Come da un’epidemia può rinascere una società più giusta

Il coronavirus è stato definito un “cigno nero” per l’economia globale, un evento imponderabile dagli effetti altrettanto imprevedibili. Secondo l’Ocse, lo shock potrebbe dimezzare la crescita mondiale attesa per il 2020, riducendola all’1,5%, mentre, solo per l’Italia, si teme una contrazione del Pil fra l’1 e il 3%. A subire l’impatto non sarebbero tanto i miliardari – i 500 uomini più ricchi del Pianeta hanno perso complessivamente 444 miliardi di dollari a causa del più pronunciato ribasso di borsa dai tempi della crisi dei mutui subprime – quanto la gente comune, che già ora, fra chiusure forzate di scuole, attività e aziende necessita di un sostegno da parte del governo.

Non si tratta, però, di un fenomeno nuovo. Pandemie ed epidemie sono sempre state una fonte di instabilità per l’ordine economico e, talora, lo hanno anche sovvertito. Lo storico austriaco Walter Scheidel, della Stanford University, ha inserito le pandemie letali nel novero di quelli che lui chiama “i Quattro Cavalieri del livellamento”, insieme alla guerra, alla rivoluzione e al crollo dello Stato. Parliamo, cioè, di “rotture violente che hanno appiattito la disuguaglianza”, le uniche variabili che – ammette costernato Scheidel – sono state capaci di agire efficacemente sulla distribuzione del reddito nella Storia.l

L’esempio di scuola è la Morte Nera del Trecento, provocata dalla Yersinia pestis, un batterio dello stomaco delle pulci. Dalle rotte carovaniere dell’Asia centrale il contagio arrivò nel 1345 fra i tartari dell’Orda d’oro che assediavano la colonia genovese di Caffa, in Crimea. Per far capitolare la città, il loro capo, Gani Bek, ordinò di praticare una guerra batteriologica ante litteram, catapultando i cadaveri degli infetti oltre le mura. Le navi della marina mercantile genovese furono il veicolo involontario della peste in Europa, che nel 1347 si diffuse a Messina, quindi a Costantinopoli, per poi risalire a Nord, fino alla Scandinavia e all’Islanda nei due anni successivi. Si stima che la pandemia di peste fece tra i 20 e i 25 milioni di morti, un terzo degli abitanti europei dell’epoca, imperversando su una popolazione già debilitata dalle carestie e dall’aumento del prezzo del cibo e che aveva a disposizione una scienza medica a dir poco inesistente. Quando il morbo si placò, la manodopera scarseggiava, ma terre e infrastrutture erano intatte. I cronisti raccontano che “gli umili storcevano il naso di fronte al lavoro e a malapena potevano essere persuasi a servire i grandi per il triplo del salario”.

Trionfo della morte, 1446; Palazzo Sclafani, Galleria regionale di Palazzo Abatellis, Palermo

Dalla Francia all’Inghilterra i sovrani corsero ai ripari per tutelare gli interessi minacciati della nobiltà. Promulgarono ordinanze per fissare tetti salariali, ingiungendo di ristabilire i prezzi in uso prima della pestilenza, ma la legislazione venne ovunque ignorata, tanto da essere spesso ritirata. Si assistette così a una massiccia redistribuzione della ricchezza dall’alto verso il basso: i proprietari terrieri videro svalutati i loro possedimenti, le cui rendite precipitarono del 20-30%, mentre contadini, artigiani, lavoratori non qualificati delle campagne e delle città ottennero salari migliori o si spostarono dove era possibile guadagnare di più. Per la prima volta, il consumo di carne, birra, formaggio e beni di lusso si affermò tra i ceti meno abbienti. Le rivendicazioni politiche, economiche e sociali non cessarono però qui. Dalla metà del Trecento violente rivolte popolari contro i signori, come la jacquerie in Francia o i Ciompi a Firenze, agitarono diversi Paesi. Fino alla metà del Quindicesimo secolo, i redditi delle classi lavoratrici continuarono a crescere.

Ci sono almeno due precedenti storici che confermano una marcata riduzione della disuguaglianza dopo una pandemia, per via del maggior potere contrattuale dei lavoratori. Il primo è la cosiddetta “peste antonina” del Secondo secolo dopo Cristo, molto probabilmente un’epidemia di vaiolo, che era esplosa fra i legionari romani durante una campagna in Mesopotamia contro i Parti nel 165 d.C. e si era poi propagata a occidente, fino in Gallia e al fiume Reno, infettando il 60-80% della popolazione, con un tasso di letalità compreso tra il 20 e il 50%. Si calcola che all’epoca morì un abitante su quattro dell’Impero, ma in alcuni villaggi, come sul delta del Nilo, il calo dei contribuenti, morti o fuggiti dal contagio, toccò anche il 90%. La manodopera rurale sopravvissuta strappò contratti di affitto più lunghi, ottenne salari più alti, con margini di guadagno anche del 20%, e poté accedere a beni alimentari non primari come olio e vino, il cui prezzo era sceso per la flessione della domanda.

Eugène Delacroix, Ultime parole dell’imperatore Marco Aurelio, 1844; Museo delle Belle Arti di Lyon

Il secondo precedente è la peste di Giustiniano, che si ripresentò nel bacino del Mediterraneo in ben diciotto ondate tra il 541 e il 750. I dati sulla mortalità riferiti dai testimoni dell’epoca, come Procopio, appaiono esagerati e inattendibili (nella sola Costantinopoli i morti sarebbero stati almeno 300mila, quasi la metà degli abitanti) e sono stati recentemente ridimensionati da uno studio in controtendenza. È però lecito supporre che, soprattutto nelle città commerciali, sia stato falcidiato tra un quarto e un terzo della popolazione. Ad appena tre anni di distanza dallo scoppio dell’epidemia, l’imperatore d’Oriente Giustiniano dovette intervenire con un editto per arginare le richieste salariali, anche triplicate, di agricoltori, operai, marinai e persino letterati.

I benefici dello shock demografico erano tuttavia limitati nel tempo e nello spazio. Nell’antichità, alle pestilenze seguivano spesso drastiche interruzioni dei commerci e crisi di approvvigionamento per le città, che aggravavano la pressione di una plebe urbana già al di sotto del livello di sussistenza. Nel Trecento, invece, in Europa orientale, a differenza che a Ovest, alla calamità degli agenti patogeni si aggiunse la repressione della nobiltà fondiaria, che reagì allo spopolamento delle campagne vincolando ancor di più i contadini alla terra, arrivando a introdurre la servitù. In Italia, nel Seicento, furono di nuovo le élite ad approfittare della crisi epidemica, nonostante la peste narrata dal Manzoni fosse stata altrettanto virulenta di quella medievale. L’esperienza della Morte Nera portò in dotazione ai più ricchi strategie legali e culturali per contenere i salari e per non dissolvere il patrimonio familiare a seguito della perdita di eredi.

Debole, e confinata a poche città statunitensi, è anche la correlazione tra incremento dei redditi bassi e l’influenza spagnola del 1918-20, nonostante un ingente numero di vittime concentrato in particolare nella fascia dei giovani adulti, forse superiore ai 50 milioni in tutto il mondo e 600mila solo in Italia. Un ruolo lo giocò la censura dei governi in guerra, che sminuirono e resero pertanto incerto il computo dei morti. Della spagnola si preferiva non parlare, si fiaccava la retorica di guerra quando il conflitto era ancora in corso, e si sviliva la celebrazione dei caduti quando la pace era stata siglata. Un altro fattore che limitò le conseguenze economiche dell’epidemia fu che una consistente redistribuzione della ricchezza era già avvenuta per sostenere lo sforzo bellico. Alla coscrizione di massa dei ceti più poveri si accompagnò quella che il partito laburista britannico definiva “la coscrizione della ricchezza”, un rialzo senza precedenti delle imposte sui redditi più elevati, delle tasse di successione e dei profitti di guerra in tutti i Paesi. Nel Regno Unito l’aliquota massima passò dal 6 al 30%, negli Stati Uniti dal 2,5 al 35%, mentre in Francia, Austria e Germania bastò l’inflazione a penalizzare i percettori di rendite.

Naturalmente oggi nessuno si augura una catastrofe malthusiana per ridurre le disuguaglianze. Tuttavia, è già stata sufficiente una breve sospensione della normalità a causa del virus per portare in superficie alcune storture del nostro modello economico. La più evidente è il dissanguamento della sanità pubblica per ragioni di equilibrio di bilancio: negli ultimi 10 anni al servizio sanitario nazionale sono stati tagliati 37 miliardi di euro, a fronte, invece, di un incremento degli sgravi per le strutture private, finora clamorosamente assenti nella lotta a Covid-19. La stessa ramificazione regionale delle competenze in materia sanitaria si è dimostrata critica, con un’omogeneità nazionale, avremmo molto probabilmente evitato il cortocircuito di circolari e ordinanze dei primi giorni. In secondo luogo, vengono alla luce i limiti di una visione che ha trasformato l’Italia in un deserto industriale prevalentemente incentrato su turismo ed esportazione, cioè su una pletora di mansioni a bassa retribuzione. Nel momento in cui le commesse estere crollano, farebbe comodo avere un mercato interno in grado di acquistare i beni rimasti invenduti.

Ma il coronavirus ha anche mostrato quanto siano fragili le catene del valore globale, quel complicato sistema di delocalizzazioni sempre a caccia di costi di manodopera inferiori. Possibile che siano bastate poche settimane di stop dei laboratori cinesi per porre il problema delle scorte dell’industria farmaceutica europea? L’emergenza ha infine evidenziato i pregi dello smart working, che, se applicato con le dovute tutele, è uno strumento utile per attenuare lo stress dei lavoratori e le emissioni inquinanti. Come ha osservato pochi giorni fa il filosofo Slavoj Žižek, dobbiamo purtroppo constatare che abbiamo bisogno di una catastrofe per ripensare la società in cui viviamo.

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