Il lutto è sempre più un dolore privato e individuale. Condividerlo è fondamentale per affrontarlo. - THE VISION

Nel 2004 Joan Didion nel suo L’anno del pensiero magico ripercorse i mesi successivi alla morte improvvisa di suo marito e la grave malattia della loro figlia. La scrittrice in questo libro, tra le altre cose, nota come la società in passato prescrivesse un codice di comportamento chiaro in caso di morte e lutto che scattava quasi meccanicamente. “Quando muore qualcuno, mi insegnarono mentre crescevo in California, metti nel forno un cosciotto di maiale”, osserva, “Lo porti a casa del morto. Vai al funerale. Se la famiglia è cattolica dici con loro anche il rosario, ma non piangi, non ti lamenti e non richiami l’attenzione della famiglia su di te”. Da queste norme, che a volte percepiamo come parte di un passato più attento alle formalità che al contenuto, emerge un’umanità ancestrale e consolante: donare del cibo, cucinare, ricordare il defunto, pregare insieme. I rituali legati alla morte d’altronde sono esistiti in tutte le epoche e le civiltà. Secondo la classificazione che l’antropologo francese Arnold Van Gennep propone nell’omonimo saggio, si tratta di riti di passaggio, cerimonie pubbliche che segnano un cambiamento di status, un evento che spezza la continuità: da quel momento ci sarà un prima e un dopo. Sono principalmente riti collettivi che, tuttavia, come fa notare la stessa Didion, al giorno d’oggi si stanno gradualmente perdendo e il dolore sta diventando sempre più una questione privata.

Joan Didion, Malibu, California, 1972

Fin dall’inizio della pandemia si è parlato dell’impatto che il distanziamento sociale ha avuto anche sui riti funebri. Molte famiglie non hanno potuto dire addio ai loro cari isolati negli ospedali, i funerali si sono svolti in forma ristretta e i cimiteri sono rimasti chiusi durante i lockdown. Ci si chiede, naturalmente, che impatto avrà tutto questo. Secondo uno studio statunitense, a oggi, solo il 26% degli intervistati è convinto che sia importante partecipare ai funerali di persona e il 40% si augura che possano gradualmente spostarsi in streaming. A ben vedere, però, è già da molti anni che nel mondo occidentale si assiste a un cambiamento nel modo di vivere la morte e il lutto.

Come fa notare il sociologo Cas Wouters, già a partire dagli anni ‘60 e ‘70 i rituali funebri sono diventati sempre più privati e individualizzati. Si è persa l’abitudine a vestirsi di nero, i bambini vengono spesso lasciati a casa per protezione e il focus è sul dolore personale e come superarlo. Questo, secondo Wouters, è simbolo di un nuovo habitus sociale dove l’“io” ha assunto una carica emotiva più forte rispetto al “noi”. In un articolo del 2018 anche l’Economist ha sottolineato come i funerali stiano effettivamente perdendo solennità e importanza: negli Stati Uniti sempre più persone scelgono la cremazione (anche diretta, senza cerimonie) e i rituali più classici lasciano il posto a soluzioni più personali e allegre, persino vere e proprie feste a base di “margarita, karaoke e pizza a domicilio”. Questo atteggiamento, come fa notare l’antropologo inglese Geoffrey Gorer nel suo saggio Death, Grief, and Mourning in contemporary Britain, è legato a quello che lui definisce “dovere etico di divertirsi” e che, nella società moderna, spinge a “non fare nulla che potrebbe ridurre il piacere degli altri” e, di conseguenza, a nascondere il dolore e la morte stessa.

Il modo di approcciarsi alla morte si è evoluto ampiamente nei secoli. In Storia della morte in Occidente: dal medioevo ai giorni nostri, lo storico francese Philippe Ariès identifica diverse fasi. Dal Basso Medioevo fino al X secolo, parla di “morte addomesticata”, dato che all’epoca morire era un evento accettato, normale, un fatto che avveniva in casa senza grande clamore e con la partecipazione di tutta la comunità. Poi definisce “morte di sé” l’approccio diffuso a partire dal XI secolo quando in ambito cattolico si perde la “concezione collettiva del destino” e ci si focalizza sul Giudizio Universale. La Chiesa in questo periodo pone particolare attenzione alle buone azioni compiute in vita in contrapposizione ai comportamenti dissoluti che portano alla dannazione eterna. La morte, così, nell’immaginario collettivo inizia ad assumere tratti sempre più inquietanti e terribili, perché legata a un giudizio e a un’eventuale punizione. Successivamente, attorno al Settecento, secondo Ariès, il focus si sposta sulla “morte dell’altro” più che sulla propria. La morte fa paura e per questo si drammatizza e ritualizza il dolore, enfatizzando le tradizioni legate alla sepoltura e alle tombe. È a partire dal Novecento, però, che si assiste a un cambio di atteggiamento drastico e repentino: nella maggior parte dei casi, infatti, non si muore più in casa ma negli ospedali o in strutture similari e la morte viene percepita sempre più come un’anomalia e relegata ai margini. Rispetto al Medioevo – quando la morte era a tutti gli effetti “di casa”, le donne morivano di parto, i bambini di influenza – oggi la morte viene trattata con una sorta di pudore, per non dire vergogna, e il dolore nascosto e smorzato per non alimentare l’angoscia.

Questa nuova attitudine verso la morte (per altro messa in dubbio da alcuni sociologi) si inserisce in un più ampio quadro di una generale scomparsa delle forme rituali. “Rituale è diventata una brutta parola, equivalente a conformismo vuoto”, scrive l’antropologa Mary Douglas, “assistiamo a una rivolta contro il formalismo, anzi, contro la forma”. Alla base, come analizza il filosofo Byung-Chul Han nel suo libro La scomparsa dei riti, c’è il carattere consumistico e individualistico della società neoliberista. Più che un sentire condiviso che, in quanto tale, accomuna e dunque uniforma, si ricerca la particolarità del sentire personale, la presunta autenticità. È in nome di questa ricerca che, secondo l’autore, la società contemporanea tende spesso a considerare le norme comportamentali legate al lutto come troppo rigide e il loro attuarsi come formale e per certi aspetti poco sincero.

Secondo Han, però, il simbolismo dei riti è “potenzialmente in grado di liberare la società dal suo narcisismo collettivo” creando davvero una connessione con l’altro. Ne L’anno del pensiero magico, Joan Didion cita il manuale di galateo Etiquette scritto nel 1922 da Emily Post. Nel capitolo dedicato ai riti funebri e al lutto vi sono indicate precise regole pratiche: cosa dare da mangiare ai parenti del defunto, dove farli sedere, come rivolgersi a loro. Le norme hanno alla base delle osservazioni di buon senso: “Le persone colpite da un dolore genuino non sono solo mentalmente sconvolte, ma sono anche, tutte, fisicamente squilibrate”, scrive Post, “Per quanto possano apparire calme e controllate, nessuno in tali circostanze può essere normale. La circolazione del sangue disturbata le raffredda, il dolore le innervosisce e le rende insonni”. In questo senso il galateo aiuta a prendersi cura dell’altro in un momento in cui, visto il turbamento, potrebbe altrimenti regnare il caos: si tratta di etichetta, ma anche, in un certo senso, di intelligenza emotiva tramandata di generazione in generazione.

Oggi, rivolgersi alle persone che soffrono per esprimere la nostra vicinanza spesso può risultare difficile, come se ci mancassero le parole per verbalizzare il lutto: sia perché di morte si parla poco, sia perché non sempre la condivisione del dolore segue schemi prestabiliti. Le prescrizioni di Post, e prima di lei di tanti altri, erano in grado, senza parole, di stabilire una connessione perché, come scrive Han, i riti “creano una comunità senza comunicazione”. Anche i rituali, poi, a pari di tutto il resto possono essere trasformati ed evolversi, è il caso della comunità LGBTQ+: a partire dalla crisi dell’AIDS, infatti, la comunità queer ha trasformato le pratiche del lutto facendole proprie e assorbendole. 

Il punto, quindi, non è tanto il rifiuto dei riti davanti alla morte e al lutto, quanto la perdita della comunità e della condivisione alla base. I rituali sono solo un mezzo di espressione della comunità ed è questa che sta venendo a mancare, nella vita frenetica di ogni giorno, prima ancora che nella morte. La pandemia di Covid, privandoci della possibilità di onorare la morte secondo gli schemi tradizionali, ci ha ricordato l’importanza del celebrarla collettivamente. È però solo ripartendo dalla comunità, dai legami di amicizia e dall’aiuto reciproco che potremo tornare a guardare alla perdita, alla morte e al dolore non come qualcosa da negare, ma da condividere.

Segui Elisabetta su The Vision
Seguici anche su:
Facebook    —
Twitter   —  

Seguici anche su: