La storia dimenticata dei 7 fratelli Cervi morti da partigiani

Gattatico, località Campi Rossi, provincia di Reggio Emilia. Era il 25 luglio 1943 quando la famiglia Cervi, a seguito della caduta del regime fascista e il conseguente arresto di Mussolini, decise di organizzare una grande festa offrendo pastasciutta a tutti i residenti della zona. Il podere nel quale si svolsero i festeggiamenti era stato acquistato dalla famiglia e le sue terre erano state rese coltivabili grazie a moderne tecniche di agricoltura, mentre parte dei 20 ettari di terreno che lo componevano erano stati dedicati all’allevamento di mucche e api. Papà Alcide Cervi e mamma Genoeffa Cocconi avevano educato i propri figli alla cultura dell’inclusione e ai principi di libertà e giustizia sociale. Lo spirito e le azioni della famiglia erano diventate celebri in tutto il Paese e, con l’occupazione nazista dell’Emilia, il podere presto si era trasformato in un rifugio per partigiani e fuggiaschi. Dopo una breve esperienza sulle montagne, i sette figli di Alcide e Genoeffa decisero di tornare ai Campi Rossi e unirsi alla Resistenza attraverso la stampa clandestina, aiutando inoltre a nascondere le armi. Noti alla popolazione locale e ben presto anche ai gerarchi nazisti, all’alba del 25 novembre dello stesso anno un plotone con ufficialmente 35 uomini guidati dal capitano Pilati accerchiò il podere. La famiglia Cervi decise di non arrendersi e tra i fascisti e gli assediati presto si accese un serrato conflitto a fuoco. L’incendio all’edificio appiccato dai militi decretò la fine dello scontro e la conseguente cattura dei sette fratelli, del padre Alcide e di altri partigiani, tra cui il russo Anatolij Tarasov.

La tranquilla pianura reggiana aveva già conosciuto l’orrore e la repressione del nuovo fascismo dell’Rsi, nato all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre e coadiuvato dalle forze naziste che avevano occupato parte dei territori italiani. Per la famiglia Cervi quindi, di educazione cattolica, la presa delle armi e l’adesione alla resistenza partigiana era risultata una scelta quasi naturale. Il padre Alcide, militante del Partito Popolare, insieme alla moglie Genoeffa, era riuscito a liberarsi dalla mezzadria e ad affittare il podere ai Campi Rossi nel 1934. Dediti alla lettura della storia e di testi scientifici sulle varie tecniche di coltivazione, la famiglia aveva maturato una solida cultura del lavoro e una sviluppata coscienza antifascista. Aldo Cervi, dopo un breve passato nell’Azione Cattolica, era stato uno dei primi fratelli ad abbracciare l’ideologia comunista e insieme al campeginese Didimo Ferrari aveva dato vita a una biblioteca popolare. La dimora della famiglia Cervi si trasformò così in un laboratorio culturale e di studio non solo per la famiglia stessa ma anche per le persone del paese; ma ben presto le segnalazioni di militanti fascisti cominciarono ad accumularsi presso le sedi del fascio locale, causando i primi provvedimenti restrittivi nei confronti dei fratelli. Infine, l’incontro con Lucia Sarzi, attrice e militante comunista, portò la famiglia ad avviare contatti con i primi gruppi di resistenza organizzata e a unirvisi.

Lucia Sarzi

A seguito della cattura, i sette fratelli ed il padre Alcide vennero subito portati al carcere politico dei Servi a Reggio Emilia. Ribelli e comunisti, il destino dei fratelli sembrava già scritto e così fu. Dopo un mese di prigionia, infatti, Aldo, Antenore, Gelindo, Ferdinando, Ettore, Ovidio e Agostino vennero condannati a morte e fucilati a Reggio Emilia come monito per le popolazioni locali. Il papà Alcide, loro compagno di cella fino a quel 28 dicembre 1943, rimase in prigionia fino all’8 gennaio dell’anno seguente, quando il carcere in cui era detenuto venne bombardato dagli alleati. Tornato a casa, Alcide rimase ignaro di quello che era accaduto ai suoi figli per tutti i lunghi 40 giorni che attraversarono la sua convalescenza, decisione di Genoeffa e del resto della famiglia al fine di non gravare sulle sue precarie condizioni psico-fisiche. Venuto a sapere dell’eccidio che aveva coinvolto i suoi figli, Alcide riuscì a ritrovare le tombe dei sette ragazzi solo tempo dopo. Nell’autunno del 1944, come se non bastasse, quel che rimaneva della famiglia Cervi subì una nuova incursione dei fascisti, i quali tornarono a dar fuoco al podere, e portando Genoeffa a rivivere gli eventi di quel terribile 25 novembre le provocarono un infarto. Dopo un mese passato a letto in totale stato di incoscienza, Genoeffa si spense il 14 novembre del 1944. Ma nonostante la tragica scomparsa della moglie dopo quella dei figli, Alcide decise di resistere e di non abbandonare la propria abitazione, neanche in seguito alle intimidazioni, in memoria e rispetto del sacrificio dei propri figli. E il 25 ottobre del 1945, mentre si trovava a Campegine per il funerale dei suoi figli – avvenuto quasi due anni dopo la loro morte – dal balcone del municipio disse: “Dopo un raccolto ne viene un altro, bisogna andare avanti”, a dimostrazione del suo non arrendersi mai.

Alla fine della guerra, l’allora Presidente della Repubblica consegnò ad Alcide sette medaglie d’argento al valore militare, come onorificenza postuma per i sette fratelli. Nel 1955 con le sue memorie scritte, Alcide si trasformò in una figura pubblica di riferimento per la memoria e la Resistenza partigiana anche grazie a i suoi racconti diffusi attraverso conferenze in Italia e all’estero. Morto all’età di 95 anni, la tomba di Alcide, soprannominato la “vecchia quercia”, venne salutata da oltre 200mila persone durante i funerali tenutisi a Reggio Emilia, ai quali parteciparono anche diverse figure istituzionali e politiche. Non solo Alcide Cervi, nel dopoguerra anche le quattro vedove dei suoi figli –  Iolanda Bigi, Margherita Agoleti, Verina Castagnetti e Irnes Bigi – diventeranno figure centrali per la memoria e la preservazione di quel luogo di resistenza che era stata la dimora Cervi. Tra i nipoti, poi, Maria, primogenita di Antenore ha dedicato gli ultimi anni della sua vita impegnandosi nella nascita dell’Istituto Cervi.

Alcide Cervi, in basso a sinistra

I Cervi non sono mai morti, e questo non solo perché Luciana, figlia di Agostino e Irnes, vive ancora ai Campi Rossi. I Cervi non sono mai morti perché qualcuno si è impegnato perché non accadesse e la loro storia è rimasta viva nella coscienza collettiva, tramandata per diverse generazioni. A 76 anni dal rapimento dei fratelli e Alcide Cervi, non possiamo però più delegare il ricordo a un membro della loro famiglia o onorare il loro sacrificio solo attraverso la manifestazione de “la Pastasciutta dei Fratelli Cervi”, che ancora si tiene ogni 25 luglio. Sembrano sempre più lontani quegli insegnamenti di solidarietà e inclusione sociale che Genoeffa aveva appreso frequentando associazioni cattoliche e che aveva poi trasmesso ai propri figli. Nonostante le dichiarazioni del Papa, nell’ultimo anno si sono moltiplicate le prese di posizione di parroci e alti funzionari del Vaticano favorevoli alle politiche dei “porti chiusi” e del “aiutiamoli a casa loro”. Da Don Piacentini al cardinale Gerhard Müller, sono state diverse le attestazioni di stima e di sostegno nei confronti di Matteo Salvini. Il gesto della famiglia Cervi nell’aprire la propria casa a coloro che fuggivano dalla repressione, gesto fino a qualche anno fa considerato come un esempio da seguire, si è oggi trasformato in una attestazione di sdegno che ha come slogan “prendeteli a casa vostra”.

E intanto il pericolo nero sembra essere tornato, soprattutto grazie a un terreno culturale reso sempre più arido e impoverito da decenni di lobotomizzazione mediatica. I nostalgici del Ventennio non si sono mai estinti del tutto, ma si sono invece nascosti. Un tempo erano annichiliti dall’articolo 4 della legge Scelba, ma la nuova cultura sovranista sta dando loro sempre più la libertà di camminare non solo alla luce del sole ma a testa alta. Dalle cene dell’ex ministro degli Interni Matteo Salvini con i fascisti di CasaPound, fino ai raduni al cimitero monumentale di Milano concessi all’estrema destra per il centenario del fascismo, passando dalla discussa scelta, poi revocata, di assegnare uno spazio al Salone del Libro di Torino del 2019 alla casa editrice Altaforte: tutti questi eventi si collocano in un pericoloso quadro di sdoganamento della cultura fascista. Slogan, riferimenti, vecchi cliché, tutto viene ripresentato senza che questo costituisca oggetto di scandalo. Perfino la parola razzista sembra aver acquisito una nuova verginità, riempiendosi di nuovi significati come la difesa della propria cultura e identità, così come dichiarato dall’attuale governatore della regione Lombardia Attilio Fontana durante la sua campagna elettorale alle regionali del 2018.

E allora è come se quel podere ai Campi Rossi, oggi museo, venga di nuovo preso d’assalto. Alcide, Genoeffa, i loro figli, le loro mogli e gli undici nipoti, si trovano nuovamente ad affrontare l’incubo di quel 25 novembre e noi con loro. Non il comandante di una milizia fascista, questa volta ad asserragliare la famiglia sono i nostri concittadini, uomini e donne che sembrano aver smarrito la memoria. L’ossessione nella ricerca dello slogan facile da assimilare ha portato la comunicazione politica e il discorso pubblico a impoverirsi di contenuti. Istruirsi, agitarsi ed organizzarsi – i tre compiti sostenuti da Gramsci ormai cento anni fa – risultato ancora attuali. È sempre più necessario tornare a diffondere e sostenere i valori dell’inclusione, della libertà e della giustizia sociale, bisogna tornare a essere Cervi, sulle montagne così come in pianura, al Nord e al Sud. Lo dobbiamo a loro, al loro coraggio e al loro sacrificio, ma soprattutto lo dobbiamo a noi stessi e al nostro Paese.

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