La storia di Elio Vittorini è la storia di ogni freelance precario. Per questo dovremmo conoscerla.

Elio Vittorini è uno di quegli autori a cui spesso i programmi scolastici delle scuole superiori non arrivano. Se ci arrivano, è perché qualche insegnante di buona volontà ha voluto coprire la letteratura della Resistenza e ha fatto leggere ai suoi studenti Uomini e no, considerato il capostipite del genere in quanto pubblicato nel giugno del 1945, due mesi dopo il 25 aprile e la morte di Mussolini. Quello che molti non sanno è che Vittorini, prima ancora che scrittore, è stato traduttore, correttore di bozze, titolista, recensore, redattore. Con il linguaggio dell’editoria moderna lo chiameremmo un editor di particolare talento, mentre Alberto Cadioli, in Letterati editori, usa la formula più poetica di “iper-lettore”. Ma oltre a tutto questo, Vittorini è stato un emigrato, un precario e, soprattutto, un freelance, quando ancora questa categoria non esisteva.

Vittorini nasce nel 1908 a Siracusa, da una famiglia modesta. Il padre è un ferroviere e il giovane Elio trascorre un’infanzia e una prima adolescenza molto inquiete nella opprimente Sicilia dei primi del Novecento, nonostante i frequenti viaggi per il lavoro paterno. Appena può scappa di casa rubando al padre i biglietti premio dei dipendenti ferroviari. A 17 anni lascia la scuola, stanco degli studi tecnici imposti dalla famiglia, e va a vivere a Gorizia, dove trova impiego come operaio.

A Vittorini però piace scrivere, vuole diventare giornalista. Come tanti della sua generazione, si lascia affascinare dal fascismo degli inizi, che si presenta come un movimento rivoluzionario e antiborghese. A 19 anni conosce il direttore de La Stampa Curzio Malaparte e comincia a collaborare con il quotidiano. Vittorini in questo periodo fa una vita allucinante, in cui potrebbero rispecchiarsi tanti liberi professionisti e precari di oggi: non fa più l’operaio, però si fa assumere come contabile in un’impresa di costruzioni stradali, poi la sera torna a casa, studia, legge e soprattutto lavora. Dopo un breve periodo a Siracusa, torna a Gorizia e trova il tempo anche per sposarsi con Rosa Quasimodo, sorella di Salvatore, incinta. Nasce un figlio, Giusto Curzio (in onore di Malaparte), ma presto Vittorini si ritrova disoccupato e senza una lira. Nel 1929 un articolo contro il provincialismo della letteratura italiana scritto per L’Italia letteraria viene accolto male. Il giovane scrittore viene bollato come antifascista e, nonostante sia tesserato al Pnf, l’accusa gli costa la collaborazione con La Stampa.

Curzio Malaparte

L’articolo viene però notato da Solaria, rivista fondata da Alberto Carocci a Firenze, e a quel tempo diretta da Giansiro Ferrata. Solaria era un periodico lontano dal fascismo, ma soprattutto di respiro europeista e internazionale. Il giovane freelance Vittorini si trasferisce da Gorizia a Firenze e, lavorando come segretario di redazione a Solaria, comincia ad ampliare i suoi interessi, leggendo Kafka e Joyce. Siccome lo stipendio è basso, Elio fa due lavori contemporaneamente e viene assunto come correttore di bozze al quotidiano La Nazione. Qui il tipografo del quotidiano, che era emigrato in America e poi tornato nel nostro Paese, gli insegna un inglese molto approssimativo, ma quanto basta per permettergli di leggere i libri in lingua originale. Quando non frequenta il caffè degli ermetici Le giubbe rosse, con Montale e l’allora fidanzata Drusilla Tanzi, la sera studia l’inglese da autodidatta e prova a tradurre qualche racconto.

Nel frattempo scrive in maniera prolifica e i racconti per Solaria confluiscono nel 1931 nel volume Piccola borghesia. Nel 1936 pubblica Nei Morlacchi. Viaggio in Sardegna, diario di viaggio vincitore di un premio de L’Italia letteraria, ristampato dopo la guerra col titolo Sardegna come un’infanzia. Sempre sulla rivista fiorentina comincia a uscire a puntate Il garofano rosso, uno dei suoi libri più noti, che verrà pubblicato in monografia solo nel 1948.

Alberto Mondadori (a sinistra)

Nel 1938, la sua carriera editoriale ha una svolta: si trasferisce a Milano. Vittorini c’era già stato nel 1933 e in una lettera a un’amica si legge tutta l’eccitazione di chi va a vivere in una grande città – forse idealizzandola un po’ troppo – per inseguire un sogno professionale: “Sai che è la città più bella del mondo? Anzitutto è città: quando ci si è dentro si pensa che il mondo è coperto di case […]; copre il mondo ed è piena di mondo, di tutte le possibilità naturali del mondo (tranne montagne, che detesto) allo stesso tempo. Io non sarò più tranquillo se non saprò d’esserci là dentro, come milanese, e davvero credo d’aver trovato maniera di viverci tra collaborazioni fisse a giornali e piccoli lavori (oltre le traduzioni) con Mondadori”.

A Milano, Vittorini non lavora per Mondadori ma per Bompiani e conosce una ragazza, Ginetta Varisco, per cui lascerà Rosa Quasimodo dopo la seconda guerra mondiale. Durante il conflitto, abbandona del tutto le idee fasciste, si avvicina al comunismo e si unisce alla Resistenza. Nel 1943 viene anche arrestato per le sue attività clandestine e la sua casa bruciata. Rilasciato dopo l’8 settembre, diventa uno dei principali animatori de L’Unità milanese. Dopo la guerra, la carriera da freelance di Vittorini è in salita: collabora ancora un po’ con Bompiani, poi passa a Einaudi per cui cura la rivista Il Politecnico, fino alla famosa polemica con Togliatti sul “suonare il piffero della rivoluzione”. Finito bruscamente il rapporto con la casa editrice torinese, torna da Mondadori, dove aveva lavorato negli anni Trenta. Anche in questi anni, pur essendo ormai un famoso romanziere e un importante intellettuale, Vittorini è soprattutto un operaio della cultura, che lavora instancabilmente a manoscritti e traduzioni.

Palmiro Togliatti

Il suo entusiasmo per Milano rimane sempre lo stesso durante gli anni. Erano altri tempi, forse. Per Vittorini, il capoluogo lombardo rappresenta una sorta di piccola New York, che nel romanzo postumo Le città del mondo è il modello di realizzazione urbana più compiuto. A Milano, Vittorini scopre un contatto con il mondo diverso, “dello stesso genere di quello che dapprima sapevo aver avuto solo nella mia infanzia”. Come scrive l’italianista Alessandro Giarrettino, per lo scrittore “Sicilia e Milano significano rispettivamente guardarsi indietro e guardarsi intorno”. Pur restando a Milano, avviene una sorta di regressione verso la sua terra natale, che porta a frutto in un libro come Conversazione in Sicilia, che racconta proprio il ritorno nell’isola di Silvestro Ferrauto, un intellettuale che vive a Milano da molto tempo.

Anche se ci sembra che ogni fibra di Vittorini sia legata alla città meneghina, è chiaro che, proprio come ogni expat, anche lo scrittore sente quello che gli psicologi oggi chiamano “shock culturale inverso”, cioè la difficoltà a riadattarsi alla propria cultura di origine. Se oggi potrebbe sembrarci esagerato soffrirne pur non avendo mai lasciato l’Italia, dobbiamo tenere conto che Milano e la Sicilia negli anni Quaranta erano due universi estremamente diversi e inconciliabili tra loro. La spaccatura tra la città e l’isola è evidente nella nostalgia che Vittorini è in grado di esprimere solo nei libri, e quindi tramite il filtro della finzione. Anche in Erica e i suoi fratelli, altro romanzo incompiuto, racconta la storia dell’emarginazione di una famiglia siciliana immigrata nel Nord Italia.

E mentre affida alla fantasia e all’idealizzazione la nostalgia del suo stato di migrante o, come qualcuno l’ha definito, “esule”, Vittorini continua a destreggiarsi tra mille incarichi e mille lavori. Traduzioni, correzioni di bozze, scouting editoriale. Racconta Raffaele Corvi che, anche quando viene ricoverato per il tumore che se lo porterà via il 12 febbraio 1966, Vittorini continua a lavorare (per Mondadori e per Einaudi), scrivendo a Barthes di concedergli di tradurre i suoi Elementi di semiologia, opera che il filosofo gli dedicherà. Tre giorni prima di morire, sposa la milanese Ginetta Varisco. Nelle sue lettere, raccolte in due collane da Einaudi, si trova tutto l’entusiasmo per il suo lavoro, l’angoscia del suo voler fare sempre le cose bene, lo spirito di sacrificio, e a volte anche la nostalgia di casa, un senso di smarrimento e di incertezza: oltre ai romanzi e all’impegno nella Resistenza, anche questa è l’eredità che ci ha lasciato Vittorini, la storia di un siciliano trapiantato a Milano, freelance precario, che ce l’ha fatta.

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