Come La Catrina da simbolo della rivoluzione è diventata simbolo del Messico - THE VISION

Nel 1885, una ragazza americana di 21 anni viaggiava da sola in Messico, prendendo appunti. Osservava e annotava la vita dei messicani, strana agli occhi di una giovane donna di Pittsburgh, le loro usanze, i matrimoni colorati, l’uso smodato di tabacco, la passione per la lotteria, gli effetti del mescal, il distillato amato dai tantissimi soldati rientrati dai conflitti che il Messico aveva affrontato negli ultimi decenni. Questa ragazza era una giornalista, Nellie Bly, che lavorava come reporter per il quotidiano del North Carolina The Dispatch. Stanca di scrivere solo di moda e pettegolezzi, aveva chiesto al direttore un posto come corrispondente nel Paese contro cui gli Stati Uniti avevano appena combattuto una guerra durissima quanto vittoriosa: il Messico aveva infatti ceduto agli americani più della metà del suo territorio. Scrisse anche della povertà diffusa, e delle ingiustizie subite dai contadini e dagli operai, ma tra le tante cose che Bly notò ce ne fu una che le costò quasi la vita: il presidente Porfirio Díaz era al potere da troppi anni e si comportava comeun dittatore, tanto che aveva fatto imprigionare in maniera arbitraria e ingiustificata un altro giornalista che lo aveva criticato. Non ci volle molto perché le autorità messicane manifestassero di non gradire più la presenza di una corrispondente così attenta e precisa: Bly fuggì dal Paese prima che fosse troppo tardi, raccogliendo le sue memorie in uno dei primi libri di viaggio scritti da una donna, Sei mesi nel Messico. Nellie Bly ci ha lasciato una testimonianza unica di quegli anni, anche se non fece in tempo ad assistere a uno degli eventi fondanti della storia messicana: la rivoluzione, simboleggiata da la Catrina, l’elegante teschio con il cappello che diventerà una delle icone della cultura del Paese.

Il periodo alla fine dell’Ottocento raccontato da Bly fu comunque uno dei più complessi per il Paese. Lasciato alle spalle il conflitto con gli Stati Uniti, Porfirio Díaz, eroe di guerra all’epoca molto amato dalla popolazione, era riuscito a prendere il potere nel 1876 e a mantenerlo nel 1911. In questi anni, passati alla storia come Porfiriato, Díaz si comportò a tutti gli effetti come un dittatore, reprimendo il dissenso e favorendo gli interessi dell’aristocrazia europea, che investiva nel Paese. Alcune voci di protesta riuscivano tuttavia a levarsi, ad esempio nei movimenti operai, ma soprattutto tra le fila degli intellettuali: il simbolo per eccellenza della resistenza al Porfiriato divenne infatti la satira politica del vignettista José Guadalupe Posada. La storia di Posada è molto particolare: incisore e litografo, non raggiunse mai la fama in vita se non sul finire della dittatura di Díaz, pochi anni prima della sua morte avvenuta nel 1913. Eppure, le sue illustrazioni hanno fondato l’estetica messicana moderna e influenzato alcuni dei più famosi artisti del Paese, come Diego Rivera e Frida Kahlo. L’occhio dissacrante di Posada, capace di descrivere con il suo talento le trasformazioni che stava attraversando il Messico, si tradusse in particolare in un’immagine iconica che ancora oggi tutti associano a questo Paese: la Catrina, la Calavera Garbancera.

Apparso per la prima volta nel 1913, lo scheletro adornato con un cappello di piume è una caricatura della signora messicana borghese che tenta di emulare la nobiltà parigina, non solo attraverso l’abbigliamento ma anche nella carnagione, tanto da apparire letteralmente bianca come un cadavere. La questione etnica era infatti un tema molto sentito, anche a causa della cancellazione delle tradizioni e della cultura indigene. Avere la pelle scura era sinonimo di inferiorità sociale e persino il presidente Díaz nascondeva la sua identità mestiza. Per i messicani, la carnagione scura era motivo di vergogna, tanto che molte donne tentavano di camuffarla con il trucco anche se, agli occhi di un osservatore disincantato come Posada, rimanevano sempre “garbanceras”, mangiatrici di ceci, cioè umili indigene. L’immagine del teschio popola diverse illustrazioni di Posada, sia come rovesciamento tipico del comico sia come memento mori, un messaggio non molto diverso dalle Danze Macabre popolari durante il Rinascimento: nobili o sudditi, ricchi o poveri, bianchi o neri, di fronte alla morte siamo tutti uguali. Non si può poi ignorare l’esplicito richiamo de la Catrina con una delle più importanti festività messicane, di cui è diventata simbolo: il Día de Muertos.

La tradizione, che mescola usanze amerindie con le ricorrenze cristiane, si radica nella convinzione degli aztechi che l’anima immortale dovesse compiere un lungo viaggio nell’aldilà, dove avrebbe incontrato Mictlantechutli, il dio dei morti che ha proprio le fattezze di uno scheletro. Nel Día de Muertos i defunti tornano sulla terra grazie al ricordo dei vivi, che li sostengono nel loro cammino attraverso le offerte: la festa quindi celebra la morte come un ritorno alla vita, come un ponte tra chi se ne è andato e chi resta.

In questo senso, un personaggio come la Catrina non poteva che essere il simbolo di un passato che il regime cercava in tutti i modi di dimenticare, quell’aggancio tra il mondo dei morti e quello dei vivi così importante nella cultura messicana. Da sberleffo nei confronti della borghesia conservatrice che si vergogna delle tradizioni popolari, la Calavera Garbancera è diventata un’icona di libertà, un simbolo di speranza di chi non vuole soccombere al conformismo: il suo volto era riprodotto sui volantini e sui pamphlet politici venduti per strada per pochi centesimi. Il più famoso risale al 1913 ed è una lunga poesia satirica che prende in giro le classi dirigenti con un monito inequivocabile: “Quelle che oggi sono mangiatrici di ceci incipriate, diventeranno crani deformi”. Questa risignificazione della Catrina avvenne soprattutto dopo la morte di Pesada, che riuscì a vedere solo gli inizi della rivoluzione che tanto attendeva. Già negli ultimi anni del Porfiriato si moltiplicarono le proteste del Partito Liberale Messicano, ma fu solo con le elezioni pilotate del 1910, che videro l’ennesima rielezione di Díaz, che si arrivò il punto di svolta: la rivoluzione, guidata prima dal candidato perdente Francisco Madero e poi dal leggendario Emiliano Zapata.

Non è un caso quindi che il grande artista Diego Rivera abbia inserito la Catrina, simbolo di questa rivoluzione, nel murale “Sogno di una domenica pomeriggio nel parco dell’Alameda” del 1947, insieme ai grandi personaggi della storia messicana. Lo scheletro tiene per mano Rivera stesso, ritratto come un bambino e abbracciato dalla futura compagna Frida Kahlo, e posa accanto a José Guadalupe Posada, come a segnare il passaggio di un’eredità non solo artistica, ma anche ideologica. La Catrina di Rivera è vestita come Coatlicue, la dea azteca della fertilità, e indossa un collo di piume che ricorda Quetzalcoatl, il serpente piumato, tra le divinità più importanti per gli aztechi. Sempre dalla parte degli ultimi e contro ogni forma di sopruso, Rivera si pone così come erede spirituale del grande vignettista, che ha regalato al Messico la sua eroina involontaria di libertà.

Diego Rivera, Sogno di una domenica pomeriggio nel parco dell’Alameda, 1947; Museo del Mural Diego Rivera

Oggi la Catrina è ancora il personaggio più popolare del folklore messicano e del Día de Muertos, una tradizione che negli ultimi anni è stata recuperata anche come forma di orgoglio per le proprie radici. Questa ricorrenza, che potrebbe sembrare lugubre, è invece un’occasione per celebrare la vita e la storia del Messico che, nonostante le molte difficoltà che ha incontrato questo Paese, ha preferito la libertà.

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