Leggere “Fat Shame” ci aiuta a capire l’origine dei nostri pregiudizi verso le persone grasse - THE VISION

L’Italian Obesity Barometer Report 2020, realizzato da Ibdo Foundation in collaborazione con l’Istat, ha evidenziato come in Italia siano ormai 23 milioni gli adulti sovrappeso, di cui oltre cinque milioni in condizione di obesità. All’interno del documento medici e rappresentanti delle istituzioni hanno sostenuto la necessità di affrontare la questione con la massima urgenza. Se già nel novembre dello scorso anno il Parlamento aveva approvato una mozione bipartisan che impegnava il governo a riconoscere l’obesità al pari di una malattia cronica, negli ultimi mesi la comprovata correlazione tra eccesso di peso e mortalità legata al Covid-19 ha alimentato la narrazione secondo cui “l’epidemia di obesità” rappresenterebbe la più grave e terrificante minaccia per la nostra salute pubblica.

In un quadro così critico ed emergenziale, leggere Fat Shame – Lo stigma del corpo grasso rischia di disorientare chi non ha mai avuto occasione di riflettere sulle varie discriminazioni che nella nostra società le persone grasse hanno subito e subiscono da quasi due secoli. L’opera, pubblicata nel 2011 dalla studiosa statunitense Amy Erdman Farrell e uscita in Italia da poche settimane, è uno dei primi testi tradotti nel nostro Paese a tracciare una cronistoria del fat activism, affrontando le origini culturali della grassofobia e le sue conseguenze. Attraverso un’accurata indagine storica, Farrell analizza i legami fra corporatura, status sociale e cittadinanza, dimostrando come i nostri pregiudizi sul grasso abbiano radici profondamente intrecciate al razzismo, al sessismo e all’imperialismo che permeava la società occidentale di metà Ottocento.

Il corpo grasso è da lungo tempo un simbolico campo di battaglia tra ideologie contrapposte e tensioni di massa. Per esempio, per tutto il Diciannovesimo secolo venne al contempo ridicolizzato – come negli spettacoli circensi in cui le persone obese erano esposte al pubblico ludibrio degli spettatori – e considerato il privilegio di una ristretta minoranza. Grassi, infatti, potevano esserlo soltanto i ricchi, i potenti, i nobili e coloro che godevano dei mezzi per garantirsi una buona salute e alimentazione. La falsa credenza secondo cui la denigrazione del grasso sarebbe nata per motivi sanitari è inoltre smentita dal fatto che le patologie più diffuse dell’epoca, come il tifo o la tubercolosi, allarmavano i medici proprio per il motivo opposto, ossia la drastica perdita di peso dei pazienti. Lo stigma culturale del corpo grasso, che Farrell intende alla pari del sociologo canadese Erving Goffman come un attributo di discredito fisico associato a negative qualità morali, proliferò in Occidente per ragioni diverse e ben più complesse.

Nella seconda metà dell’Ottocento, sulla scia dello schema evolutivo messo a punto da Darwin, un numero sempre maggiore di esperti e scienziati teorizzò il concetto del “corpo civilizzato”. Trovando solide giustificazioni nel mito positivista del progresso, nella tradizione aristotelica e in molti resoconti di viaggio delle spedizioni in Africa, questa visione promuoveva in modo aggressivo la convinzione che determinati tipi di corpo, razza ed etnia fossero superiori ad altri. Questa rigida categorizzazione dell’esistenza diventò in breve tempo il pretesto per gerarchizzare l’umanità, consolidare un ordine sociale eurocentrico e porre l’uomo bianco all’apice della scala evolutiva. Il grasso, insieme al colore scuro della pelle, cominciò a essere classificato come uno dei segni più degradanti e anormali per lo sviluppo dell’essere umano. Tale caratteristica fu attribuita in maniera dispregiativa agli immigrati, ai poveri e più in generale a tutte quelle popolazioni ritenute primitive e nelle quali gli incarichi fra i sessi fossero debolmente differenziati. Il crescente benessere dovuto all’industrializzazione, l’inedita mobilità sociale e il successo delle condizioni della moderna vita consumistica favorirono infatti la nascita di un nuovo modello di salute, forza e ottimismo. Questa concomitanza di eventi favoriva l’idea che in una nazione civile le donne sarebbero dovute rimanere subalterne agli uomini e tutti i cittadini che desideravano la rispettabilità sociale dovevano conformarsi all’ideale borghese di un corpo magro e atletico.

Schizzo di T McLean, 1830

Oltre che dal tentativo di costruire una forte identità bianca e colonialista in grado di dominare il mondo, l’autrice di Fat Shame sostiene che l’indignazione nei confronti delle persone grasse durante il Diciannovesimo secolo fu causata anche dalla repressiva morale protestante e da epocali cambiamenti socioeconomici. In questo contesto, il grasso venne utilizzato dalla neonata industria pubblicitaria per vendere la moda di un corpo equilibrato, la cui assenza era sempre più un  tratto distintivo delle persone pigre, stupide, ingorde e incapaci di gestire i piaceri della modernità. Ora che riguardava fette sempre più ampie di popolazione, il grasso cominciò a essere visto come qualcosa di pericoloso, debilitante e poco attraente. A questo faceva eco il protestantesimo, che cominciò a promuovere per le donne un corpo sottile e disciplinato come simbolo di frugalità, più degno rispetto a quello grasso di ricevere la salvezza divina. Fragile linea di confine tra i nuovi imperativi edonistici e l’antica moralità vittoriana, il grasso separò in modo sempre più evidente il civile dal selvaggio, il bello dal brutto, il bene dal male.

Amy Erdman Farrell, foto courtesy Dickinson College

Anche i primi movimenti femministi ebbero con il grasso e con la sua rappresentazione politica un rapporto travagliato. Nella battaglia di inizio Novecento per il suffragio universale, il corpo grasso fu usato come arma di propaganda sia dalle suffragette che dai loro oppositori. Femministe e anti suffragisti offesero le ragioni dello schieramento avversario rappresentandone gli esponenti come persone grasse, insaziabili attentatrici dell’ordine sociale o corrotti retrogradi a seconda dello schieramento. Secondo Farrell queste pioniere finirono per uniformarsi allo sguardo maschile piuttosto che criticare l’estetica e l’ideologia su cui questo si fondava. Nonostante la vittoria e l’ottenimento del diritto di voto universale, lo stigma fisico si perpetuò almeno fino agli Sessanta, quando negli Stati Uniti, insieme alla seconda ondata di femminismi e a tutti gli altri movimenti di liberazione sociale, nacque anche il fat activism. Questa nuova generazione di attiviste analizzò il modo in cui la società discriminava le persone grasse, collegando in maniera radicale le loro lotte a quelle delle altre minoranze. Criticando il mito della bellezza e la cultura estremizzata della dieta indotta dall’industria alimentare, affermarono con orgoglio la dignità di tutti i corpi e promossero un modello alternativo di pensare alla salute in relazione al grasso. Quest’ultimo passò dall’essere considerato un peccato da redimere o un sintomo di inferiorità a un elemento corporeo neutro.

Ancora oggi, nonostante alcuni passi in avanti, siamo immersi in una società grassofobica. Un recente studio dell’Università di Harvard ha paragonato lo stigma del peso all’inquinamento atmosferico, diffuso in modo capillare e stratificato in ogni ambiente sociale. Le persone grasse e obese vengono ancora discriminate in ambito medico e lavorativo e la loro quotidianità, in rete come in strada, è costellata da molestie, offese, commenti non richiesti e colpevolizzazioni. In Italia profili social come “Belle di faccia” fanno un grande lavoro per informare le persone su questi temi e sopperire alla mancanza di un organico indirizzo di studi, ma l’attivismo dei singoli deve portare quanto prima a una presa di coscienza collettiva. La nostra tanto sbandierata guerra al grasso rischia sempre più di diventare nella sostanza una guerra alle persone grasse, ai loro diritti, alla loro libertà di amarsi e al loro insindacabile percorso personale.

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