Siamo la somma dei nostri ricordi. Il cinema è la nostra memoria. - The Vision

“Il passato non è più, il futuro non è ancora. Il presente, come separazione tra due cose che non esistono, come fa a esistere?”, si interrogava Luciano De Crescenzo in 32 Dicembre. E in effetti, anche prendendola con filosofia, non è che gli si possa dare tanto torto. Ma un dato è certo: il passato, anche se ora non è più, almeno un tempo c’è stato, e rappresenta di fatto l’unico spazio in cui ripescare e rielaborare informazioni che hanno caratterizzato la nostra vita. Queste informazioni si chiamano ricordi: condizionano in negativo o in positivo le nostre giornate e possono influenzare scelte future. Ma oggi, in cui la società ci convince che l’unica cosa che conta sia “guardare avanti” e “non pensare al passato”, è lecito chiedersi che valore abbia un ricordo. Grazie al cinema si è avuta nel corso degli anni un’accurata analisi a riguardo. “Non riesco a ricordare di dimenticarti”, dice Lenny in Memento, di Christopher Nolan, in uno dei suoi tanti momenti di sconforto: e in questa apparente contraddizione è racchiusa probabilmente la soluzione di questo dilemma.

Memento (2000)

E infatti Memento, uscito nel 2000, è un film che a riguardarlo, anche dopo vent’anni, ci ripete ancora una verità assoluta e mai troppo rivelata: il senso della vita sta nel ricordo, senza di esso saremmo niente. Il protagonista Lenny soffre di un’amnesia retrograda che non gli permette di trattenere ricordi per più di quindici minuti. La memoria cognitiva è integra fino al giorno di un tragico evento. Da quel momento, per lui, ogni cosa è diventata relativa: volti, luoghi, dettagli e ricordi sono soltanto temporanei; cerca di salvare le informazioni essenziali su decine di post-it o addirittura tatuandosele addosso. Ciò che però di Memento rappresenta il punto cardine è la struttura: Lenny è oggetto, più che soggetto, della storia, proprio perché incapace di gestire la sua memoria. Nolan, che ha trasformato in film il romanzo di suo fratello Jonathan, ha scelto di raccontare la vicenda con sequenze interrotte e capovolgimenti narrativi affinché comprendessimo la confusione di Lenny e vivessimo con lui il suo dramma personale. “In questo modo, quando cioè incontriamo i personaggi, noi non sappiamo” – ci dice il regista – “come ha incontrato quella persona, dove l’ha incontrata per la prima volta o se dovrebbe fidarsi o meno”. 

Memento (2000)

Partendo da questa straordinaria apologia cinematografica, è interessante sviluppare un discorso secondo il quale la memoria è tutto quello che un uomo possiede e, quando la perde, la sottovaluta, la ignora o la altera, diventa l’essere più vulnerabile del mondo perché o sconosciuto a sé stesso o soggetto a verità altrui. Per perdita o alterazione di memoria, oltre all’incapacità di ricordare “organica”, e quindi patologica, possiamo considerare anche la negligenza degli uomini, per eccesso o per difetto, nei confronti dei dettagli di ogni storia, sia essa personale o collettiva. Ce lo diceva già Primo Levi tanti anni fa quando motivava la scelta di rievocare le atrocità del Lager: “capivo che l’unico modo di salvarmi era raccontare. Lo scrivere è stato un atto di liberazione: se non avessi scritto e ricordato, probabilmente sarei rimasto un dannato in terra”. E infatti nel corso degli anni l’impegno di Levi è sempre stato teso a impedire che si potessero dimenticare o falsificare (diretta conseguenza) le condizioni nei campi di concentramento, in nome di tutti coloro che l’avevano conosciuta e subita e nella maggior parte dei casi ne erano stati  annientati.

Ma se ricordare o non ricordare possono considerarsi, a primo impatto, operazioni spontanee, e cioè che non richiedono grande sforzo volontario, in realtà non è assolutamente così. Come sostiene la dottoressa Chiara Corte Rappis, il processo che innesca il ricordo ha sia una parte “sentimentalista”, in cui la mente coincide con il cuore, e sia una parte “dimenticante”, costituita paradossalmente dall’oblio inconscio. Esiste cioè una parte di noi che involontariamente può non ricordare pur pensando di averlo fatto. Ciò avviene sostanzialmente per due motivi: paura di ricordare cose che ci hanno ferito o smisurata voglia di guardare avanti a tutti costi. Per ognuna delle due esistono però delle conseguenze che, come si è detto, il cinema ha saputo cogliere, ma come sempre la virtù sta nel mezzo.

Memento (2000)

La paura di rievocare ricordi dolorosi è al centro di un grande film del 2004 diretto da Michel Gondry, scritto da Charlie Kaufman e con protagonisti Jim Carrey e Kate Winslet. Se mi lasci ti cancello, titolo infedele con cui il film è stato distribuito in Italia, lo useremo qui soltanto perché ci restituisce in pieno il senso del tema che stiamo affrontando. Joel, uomo introverso che è stato da poco lasciato dalla fidanzata Clementine, si rivolge alla clinica “Lacuna Inc” per sottoporsi all’operazione di cancellazione di memoria, esausto e stanco dei ricordi che attanagliano le sue giornate. Ma quando durante l’intervento vede man mano svanire i ricordi relativi a Clementine, si rende conto che non è stata la scelta giusta e cerca, in modo goffo e grossolano, di interrompere l’operazione. Eternal Sunshine of the Spotless Mind è un emblema del concetto di memoria e ricordi che non cade mai nella banalità. Fa sorridere, fa piangere, fa arrabbiare proprio come i nostri ricordi e proprio in base al valore che gli attribuiamo. A volte vorremmo liberarcene per stare meglio, ma quando ce ne liberiamo li rivorremmo. Altre volte invece vorremmo dimenticare a tutti i costi ma non ci riusciamo. Il ricordo e la sua elaborazione per molti rappresentano i primi passi verso la guarigione emotiva.

Se mi lasci ti cancello (2004)

Se Joel cerca di resettare la sua memoria, in Her del 2014 Theodore cerca invece un modo ossessivo e soprattutto ipertecnologico di distrarla per andare avanti. Il film di Spike Jonze ci fa credere fin dall’inizio che tutto sia sovrapponibile, che una stimolante novità, semplicemente sovrapponendosi a un vecchio ricordo senza eliminarlo, possa rappresentare una sorta di “chiodo schiaccia chiodo” mentale. Il personaggio interpretato da Joaquin Phoenix è un uomo simile a quello interpretato da Jim Carrey in Se mi lasci ti cancello, sia per vicissitudini che per temperamento: una storia d’amore fallita e un carattere introverso. A differenza di lui, però, non cerca di rimuovere i ricordi infelici, ma di sostituirli attraverso l’adesione a una società che vuole tutti a mille all’ora e circondati da voci elettroniche. Si farà plagiare così tanto dal mondo circostante al punto da credere che un sistema operativo possa chiederti davvero come ti senti oggi o se ti va di fare sesso. Alla fine, però, tutti devono fare i conti con la propria coscienza, e la scena finale è un inno all’importanza del ricordo sincero, magari straziante, ma proprio per questo autentico. Prendendo carta e penna, abbandonando la nevrosi e l’omologazione che ha fino a quel momento caratterizzato la sua vita, scrive alla sua compagna di un tempo: “Voglio solo che tu sappia che dei frammenti di te resteranno per sempre in me. E di questo te ne sono grato. Qualsiasi cosa tu sia diventata e ovunque tu ti trovi nel mondo, ti mando il mio amore. Sarai mia amica per sempre. Con affetto, Theodore”. Adesso lui può andare veramente avanti, ma senza ossessioni e fantasmi, e il motivo è uno soltanto: i suoi ricordi ora sono liberi e lui ha il coraggio di vederli. Andare avanti è possibile, ma bisogna trovare il modo di superare le psicosi: io ricordo, e proprio perché ricordo, con lucidità e chiarezza, posso andare avanti e cambiare.

Her (2013)

In conclusione, tutto ci convince a credere che l’uomo probo del nuovo millennio debba essere colui che guarda avanti, che non si volta mai indietro, che vive il presente per programmare il futuro. Eppure, riuscire a voltarsi indietro è una capacità fondamentale, proprio per riuscire a dare una direzione a quel futuro. Senza futuro il presente non ha senso, ma senza passato il presente non esisterebbe, e con lui il nostro modo di essere, esistere e agire. Ci si chiede ancora, a tal proposito, quale sia il significato della nostalgia? La morte fa paura perché non si può vivere il futuro o perché si perde il passato? Un uomo che dimentica – ammesso che si riesca realmente a farlo – è veramente più libero o solo più povero? Ciascuno di noi trova la sua personale risposta a queste domande, ma è certo che ignorare i ricordi non serve a nulla se non a farsi del male: dobbiamo ricordarci di non dimenticare.

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