Si può essere patrioti senza essere nazionalisti, ci insegnò Garibaldi

Nel presentare il suo candidato Caio Giulio Cesare Mussolini alle elezioni europee, Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia lo ha definito “un patriota”, e lui si è detto a sua volta onorato di correre per un partito di suoi simili. Questa parola, in bocca ai due politici, fa riflettere su come il termine sia sempre più relegato unicamente alla sua accezione nazionalista. Un’accezione che dovrebbe essere ritenuta anacronistica nell’epoca della rete e della globalizzazione. Esiste però un altro tipo di patriottismo, capace di dimostrare che è possibile riconoscersi in una nazionalità abbracciando un sentimento di appartenenza non limitato da confini nazionali, che riconosce come fratello chiunque difenda i propri diritti contro l’oppressione. Nella storia pochi uomini hanno incarnato questo ideale come Giuseppe Garibaldi, ancora oggi in grado di accendere feroci dibattiti tra i suoi detrattori e chi lo considera un eroe.

Giuseppe Garibaldi, nato a Nizza da genitori liguri nel 1807, in Italia è associato inevitabilmente all’impresa dei Mille. In realtà, quando le camicie rosse diventarono famose, lui era già celebrato da anni, come dimostra la Biografia che gli ha dedicato Giovanni Battista Cuneo nel 1850. All’epoca Garibaldi aveva già alle spalle una vita avventurosa divisa tra due diversi continenti. Da adolescente è stato infatti mozzo sulle navi, poi marinaio e infine capitano di navi mercantili. Visse dal 1828 al 1832 a Istanbul, facendo il precettore, dove entrò in contatto per la prima volta con le idee sansimoniane, che influenzarono la sua futura visione politica. Nel 1834 disertò dalla marina militare del Regno di Sardegna, dove aveva da poco iniziato a prestare servizio, per unirsi a Genova a un’insurrezione popolare contro i Savoia. Il fallimento lo costrinse a fuggire per evitare la cattura, imbarcandosi per il Sud America.

Tra il 1835 e il 1848 Garibaldi si arruolò nella marina uruguayana durante la guerra civile nel Paese, e prima nell’esercito indipendentista della Repubblica del Rio Grande do Sul, stato secessionista del Brasile. Durante quegli anni imparò spagnolo, portoghese e inglese, diventò un corsaro e incontrò, nel 1839, la celebre Anita che lo seguì poi durante gli anni da rivoluzionario, fino alla morte a Comacchio nel 1849. Già prima di fuggire in America meridionale, Garibaldi era entrato in contatto con gli ideali mazziniani, formandosi una sua idea dell’unità d’Italia – che all’epoca è auspicabile ma irrealizzabile agli occhi di molti – legata alla lotta per i diritti e la libertà di tutti i popoli oppressi.

Garibaldi divenne celebre per il suo idealismo estremamente pragmatico, favorito dall’aver alternato per anni la carriera militare e impieghi civili anche umili come il mozzo, il commerciante di pastasciutta in Brasile o l’operaio nella fabbrica di candele di Meucci. Questa esperienza gli permise di avere una conoscenza approfondita della realtà sociale e politica di quegli anni. Ovunque trovò il sostegno della comunità italiana del posto, ma non solo: era ammirato da molti stranieri come un paladino della libertà in nome della giustizia, tanto che durante un viaggio in Gran Bretagna nel 1864 fu accolto a Londra con tutti gli onori dalle autorità locali e una folla di 500mila persone. 

Francesca Armosino e Giuseppe Garibaldi
Garibaldi fa visita a Vittorio Emanuele II

La fama, tanto della sua abilità militare quanto della sua dedizione alla causa della libertà anche nei Paesi lontani, portarono il presidente degli Stati Uniti Abraham Lincoln a chiedergli di arruolarsi nell’esercito unionista durante la guerra civile americana. Garibaldi declinò perché il presidente degli Stati Uniti si era rifiutato di fare un proclama ufficiale contro la schiavitù che giustificasse le ragioni del conflitto contro gli Stati confederati del Sud. Già anziano, partecipò ancora alla guerra franco prussiana del 1870, schierandosi con le forze del governo rivoluzionario della Comune di Parigi e guidandole a Digione nell’unica battaglia vinta dalla Francia durante il conflitto, tanto da meritarsi la nomina a deputato dell’Assemblea nazionale francese.

Garibaldi era convinto che chi combatte per difendere la sua patria sia un soldato da rispettare, mentre non lo è chi combatte per la sua patria in una guerra di aggressione: in questa differenza si spiega l’apparente contraddizione tra le sue posizioni pacifiste e la sua lunga carriera militare. Patriota convinto, ma prima ancora cittadino del mondo, Garibaldi decideva di impegnarsi solo in cause che riteneva giuste. Descrive bene la sua personalità la celebre frase – riportata da Alexandre Dumas in Memorie di Giuseppe Garibaldi – “un uomo il quale, facendosi cosmopolita, adotta l’umanità per patria e va ad offrire la spada ed il sangue ad ogni popolo che lotta contro la tirannia è più di un soldato: è un eroe”. Le convinzioni granitiche dell’eroe dei due mondi erano molto moderne: non era ateo, ma duramente anticlericale per tutta la vita, oltre a essere repubblicano sosteneva il suffragio universale, la tassazione progressiva basata sul reddito, il lavoro per tutti (contro elemosina e sussidi), l’abolizione della pena di morte e dei titoli nobiliari. Era anche sensibile al tema del benessere degli animali, di cui divenne difensore soprattutto durante i suoi ultimi anni trascorsi a contatto con la natura nell’isola di Caprera. Anche grazie al suo interesse fu fondata nel 1871 la Regia Società Torinese Protettrice degli Animali, oggi conosciuta come Enpa.

L’aspetto forse più interessante, però, è proprio il patriottismo cosmopolita di Garibaldi, un senso di appartenenza che non rinnega le proprie origini e la propria cultura, ma che non si fa limitare dai confini nazionali. La sua visione moderna colloca Garibaldi tra i padri, almeno spirituali, dell’Unione europea. Nel 1867 si tenne a Ginevra il primo congresso della Lega per la Pace e la Libertà, promosso, oltre che da Garibaldi, da Victor Hugo e John Stuart Mill; Garibaldi partecipò esponendo i principi ispiratori e seguì da lontano lo svolgimento dei lavori degli incontri successivi. Già nel 1859, come ricorda Anna Maria Isastia, docente di Storia Contemporanea all’Università La Sapienza di Roma, in una lettera a un amico espose l’idea di una confederazione tra Gran Bretagna, Francia, Italia, Grecia, Spagna e Portogallo, da allargare in seguito ad altri Stati. L’anno dopo scrisse  nel Memorandum alle potenze d’Europa: “Supponiamo che l’Europa formasse un solo Stato […] Ed in tale supposizione, non più eserciti, non più flotte, e gli immensi capitali strappati quasi sempre ai bisogni ed alla miseria dei popoli per esser prodigati in servizio di sterminio, sarebbero convertiti invece a vantaggio del popolo in uno sviluppo colossale dell’industria, nel miglioramento delle strade, nella costruzione dei ponti, nello scavamento dei canali, nella fondazione di stabilimenti pubblici, e nell’erezione delle scuole che torrebbero alla miseria ed alla ignoranza tante povere creature che in tutti i paesi del mondo, qualunque sia il loro grado di civiltà, sono condannate dall’egoismo del calcolo e dalla cattiva amministrazione delle classi privilegiate e potenti, all’abbrutimento, alla prostituzione dell’anima e della materia”.

È l’idea di una federazione europea che rifiuti la guerra e devolva quei capitali, prima investiti in eserciti e armamenti, al benessere dei suoi cittadini, all’industria, ai servizi pubblici e alle infrastrutture: ottant’anni dopo quest’idea avrebbe preso forma con la creazione nel 1952 della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca), evoluta nel corso degli anni nell’Unione europea.

George Orwell, nel testo Notes on nationalism (maggio 1945) sostiene che il patriottismo è la devozione speciale verso un luogo o stile di vita “che si reputa migliore del mondo ma che non si vuole imporre agli altri”, mentre il nazionalismo “è prima di tutto l’abitudine a supporre che gli esseri umani possano essere classificati come gli insetti […], è inscindibile dal desiderio di potere” e dalla volontà di prevaricare il prossimo. Chi teme che aprirsi alla collaborazione e al dialogo con gli altri sia in contraddizione con il riconoscersi in una nazione avrebbe bisogno di riscoprire gli ideali che muovevano Garibaldi, oggi più attuali che mai. Come ha scritto in una lettera del 1881, un anno prima di morire, “Ecco lo scopo che dobbiamo raggiungere; non più barriere, non più frontiere”.

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