Come due psicologi afroamericani dimostrarono la disumanità della segregazione grazie a una bambola - THE VISION

Gli Stati Uniti della seconda metà dell’Ottocento furono contraddistinti dalla lenta abolizione della schiavitù della popolazione afroamericana, cui seguì subito la diffusione di una nuova realtà: la segregazione razziale. Si trattò di un fenomeno che investì trasversalmente qualsiasi forma di struttura sociale, pubblica o privata. Una delle sue conseguenze più evidenti fu la separazione delle scuole. Gli effetti di tale distinzione si tradussero non solo in una drastica disparità del livello di istruzione, ma anche in esiti psicologici drammatici a danno dei bambini neri, i quali interiorizzarono un profondo sentimento di inferiorità. Nel corso degli anni Quaranta del Novecento, la coppia composta dagli psicologi Kenneth e Mamie Clark indagò e dimostrò l’impatto di queste conseguenze, offrendo un contributo fondamentale per la successiva abolizione delle leggi che regolavano quelle forme di discriminazione.

Il termine “segregazione” si riferisce a una “politica atta a mantenere un gruppo di persone separato da un altro e a trattarlo in modo diverso, soprattutto a causa della razza, del sesso o della religione”. Negli Stati Uniti, la segregazione della comunità afroamericana ebbe inizio nel 1865 con l’approvazione, nei Paesi del Sud, dei cosiddetti “Black Codes” (“Codici neri”). Questi consistevano in un insieme di leggi restrittive che regolavano la maggior parte degli aspetti della vita degli afrodiscendenti, compreso il luogo in cui potevano vivere e lavorare. Soprattutto, però, i Codici garantivano la disponibilità di manodopera a basso costo, dopo che la schiavitù era stata ufficialmente abolita dal Tredicesimo Emendamento dello stesso anno. Nel 1896, con il caso “Plessy vs Ferguson”, la Corte Suprema stabilì la legittimità della segregazione in nome del principio “separati ma uguali”, stando al quale la separazione “per razza” di servizi, strutture, cure mediche, istruzione, impiego e trasporti non violava il Quattordicesimo Emendamento alla Costituzione. Ciò consisteva in una clausola che garantiva, per legge, “pari protezione” a tutti i cittadini americani. Veniva così negato qualsiasi legame fra segregazione e discriminazione.

È in questo contesto che si inserisce la figura di Kenneth Clark, oggi ricordato grazie al suo ruolo determinante nella lotta per i diritti civili e nell’opposizione alla segregazione. Nato nella zona del Canale di Panama nel 1914, Clark fu il primo afroamericano a ottenere il dottorato in Psicologia Sperimentale alla Columbia, dopo essersi laureato in Scienze Politiche e in Psicologia presso l’Università di Howard. Nel 1946 fondò con la moglie – la psicologa Mamie Clark – il Northside Center for Child Development, centro che accoglieva e trattava bambini con disordini di personalità.

Kenneth Clark

Gran parte della ricerca dei Clark si focalizzò sull’influenza della segregazione nello sviluppo dell’autocoscienza nei bambini neri. In particolare, la coppia indagò come la condizione di isolamento sociale imposta dalla separazione delle scuole portasse gli individui a elaborare, fin dai primi anni di vita, una forma distorta di “coscienza di razza”, da loro descritta come “coscienza di sé in quanto appartenente ad un gruppo specifico, differenziato dagli altri gruppi per ovvie caratteristiche fisiche”. Al termine di uno studio del 1939, intitolato “Lo sviluppo della coscienza del sé e l’emergere dell’identificazione razziale nei bambini in età prescolare”, i due studiosi conclusero che il periodo maggiormente critico per la formazione della coscienza di razza si aggirava fra i tre e i quattro anni di età: le esperienze vissute in questa finestra di tempo avrebbero quindi inciso in modo determinate sull’immagine che i bambini avrebbero avuto di loro stessi nel futuro.

Le indagini dei Clark si protrassero per tutti gli anni Quaranta, sfociando sempre di più in un attivismo politico finalizzato a denunciare la necessità di una generale riorganizzazione del sistema scolastico. Il lavoro per il quale oggi vengono principalmente ricordati fu, però, il famoso “esperimento delle bambole”, studio che i due condussero fra New York – città caratterizzata da una maggioranza di scuole “miste” – e Washington, il cui sistema scolastico era invece interamente basato sui princìpi della segregazione. L’indagine coinvolse bambini di età compresa fra i tre e i sette anni, ai quali vennero presentate quattro bambole, identiche in tutto fuorché nel colore: due erano rosa e due marroni. Successivamente, furono loro poste alcune domande.

In un’intervista presentata nel documentario Eyes on the Prize, girato dalla PBS a proposito del movimento per i diritti civili, Kenneth Clark descrive la procedura utilizzata: “Avevamo […] alcune domande che riguardavano il riconoscimento della differenza, ad esempio “mostrami qual è la bambola bianca”, e altre che riguardavano le preferenze, come “mostrami la bambola con cui ti piace giocare” o “mostrami la bambola che ritieni più bella”. E dopo aver posto queste domande di preferenza, a seguito di cui la maggioranza dei bambini rifiutava in modo allarmante la bambola marrone e descriveva con caratteristiche positive la bambola rosa, seguiva la domanda più inquietante. Quella mi ha davvero sconvolto, anche come scienziato. Era “Ora mostrami la bambola che più ti somiglia”. Ed era inquietante perché molti bambini erano emotivamente sconvolti dal doversi identificare con la bambola che avevano rifiutato”. L’autore conclude “Il colore, in una società razzista, è una componente molto disturbante e traumatica rispetto al proprio senso di autostima e di valore individuale”.

Negli anni successivi, i Clark condussero altri esperimenti simili, i risultati dei quali confermarono che “La società americana, nel Sud segregato, stava comunicando ai neri che erano inferiori ad altri gruppi di esseri umani nella società”. La popolarità dei due studiosi raggiunse il picco nel 1954, nel corso del processo passato alla storia come “Brown vs Board in Education of Topeka”. La questione, rappresentativa degli innumerevoli casi simili che si erano verificati nel corso dei mesi precedenti in tutta l’America, era stata sollevata da Oliver Brown, padre di famiglia che agiva per conto della figlia Linda. I due vivevano a pochi isolati da una scuola elementare di Topeka, in Kansas: ciononostante, ogni mattina, la bambina era costretta a viaggiare per più di un’ora per raggiungere la scuola pubblica esclusivamente nera che le era stata assegnata. L’iscrizione alla scuola più vicina, dedicata ai bianchi, era stata respinta.

Brown era rappresentato dall’avvocato Thurgood Marshall, il quale era guidato da un intento ambizioso: costringere il giudice ad ammettere che la segregazione scolastica generava nei bambini neri un senso di profonda inferiorità, minava la loro autostima e non rispettava, quindi, i princìpi dettati dal Quattordicesimo Emendamento. Si trattava, in sostanza, di ufficializzare le conclusioni alle quali i Clark erano giunti grazie all’esperimento delle bambole. Lo psicologo, sostenuto da un team di esperti in scienze sociali, venne quindi chiamato a testimoniare e collaborò attivamente con Marshall per tutta la durata del processo. Il caso si concluse il 17 maggio 1965, quando la Corte Suprema ribadì che il mantenimento di strutture educative separate rappresentava, di fatto, una discriminazione. La dottrina del “separati ma uguali” fu dichiarata non valida nell’ambito dell’istruzione pubblica e la segregazione scolastica divenne, ufficialmente, incostituzionale.

La desegregazione che prese il via da quel momento fu un processo tutt’altro che immediato: se la Corte non fornì alcun tipo di indicazione a proposito delle modalità in cui le scuole avrebbero dovuto essere riorganizzate, in una prima fase il verdetto non incontrò nemmeno il favore di molti funzionari scolastici e locali del Sud, i quali rallentarono ulteriormente il percorso d’integrazione. Ciò nonostante, il verdetto del 1965 aprì definitivamente la strada all’abolizione della segregazione e rappresentò una vittoria importante per il movimento per i diritti civili.

Nel 1985, nel corso della citata intervista per l’Eyes on the Prize, Clark offrì una dichiarazione che sorprende per il suo valore attuale. In riferimento ai movimenti di opposizione che insorsero contro il processo di desegregazione, egli affermò: “La resistenza? Naturalmente, dovevamo aspettarci resistenza. Quello che non mi aspettavo era quanto a lungo sarebbe durata […]. Pensavo che, passati alcuni anni, il pubblico […] avrebbe accettato i cambiamenti nella questione della segregazione. Ho pubblicato articoli che fanno quel tipo di previsione. Vorrei poterli riavere ora perché ovviamente la resistenza non solo persiste, ma quella del presente sembra essere molto più efficace rispetto alle sue prime forme”.

Le conseguenze della segregazione sono tuttora intrinsecamente vive nella configurazione della società occidentale: al di là degli aspetti strutturali di un razzismo che sopprime le opportunità alle quali la comunità afroamericana è in grado di accedere, sono i risvolti psicologici a colpire in particolar modo. Clark dimostrò “l’impatto disumanizzante e crudele del razzismo nella nostra presunta società democratica”, lavorando con bambini che “stavano interiorizzando una visione di se stessi coerente con il modo in cui li definiva la società, ovvero appartenenti ad uno status inferiore”. Se egli analizzò esclusivamente le conseguenze emotive della questione, oggi a livello cerebrale si parla di effetto nurture: le esperienze socio-culturali vissute dall’individuo sono infatti in grado di influenzare lo sviluppo del cervello, portandolo a rispecchiare le aspettative provenienti dall’esterno. Qualsiasi forma di discriminazione, sia essa razziale, etnica o di genere, produce pertanto una differenziazione che non è innata, bensì atta a “validare lo status quo”, in una sorta di profezia che si autoavvera.

I danni collaterali associati a una scarsa valutazione di se stessi durante l’infanzia si ripropongono nella persona adulta. Allo stesso modo, effetti simili vengono perpetrati a danno della persona adulta. Lo stress legato alla continua necessità di confrontarsi con esperienze di discriminazione razziale predice bassi livelli di autostima e una scarsa soddisfazione di vita, collocandosi in cima alla lista delle difficoltà che spingono gli individui afroamericani a ricercare un trattamento psicoterapeutico. Anora oggi, nel 2020, cinquantacinque anni dopo Brown, pare che la desegregazione sia, di fatto, un processo ancora in corso.

In copertina: Gordon Parks, Untitled, Harlem, New York.© courtesy The Gordon Parks Foundation

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