Già nel 1964 Eco ci aveva divisi tra “apocalittici” e “integrati” di fronte all’innovazione digitale - THE VISION

Umberto Eco, nel suo libro Apocalittici e Integrati del 1964, aveva delineato attraverso la lente della semiologia l’interpretazione delle masse ai moderni strumenti di comunicazione e l’incontro fra alcuni di essi con l’innovazione. Il quadro che ne aveva ritagliato tratteggiava una situazione molto ambigua tra la folla: alcuni ne furono entusiasti, altri si sentirono quasi offesi da tale modernità. È una spaccatura che esiste ancora oggi. 

Apocalittici e Integrati nacque come una raccolta di saggi e di articoli pubblicati nel 1964, intorno al tema dei moderni strumenti di comunicazione di massa che si stavano facendo strada all’epoca. In realtà, “l’autore [nel suo libro] non pensava di dire nulla di nuovo, bensì di fare il punto su di un dibattito ormai maturo […]”, si legge nell’introduzione al libro. Il testo è la conseguenza di varie passioni di Eco – quella per il fumetto, per la televisione come nuovo strumento di comunicazione che permetteva di avere accesso a diversi contenuti – e degli studi che portava avanti tramite un corso libero all’Università a Torino, “Estetica e Comunicazioni di massa”, che aveva spinto un gruppo di giovani a riunirsi la sera, in un centro sociologico distaccato dal complesso universitario, per parlare delle strutture narrative dei settimanali femminili.

Il titolo sembra tracciare una linea netta tra la società, ma non è davvero così. Apocalittici e Integrati viene scelto per motivi editoriali, per riassumere il tema fondante di tante riflessioni di natura semiologica, ma non è una divisione, piuttosto una categorizzazione di atteggiamenti verso cui la folla può tendere facilmente di fronte all’innovazione. Il primo modo di approcciarsi al bene collettivo della cultura poteva essere, secondo l’autore, di tipo apocalittico: se fino ad allora la cultura veniva considerata un bene esclusivamente aristocratico, all’epoca si parlava per la prima volta di cultura di massa, alla quale ovviamente l’apocalittico si asteneva perché rappresentava una creazione e condivisione di contenuti culturali non voluta e mai vista fino ad allora – si parla per lui di anti-cultura, simbolo della volgarità della folla. La causa di questo allargamento si doveva ai nuovi mezzi di comunicazione del momento: la televisione, il giornale, la radio, il cinema, il fumetto, il romanzo popolare e il Reader’s Digest. L’offesa a cui questa parte della massa si sentiva colpita non aveva eguali: l’innovazione aveva contribuito a elargire impunemente un bene perlopiù aristocratico, aveva abbassato il canone della cultura “banalizzandolo e mercificandolo”, provocando una discesa verso l’aberrazione culturale.

Il punto di vista dell’integrato era totalmente opposto: se l’apocalittico vedeva nella novità la minaccia, la ridicolizzazione della cultura in modo spregevole, lui ne coglieva tutti i lati positivi: l’arte diventava oggetto di ammirazione, come i libri, i fumetti o il cinema, la musica classica veniva ascoltata da chiunque e tutti potevano avere accesso al romanzo. La cultura rendeva l’integrato per la prima volta partecipe in modo attivo alla novità e alla ricchezza a cui prima non poteva prendere parte, ne accoglieva tutti i dettagli e ne rimaneva estasiato. Non era importante la matrice di provenienza della nuova cultura – cosa che l’apocalittico tendeva a sottolineare, facendo riferimento a una collocazione che nasceva dal basso e perciò simbolo di una decadenza. L’integrato l’apprezzava perché fonte di innovazione e di allargamento di confini sino ad allora ben delineati. Molto spesso nasceva anche dall’alto, in realtà, basti pensare alle prime pubblicità sull’aspirapolvere, accessorio che non tutti nel 1964 ancora possedevano in Italia. Chi assumeva questo atteggiamento non vedeva nei nuovi mezzi di comunicazione il segno del degrado della società odierna ma l’avanzamento del progresso, il simbolo di una rivoluzione che li valorizzava. L’integrato apprezzava soprattutto, in questa rivoluzione, l’omogeneizzazione dei contenuti, che contribuiva a creare un ambiente senza distinzioni sociali, difendeva fortemente le nuove forme di cultura trasmesse tramite il fumetto o i telequiz in quanto affermava che da sempre l’uomo amava i Circenses e cercava il divertimento anche visivamente, perciò non considerava aberrante la loro diffusione capillare. “L’apocalisse è l’ossessione del dissenter, l’integrazione è la realtà concreta di coloro che non dissentono”.

Ciò che ha stravolto gli animi degli aristocratici della cultura è stato il fenomeno che avviene spesso nella storia, ossia le masse entrano nella cultura come protagoniste della vita associata, corresponsabili della cosa pubblica. La loro missione, come dice Eco, è stata quella di imporre un proprio ethos, di far valere determinate esigenze particolari in un dato periodo storico, mettere in circolazione un proprio linguaggio, elaborando proposte che potevano provenire anche dal basso. I mass media, inoltre, hanno forgiato la possibilità reale di istruzione per le masse su ambiti a cui prima non avevano reale conoscenza, non per mancanza loro ma per inadeguatezza dei mezzi a loro disposizione.

La situazione che Umberto Eco descrisse nel 1964 sembra essere sopravvissuta fino a oggi, in un 2022 caratterizzato dall’uso capillare e pervasivo del digitale in ogni ambito, tra cui quello culturale attraverso le cosiddette Digital Humanities. Questo sapere interdisciplinare, che incrocia informatica ed archivistica, o digitale ed editoria o, ancora, tecnologia ed arte, vede la sua origine nel 1949 grazie a Padre Roberto Busa che, con il sostegno del fondatore dell’IBM, Thomas J. Watson Sr, decide di digitalizzare l’opera omnia di Tommaso d’Aquino, l’Index Thomisticus. Da lì, intere opere religiose, e non solo, vennero digitalizzate per migliorare la loro conservazione nel tempo e assicurare meno lavoro e dispendio di ore a chi li trascriveva a mano. In ogni ambito umanistico, si iniziò a porre le basi per una digitalizzazione completa: dall’archivistica alla filologia, dall’arte ai libri. Questo processo è continuato fino a oggi e, dopo la pandemia, sembra essersi ulteriormente potenziato.

Non tutti hanno reagito allo stesso modo di fronte a questo cambiamento epocale: anche oggi troviamo gli apocalittici e gli integrati. L’apocalittico di questa società odierna rifiuta, in modo distaccato, ogni tipo di approccio digitale al prezioso patrimonio culturale a cui viene associato: il moderno ebook reader, con cui ci si possono leggere tantissimi libri senza occupare spazio e senza il rischio dell’usura nel tempo e di un maggiore spreco per la carta, diviene l’anti-libro per eccellenza, l’aberrazione per cui Gutenberg si sarebbe rivoltato nella tomba dopo la sua colossale scoperta dei caratteri mobili; le mostre d’arte ammirate mediante smartphone o tablet si trasformano nel segno tangibile di un’apocalisse finale per una storia dell’arte che da secoli è sempre stata ammirata da vicino e che adesso si ritrova svestita del suo essere un bene artistico e un patrimonio culturale, comparendo alla pari della pubblicità di un vestito sui nostri device.

Questi sono solo degli esempi per cui l’apocalittico contemporaneo rifiuta categoricamente il digitale. L’integrato invece ne apprezza ogni lato che può risultare positivo. Nella posizione dell’apocalittico si nota un comportamento caratterizzato da un rifiuto completo, che nega in blocco ogni vantaggio che proviene dall’innovazione, in questo caso digitale, non considerandolo un reale vantaggio.

Umberto Eco, nel 1964, aveva già delineato e previsto i diversi atteggiamenti che la società può avere di fronte alla portata rivoluzionaria della rapidissima innovazione che stiamo sperimentando; gli Apocalittici e gli Integrati ci sono tuttora, anche se i mezzi di comunicazione si sono ulteriormente evoluti e necessitano uno sviluppo ulteriore di questa riflessione, andandola ad arricchire di dati ed esperienze un tempo inimmaginabili dai più.

 

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