Cesare Pavese e Fernanda Pivano, la parabola di un amore che si nutriva di letteratura.

Un poeta nutre le sue opere con gli amori che attraversano la sua vita. L’amore, in qualunque forma si mostri – passione, desiderio, tormento, dedizione –, è la materia prima delle parole scelte e delle immagini raffigurate. Cesare Pavese, poeta e narratore, non fu da meno: in modo più che umano, alimentò la sua poetica con gli amori che accompagnarono la sua breve vita. “Io non so ancora se sono un poeta o un sentimentale”, scrisse nel suo diario, uscito postumo, intitolato Il mestiere di vivere.

Cesare Pavese nasce nel 1908 a Santo Stefano Belbo, un piccolo paese in provincia di Cuneo. Malgrado l’origine borghese in una famiglia piuttosto agiata, la vita del giovane non è facile: la sua infanzia viene segnata dalla morte prematura del padre a causa di un cancro al cervello, mentre la madre non può occuparsi di lui per gravi problemi di salute. Neppure la brillante carriera scolastica e universitaria danno conforto al giovane Pavese che, nelle sue prime poesie esprime tutto il suo dolore nell’innamorarsi di donne che non ricambiano i suoi sentimenti. Scrive Davide Lajolo ne Il Vizio assurdo, libro di memorie che parla dell’amicizia tra l’autore e lo scrittore piemontese: “Pavese non è uno di quei giovanotti ardenti che scordano tutto alla vista di una sottana. Ma non vuole essere da meno degli altri. E gli amori di un timido sono sempre più seri di quelli di uno sfrontato”. Uno dei suoi primi amori adolescenziali è una ballerina che lavora al caffè-concerto “La Meridiana” di Torino. La giovane sembra cedere alle lusinghe dello studente e gli concede un appuntamento al quale però non si presenta, lasciando Pavese ad aspettarla per ore sotto la pioggia. Il triste episodio, concluso con una pleurite che costringerà il giovane poeta a letto per tre mesi, verrà ricordato molti anni dopo anche nella canzone Alice di Francesco De Gregori, nella quale il musicista scrive: ”Cesare perduto nella pioggia sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina. E rimane lì, a bagnarsi ancora un po’, e il tram di mezzanotte se ne va”. 

Durante l’anno scolastico 1934/35 il ventiseienne Cesare Pavese è nominato supplente di italiano presso il Liceo Classico D’Azeglio di Torino. Il professore è un grande studioso di letteratura americana contemporanea, laureato di recente con una tesi Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman. La conoscenza della scena letteraria statunitense e la sua dimestichezza con la lingua inglese gli permettono di lavorare anche come traduttore. Nel 1933, solo per poter insegnare nelle scuole pubbliche, cede alle insistenze della sorella e di suo marito e si iscrive al Partito nazionale fascista, una debolezza che non si perdonerà mai, come confessa nella lettera inviata alla sorella Maria del luglio 1935: “A seguire i vostri consigli, e l’avvenire e la carriera e la pace ecc., ho fatto una prima cosa contro la mia coscienza”. Tra i banchi del liceo D’Azeglio siede una giovanissima Fernanda Pivano, che nei Diari 1917-1973 racconta il primo incontro con quel professore “giovane giovane” e “lo straordinario privilegio” di ascoltare Pavese mentre “leggeva Dante o Guido Guinizzelli e li rendeva chiari come la luce del sole”, ricordando come avrebbe “passato ore ad ascoltarlo, con una voce che avrebbe fatto morire d’invidia qualsiasi attore. Somigliava vagamente a quella di Hemingway”.

Fernanda Pivano

Il primo incontro tra i due futuri pilastri della letteratura italiana del Novecento è caratterizzato dalla reciproca stima e nulla più, anche perché la vita di Pavese viene sconvolta nel 1935 dall’accusa di antifascismo a cui segue il carcere, prima a Torino e poi a Roma, e la condanna al confino per tre anni a Brancaleone Calabro. “Stefano seduto davanti al sole della soglia ascoltava la sua libertà, parendogli di uscire ogni mattina dal carcere”, scrive Pavese nel romanzo breve di chiara ispirazione autobiografica intitolato Il carcere. Il poeta è coinvolto nelle attività clandestine del Partito comunista dalla giovane Tina Pizzardo. La matematica antifascista “dalla voce rauca e fresca” come la descriveva nel libro di poesie Lavorare stanca, gli chiese di poter usare il suo indirizzo per ricevere le lettere di alcuni noti antifascisti. La corrispondenza, una volta scoperta dalla polizia fascista, costò a Pavese la libertà. 

Tornato dal confino in Calabria, Pavese incontra di nuovo la giovane Fernanda Pivano nel 1938. Pivano è ora un’universitaria iscritta alla facoltà di Lettere che frequenta anche il Conservatorio e il supplente del suo ex liceo, questa volta, si innamora perdutamente di lei. La loro relazione si nutre delle pagine dei romanzi e delle poesie che si scambiano. Pavese le suggerisce le opere di Ernest Hemingway, Walt Whitman, Sherwood Anderson ed Edgar Lee Masters, che tra le mani di Pivano influenzeranno le sorti della letteratura e dell’editoria italiana. Pochi anni più tardi, Pivano porterà come traduttrice la Beat generation nell’Italia conservatrice del dopoguerra: un’impresa ripagata dall’influenza che il movimento Beat esercita ancora oggi sulla nostra cultura. È lei, ad esempio, a convincere Mondadori a pubblicare il romanzo cult Sulla strada di Jack Kerouac, firmandone la prefazione. 

“Faccia sì che il primo incontro avvenga tra noi due soli, perché vorrò abbracciarla e baciarla. Ho deciso.”, scrive Pavese nel gennaio del 1943. Pivano non ricambia Pavese con la stessa intensità, anche per un atteggiamento del poeta ambiguo, che nelle sue lettere oscilla tra il desiderio carnale, sublimato con l’invito allo studio e alla lettura, e un tono paternalistico. “Pavese cercava di farmi diventare un’intellettuale” annota lei nei suoi Diari. Eppure, è proprio da questo affetto così timido che nasce una delle lettere più belle che il poeta le ha inviato, un monito ai giovani di tutte le epoche: ”Cara Fern, la Sua lettera mi ha molto commosso e se potessi prenderei subito il treno per provarle che non è vero che la circondi il gelo e l’ostilità. Ma non capisco perché si trovi tanto male proprio adesso che sa che sa di poter […] mantenersi. Non ha sempre aspirato all’indipendenza? A meno che Le succeda come a tutti: una volta ottenutala, non sa più che farne. Si ritorna cioè a quanto le ho sempre consigliato: si faccia una vita interiore – di studio, di affetti, d’interessi umani che non siano soltanto di «arrivare», ma di «essere» – e vedrà che la vita avrà un significato […] È solo chi vuole esserlo, se ne ricordi bene.” Un consiglio che Pavese sembra dare prima di tutto a se stesso.

Lo scrittore ha già fatto a Pivano una proposta di matrimonio il 26 luglio 1940, ricevendo un rifiuto che si ripete al secondo tentativo del 10 luglio 1945, due date che farà stampare sul frontespizio del suo romanzo Ferie d’agosto con una croce a fianco per evidenziare il responso. A lei dedica anche le tre bellissime poesie: Mattino, Notturno, ed Estate, e questo nonostante sia consapevole che Pivano è innamorata da anni dell’architetto Ettore Sottsass che sposerà nel 1949, trasferendosi a Milano.

Ettore Sottsass e Fernanda Pivano

Mentre Pivano inizia una nuova vita lontano dal suo caro amico, lo scrittore piemontese diventa sempre più inquieto e stanco, anche e soprattutto a causa di una vita privata insoddisfacente. Dopo Fernanda, il suo desiderio di amore si scontra con altre due donne: Bianca Garuffi e Constance Dowling. Il 17 agosto 1950, Pavese annota sull’ultima pagina delle sue memorie di avere la consapevolezza di essere diventato un “re” nel suo mestiere, ma aggiunge che dal marzo di quello stesso anno è assalito “dall’inquieta angoscia” e che non riesce a liberarsi da questo tormento: “Resta che ora so qual è il mio più alto trionfo – e a questo trionfo manca la carne, manca il sangue, manca la vita”. Il 27 agosto 1950 Pavese decide di non voler più vivere e si suicida ingerendo una dose letale di sonniferi.  

“Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla”, aveva scritto nel suo diario Il mestiere di vivere. Ai posteri, anche grazie al lavoro di Lorenzo Mondo e Italo Calvino, sono rimaste pagine e pagine di lettere scambiate tra Pivano e Pavese, anche se lei, dopo la morte dello scrittore, negò a Einaudi il permesso di pubblicare quelle più intime, mantenendo intatti il pudore e la riservatezza che il loro affetto meritava.

Cesare Pavese e Constance Dowling

Cercare la morte è stata la sua personale rivolta contro una vita che non ha saputo essere all’altezza delle sue aspettative, le aspettative di un poeta: “La letteratura è una difesa contro le offese della vita”, appuntava nel 1938. A scuola viene insegnato che la poetica dello scrittore piemontese si basa su due temi: la nostalgia e il mito. La nostalgia di Pavese è stata un luogo immateriale, dove rifugiarsi quando la realtà non corrispondeva ai suoi bisogni. Il mito invece ha rappresentato il parametro a cui ispirarsi. Affettuose e lungimiranti sono le parole che la cara amica Natalia Ginzburg gli dedicò all’indomani della sua tragica morte: “Guardò anche oltre la sua vita, nei nostri giorni futuri, guardò come si sarebbe comportata la gente, nei confronti dei suoi libri e della sua memoria. Guardò oltre la morte, come quelli che amano la vita e non sanno staccarsene, e pur pensando alla morte vanno immaginando non la morte, ma la vita”.

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