare sui legami tra le diverse “famiglie camorristiche” dell’hinterland partenopeo.

L’ultimo articolo di Siani risale al giorno prima dell’omicidio, il 22 settembre, e racconta una storia di “muschilli”, che nel gergo camorristico sono i ragazzini utilizzati per le consegne, spesso di droga. Come in ogni suo pezzo, il titolo è essenziale ed efficace (“Nonna manda il nipote a vendere l’eroina”), la prosa diretta e senza fronzoli. La condanna a morte del clan Nuvoletta, però, non arriva per la cronaca della nonna pusher, secondo il verbale d’udienza dell’interrogatorio di Ferdinando Cataldo, imputato tra gli esecutori dell’omicidio. Il 19 novembre 1996, interrogato dal Pm Armando D’Alterio, Cataldo afferma che i Nuvoletta si sono “offesi” perché in uno dei suoi articoli “il giornalista faceva capire che Carmine Alfieri e Bardellino dicevano che avrebbero fatto la pace con loro – i Nuvoletta – ma che in cambio dovevano dargli la testa di Valentino Gionta”.

L’articolo di cui parla Cataldo risale al 10 giugno del 1985. Si intitola “Camorra: gli equilibri del dopo Gionta” e mette in luce i possibili cambiamenti che, al tempo, avrebbero potuto verificarsi nella geografia malavitosa napoletana dopo l’arresto del super latitante Valentino Gionta, uno dei boss di Torre Annunziata dove Siani concentrava la sua attività di cronista. Nel testo Siani spiega che Gionta, un ex pescivendolo e alleato storico dei Nuvoletta, “era riuscito a creare un vero e proprio impero della camorra nell’area vesuviana”, inimicandosi un altro clan di Torre Annunziata, la “Nuova Famiglia” dei Bardellino. In quel periodo, il rischio di una guerra senza quartiere tra il clan di Marano e i Bardellino era dietro l’angolo. L’unica possibilità per evitare un’escalation era proprio l’eliminazione di Gionta, creando così i presupposti per il cessate il fuoco e un’equa spartizione dell’area. Nuvoletta era però consapevole che l’uccisione di un alleato avrebbe macchiato il suo “onore” e scelse di farlo arrestare, con una soffiata ai Carabinieri.

Siani viene a conoscenza di questo particolare grazie a uno dei suoi contatti nelle forze dell’ordine e decide di pubblicarlo, provocando le ire dei camorristi di Torre Annunziata. Per non perdere la faccia con i suoi alleati, Lorenzo Nuvoletta, con il beneplacito di Riina, decide che Siani deve morire. La frase incriminata, rievocata da Ferdinando Cataldo in sede di interrogatorio, arriva sul finire dell’articolo, quando Giancarlo scrive che “Un accordo tra Bardellino e Nuvoletta avrebbe avuto come prezzo proprio l’eliminazione del boss di Torre Annunziata e una nuova distribuzione dei grossi interessi economici dell’area vesuviana”. Malgrado la testimonianza del pentito, è evidente che l’articolo del 10 giugno è soltanto l’ultimo di una serie iniziata cinque anni prima, quando Siani inizia a indagare sugli interessi della camorra nella ricostruzione successiva al terremoto in Irpinia del 1980 e dei legami tra la politica locale e i clan dell’area metropolitana di Napoli.

A ben guardare, secondo i suoi esecutori, la colpa imperdonabile di Giancarlo è la sua deontologia professionale, nella volontà di riportare i fatti in modo preciso e senza nessun timore reverenziale. Un modus operandi insopportabile per le organizzazioni criminali, oggi come negli anni Ottanta.

L’Italia in cui Siani sviluppa il proprio interesse per le trame della Camorra è un Paese dove si spara spesso per interessi criminali o convinzioni politiche, a metà strada tra gli anni di piombo e l’inizio della stagione delle stragi di Cosa Nostra. In questo clima, l’omicidio di Giancarlo è solo l’ultimo di una lunga serie: Peppino Impastato, Mino Pecorelli, Walter Tobagi, Cosimo Cristina, Giovanni Spampinato, Mauro De Mauro, Mario Francese, Giuseppe Fava, Mauro Rostagno (redattore di una tv privata), Giuseppe Alfano sono soltanto alcuni nomi di un elenco molto più lungo di cronisti uccisi per aver toccato gli interessi sbagliati.

Il 19 settembre di quest’anno, Siani avrebbe compiuto sessant’anni. Ne sono passati 34 dalla sera del suo assassinio: la sua storia di cronista abusivo, convinto della missione del giornalismo nonostante il precariato e i rischi, deve ricordarci che l’informazione è ancora l’arma più importante che la collettività ha a disposizione per difendere legalità e istituzioni democratiche.

 

Tutte le foto per gentile concessione di Fondazione Giancarlo Siani

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