Se provi attrazione solo verso chi ami e non vuoi rapporti occasionali, forse sei demisessuale. Ma va bene così.

“Aspetta, lo cerco su Google”. È questa la frase che viene pronunciata quando qualcuno tira fuori l’argomento demisessualità. La maggior parte delle persone non sa cosa sia. È una patologia? È una perversione? È una nuova moda? No, è semplicemente un orientamento sessuale, ed è probabile che sia il tuo, anche se ancora non lo sai.

Un individuo demisessuale prova un’attrazione sessuale soltanto quando entrano in gioco altri fattori: un forte legame affettivo, un sentimento romantico, il puro e semplice innamoramento. In assenza di questi, manca lo stimolo verso il sesso. L’errore più comune è associarlo all’asessualità, ma sono fenomeni diversi: nei demisessuali la voglia di fare sesso è presente, soltanto che è legata all’affettività. Dunque una storia da una notte non suscita interesse, non c’è il desiderio sessuale fine a se stesso, quello che invece rappresenta il fulcro del sesso occasionale. Questo comportamento non è caratterizzato da pensieri legati alla morale: se un demisessuale evita i rapporti occasionali non è per un giudizio sull’atto in sé, ma semplicemente perché non ne ha voglia e non ne sente il bisogno.

All’interno della demisessualità ci sono diverse sfumature. C’è chi in assenza di un legame affettivo non riesce a contemplare neanche l’autoerotismo, e che quindi pratica una vera e propria astinenza; c’è chi si approccia alla masturbazione soltanto immaginando di avere una relazione romantica; chi la pratica senza limiti del pensiero; chi prova ugualmente a fare sesso con persone di cui non è innamorato, senza avere alcun tipo di appagamento. È fondamentale, però, comprendere la natura di questo orientamento, e principalmente il fatto che non ci siano problematiche fisiologiche a determinarlo. Una persona demisessuale può anche avere un’intensa attività sessuale.

Spesso si tende a demonizzare le etichette, eppure in casi del genere è errato parlare di catalogazione, perché dare un nome alle cose può anche essere d’aiuto per le persone che credono di avere un problema, che si interrogano sulla propria esistenza in base alle caratteristiche identitarie. E così per molti è un sollievo sapere di essere demisessuali, e non dei reietti inadatti ad accodarsi alle abitudini della società contemporanea. La sfera sessuale è infatti uno dei principali territori dove hanno origine stigma, intolleranza e ghettizzazione. Sin dalla pubertà ragazzi e ragazze vengono bombardati dalla narrazione secondo la quale fare sesso sia un doveroso atto di iniziazione prima, e un rituale obbligatorio poi. La nostra mentalità si conforma a questo pensiero, iniziamo a credere che sia così, ci abituiamo a una sessualità indotta. Sì, il sesso può essere uno dei più grandi piaceri della vita, ma non è detto lo sia per tutti, e non con le stesse modalità. C’è chi preferisce non praticarlo mai, chi soltanto quando l’amore si concretizza. Vergognarsi del proprio orientamento soltanto perché non c’è uniformità con le consuetudini standard significa arrendersi di fronte a chi pretende di dettar legge nelle camere da letto altrui.

In realtà la demisessualità non è per niente rara. L’appellativo è stato coniato da Aven (Asexual Visibility and Education Network), ma è un orientamento vecchio come il mondo. La sessualità non può considerarsi materia immobile, e così nel 2000 lo psicologo Roy Baumesteir ha teorizzato la plasticità erotica, ovvero la misura in cui il desiderio sessuale viene modellato da fattori sociali, culturali e situazionali. La rigidità ha lasciato il passo alla flessibilità – per lo meno negli studi di settore – e le categorie identitarie hanno iniziato ad avere confini sempre meno marcati. Spesso le differenze sono sottili: qualcuno potrebbe dire che in linea di massima siamo tutti un po’ demisessuali, ma non è così fondamentalmente perché la demisessualità non riguarda soltanto la scelta di avere un rapporto sessuale o meno con una persona, ma l’attrazione sessuale in generale.

Questo non vuol dire che una persona demisessuale non abbia preferenze fisiche e non tenga conto dell’aspetto esteriore. I gusti personali non sono cancellati dall’orientamento, l’unica cosa a cambiare è il modo di intendere il desiderio. Spesso le relazioni si basano sull’esatto contrario: prima l’attrazione fisica, il sodalizio sessuale, l’intesa mentale, e soltanto dopo il sopraggiungere di un sentimento. La demisessualità inverte questa rotta, la segue esattamente al contrario ma non preclude nessuna tappa. Questa dinamica semmai può causare problemi nella creazione di una coppia, soprattutto perché l’atteggiamento di un individuo demisessuale è inizialmente molto simile a un approccio d’amicizia, con il rischio di generare fraintendimenti. È un processo che possiede codici diversi, ma poi il risultato finale può combaciare. Per arrivare a questo fine devono però incastrarsi tutti gli ingranaggi, ovvero trovare una persona che abbia la pazienza di attendere settimane o mesi prima di consumare un rapporto sessuale, o anche solo la comprensione di un comportamento diverso da quello che ormai ci si aspetterebbe.

Seguendo questa logica la demisessualità non è soltanto un orientamento sessuale, ma anche, o soprattutto, un orientamento sentimentale. Il pregiudizio forse viene principalmente dal dominio dell’affettività sul sesso, con i due universi che si ricongiungono quando esplode il sentimento e, di conseguenza, l’attrazione. Eppure l’individuo demisessuale può essere considerato strano, mentre ad esempio il Michael Fassbender di Shame, colui che invece fugge dalle relazioni affettive, no, o comunque in scala minore. Perché chi vive una vita di totale asservimento al sesso, se è maschio, viene considerato un macho, quindi nella narrazione che ci viene instillata sin da ragazzini è l’eroe virile che, armato di innumerevoli esperienze sessuali, “sa come godersi la vita”. E pazienza se non è in grado di provare un sentimento romantico. Se invece è donna, inevitabilmente viene considerata una ragazza facile, per non dire peggio. Questo perché l’arretratezza mentale che ci portiamo dietro risale alla nostra pubertà: il maschio deve fare sesso, e deve farlo con più persone possibili, altrimenti è uno sfigato; la femmina deve fare sesso, altrimenti è una sfigata, ma non deve farlo con troppe persone, e soprattutto deve farlo solo quando c’è l’amore, altrimenti è una poco di buono.

Siamo in un’epoca in cui ogni cosa è in costante evoluzione, e per fortuna anche nella sfera sessuale. Basti pensare che fino al 1994 l’asessualità rientrava tra i disturbi psichiatrici nei manuali scientifici. La demisessualità è qualcosa di ancora più fresco, tanto che per molti è un termine che non hanno nemmeno mai sentito nominare. L’errore che spesso si fa quando se ne parla è quello di considerare la demisessualità alla stregua di una ribellione contro il sesso facile, un’appartenenza a un gruppo ristretto e speciale che porta avanti la nobiltà dei sentimenti. I demisessuali in realtà non hanno alcuna pretesa di straordinarietà e non demonizzano i rapporti occasionali, rispettano soltanto le proprie esigenze sessuali, senza imporsi di fare cose che non li fanno sentire a loro agio, ed è una cosa che dovremmo imparare a fare tutti.

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