La storia dimenticata delle donne italiane che lottarono per il diritto al voto

“Femminismo” non è una parola semplice: è un termine intriso di significati storici, sociali, filosofici, in grado di evocare immagini stratificate ma, come succede con qualsiasi parola, anche sensazioni immediate dettate dalla nostra esperienza, dal nostro background e dai nostri pregiudizi. Quando si parla di femminismo, il pensiero per molti torna ancora istintivamente agli anni Settanta e alle immagini delle donne che all’epoca manifestavano per i loro diritti. L’immaginario legato a quegli anni e a quello specifico modo di mettere in atto la lotta femminista è particolarmente forte in Italia, data la portata che il femminismo italiano di quegli anni ha avuto a livello di esponenti, pensiero, battaglie e conquiste politiche. Tuttavia, l’attenzione posta su questo periodo storico di indubbia importanza lascia spesso in ombra un’altra parte della storia, quello che è avvenuto prima, quando le donne ancora non avevano diritti politici e civili: il cosiddetto “primo femminismo”.

Esiste una teoria molto diffusa che divide il femminismo occidentale in “ondate”, ognuna con diverse caratteristiche storiche e socio-politiche. La prima ondata (legata all’ottenimento del voto politico) viene solitamente collocata tra la fine del Diciannovesimo e l’inizio del Ventesimo secolo; la seconda tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta; la a terza negli anni Novanta e infine secondo alcuni la quarta (tuttora presente) sorta con l’avvento dei social media e delle nuove tecnologie. Questa suddivisione tradizionale però, come ogni suddivisione storica netta, non è priva di problematicità. È stata infatti ideata considerando il movimento degli Stati Uniti e dei Paesi anglosassoni, quindi non sempre risulta applicabile a tutto il femminismo occidentale. Tuttavia, tenendola come riferimento di massima con i dovuti accorgimenti, può essere utile per tracciare un percorso delle lotte femministe. Se si prova, infatti, a usare la stessa struttura per analizzare il contesto italiano, le similitudini sono molte.

Anche in Italia le donne hanno lottato per il diritto al voto – e per molto altro – tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, ma questa fase raramente viene identificata con il termine femminismo. Come ha osservato Perry Wilson, docente ed esperta di storia di genere, vengono infatti usate altre espressioni come “emancipazionismo” o “movimento delle donne”. Eppure, le donne Italiane di allora si definivano esplicitamente “femministe” e sembra strano negargli ora una definizione che loro stesse si davano. Wilson spiega che, tra i motivi per cui il suffragismo italiano è stato accantonato come qualcosa di altro rispetto al femminismo, ci sono l’avvento del regime fascista che ha contribuito a cancellarne la memoria storica e, successivamente, un rifiuto da parte delle esponenti della seconda ondata di assimilarsi a quelle signore borghesi che, pur lottando per i diritti delle donne, erano assai diverse dalle nuove femministe. Le cose, però, stanno gradualmente cambiando e le ricostruzioni storiche di oggi vanno a ricollocare questa prima fase di lotte all’interno del movimento femminista.

Per poter capire meglio il primo femminismo italiano bisogna, per prima cosa, analizzarne il contesto. L’Italia raggiunge tardi, rispetto ad altre nazioni, la sua Unità, nel 1861, ed è proprio con il Risorgimento che le donne iniziano a rivendicare i loro diritti di patriote. Dopo aver sostenuto l’unificazione, chiedono al neonato Stato italiano, infatti, di venire considerate come cittadine a tutti gli effetti o, almeno, di includere nella nuova legislazione i diritti che alcuni stati pre-unitari avevano già concesso. Nel territorio Lombardo-Veneto e in Toscana, ad esempio, era previsto che alcune categorie di donne votassero a livello locale, ovvero avessero il cosiddetto diritto di voto amministrativo. Tuttavia, come osserva Liviana Gazzetta in Orizzonti nuovi. Storia del primo femminismo in Italia nonostante le petizioni e le delegazioni di donne influenti, il nuovo Codice Civile delude profondamente le aspettative: le donne rimangono prive di diritto di voto politico e amministrativo e restano sempre sottoposte all’autorità maritale che impedisce loro la gestione autonoma del patrimonio.

Da quel momento inizia per le femministe italiane un periodo di duro lavoro per cercare di spingere la società e la politica italiana a riconoscere il valore delle donne come individui e come cittadine, e non solo come mogli e madri relegate all’interno delle mura domestiche. Da un lato nascono giornali come La voce delle donne, La Donna o La Cornelia, dove vengono raccolti importanti contributi femministi che abbracciano temi come il ruolo delle donne nella società e nella famiglia, il matrimonio e il divorzio, ma anche la prostituzione e, naturalmente, l’importanza della lotta per i diritti politici. Vengono creati comitati ed enti come la “Lega per la promozione degli interessi femminili”, fondata nel 1879, e il Comitato Nazionale Pro-suffragio. Si organizzano comizi e convegni come il Congresso delle donne Italiane di Roma, nel 1908.

Sulla spinta delle petizioni organizzate dalle femministe, sono molte le proposte di legge a favore delle donne che vengono presentate, sia negli ultimi anni dell’Ottocento che all’inizio del nuovo secolo. Dall’altro lato, però, le risposte sono sempre deludenti. In quel periodo, infatti, come spiega sempre Gazzetta, proliferano le teorie positiviste che, a partire dalla differenza biologica tra uomo e donna, sostegno l’inettitudine femminile alla vita politica. Secondo l’intellettuale Attilio Brunialti, ad esempio, le donne non potranno mai occuparsi della “cosa pubblica” in quanto non scompariranno mai “le difficoltà fisiologiche e mentali che determinano tutto un diverso indirizzo di occupazioni ed idee”. L’ingresso delle donne in politica viene dunque visto come una minaccia e uno squilibrio dello status quo. Le femministe italiane ottengono, quindi, poche soddisfazioni a livello legislativo: tra queste, nel 1919, la soppressione dell’istituto dell’autorizzazione maritale e, nel 1925, il voto amministrativo (concesso dal regime fascista e di fatto mai messo in pratica). Così, dopo la prima guerra mondiale, che divise il movimento tra interventiste e pacifiste, e l’avvento del Fascismo, bisogna aspettare fino al secondo dopoguerra affinché le donne ottengano il voto politico: quello attivo, approvato nel 1945, e quello passivo, con un decreto successivo, nel 1946.

Il primo femminismo italiano si scontra con una società impreparata, di forte tradizione cattolica e con un assetto politico-istituzionale di recente consolidazione. Eppure, riesce a ottenere conquiste molto importanti con tempo e fatica. Anche per questo è fondamentale coltivare una memoria storica di queste prime femministe. Queste erano donne colte e appartenenti all’establishment, come osserva Giulia Galeotti in Storia del voto alle donne in Italia. Alcune erano ardenti patriote mazziniane come Adelaide Cairoli o la padovana Gulaberta Beccari, giornalista e direttrice di diversi periodici femministi con posizioni decisamente all’avanguardia. Spesso, poi, venivano da famiglie liberali in cui avevano potuto respirare un clima culturale illuminato: si pensi, ad esempio, ad Anna Maria Mozzoni, che da molti viene considerata la capostipite del femminismo italiano per il suo continuo e appassionato impegno verso la causa. Altre erano mogli o figlie di leader progressisti: è il caso della socialista Anna Kuliscioff, medico italo-russa che nel 1911 fonda il Comitato Socialista per il suffragio femminile. Non mancavano, però anche le donne lavoratrici: Carlotta Clerici, maestra elementare o Giuditta Brambilla, sarta e organizzatrice sindacale delle operaie milanesi. Tra i loro impegni per alimentare la causa c’erano spesso opere filantropiche che davano loro la possibilità di mostrarsi attive e in grado di contribuire alla sfera pubblica: l’aiuto agli orfani, la cura di malati e reduci di guerra, ma anche campagne contro l’alcol e la prostituzione. Per sostenere il movimento, proprio come le colleghe inglesi, vendevano dei gadget oppure organizzavano concorsi a premio per scritti femministi.

Anna Kuliscioff

Pur essendo tendenzialmente meno violente, rispetto alle più note colleghe d’oltremanica, le femministe italiane erano ugualmente viste come rivoluzionarie. Un avvocato del 1908 descrive, infatti, la tipica suffragetta italiana come una donna “audace e rumorosa che guida le masse ai comizi, che si fa agente elettorale, che parla di trasformismo, di socialismo e di anarchia, e che occorrendo spezza i fili telegrafici, sovverte le linee ferrate e marcia contro la truppa predicando la ribellione”. Eppure, in antitesi rispetto al movimento degli anni Settanta, le prime femministe erano ancora estremamente legate ai canoni tradizionali di femminilità e non sostenevano affatto che donne e uomini fossero uguali tra loro. Il diritto al voto, anzi, era richiesto in nome della loro specificità femminile, della maternità che le rendeva in grado di adoperarsi per tutelare la famiglia e l’infanzia e contribuire a una vera e propria rigenerazione morale dello Stato. Anche la componente dell’impegno umanitario, perfettamente in linea con lo stereotipo della donna caritatevole e pacatamente operosa per natura, veniva utilizzata dalle femministe per dimostrare come le attitudini prettamente femminili alla cura e alla filantropia potessero risultare necessarie alla sfera pubblica. Questi elementi non vanno negati, ma letti e interpretati in una prospettiva storica che tenga conto del contesto sociale e degli strumenti che queste femministe avevano effettivamente a disposizione e che potevano strategicamente utilizzare per ottenere ciò che volevano.

Proprio per questi aspetti più tradizionali e borghesi, però, le femministe degli anni Settanta hanno preso le distanze dalle origini del movimento, operando una sorta di censura e damnatio memoriae. E invece è proprio tramite la riappropriazione della memoria della prima ondata che possiamo capire meglio il femminismo nel suo complesso, come un movimento in grado di cambiare nel corso dei secoli, di adattarsi alle esigenze delle delle donne in epoche diverse e all’occorrenza di diramarsi in varie correnti che le rappresentino. Riscoprendo la storia non epurata del femminismo italiano, il nostro orizzonte si amplia e si arricchisce: in questo modo non abbiamo più come unico modello il movimento degli anni Settanta, ma una pluralità di fasi con uno scopo comune e delle caratteristiche diverse.

Il tentativo di costringere il femminismo in una definizione immutabile e valida per tutte le donne (a prescindere dalle loro innegabili differenze), oltre a essere utopico, va contro l’essenza stessa del movimento. Se il femminismo è stato in grado, dalla fine dell’Ottocento fino a oggi, di continuare a muovere un gran numero di donne è stato anche grazie alla sua continua capacità di evolversi e aprirsi all’inclusività. Certo, dal punto di vista politico, questo continuo sfuggire a un’etichetta può destabilizzare, confondere e in qualche modo indebolire il movimento stesso, ma forse solo così può restare vivo, mantenendo una natura ampia, fluida e inclusiva. Cancellare dalla memoria storica le prime femministe, fino a occultare il fatto che si definissero tali, significa rinnegare anche le origini stesse del movimento e operare una piccola azione di negazionismo, finendo per annichilire ancora una volta il pensiero femminile, cancellare l’influenza che le donne hanno avuto in passato e i ruoli forti che sono state in grado di rappresentare, anche in epoche che non lasciavano loro il benché minimo spazio politico e sociale. La Storia, e la sua analisi, è la nostra grande ricchezza, per questo è necessario affrontarla e comprenderla criticamente e non piegarla in modo strumentale e fazioso. Conoscere il femminismo del passato, anche con tutti i suoi limiti, ci aiuta a comprendere quello di oggi e magari a immaginare quello di domani.

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