La televisione ci dice chi odiare. Popper ci aveva avvertito 25 anni fa.

In molti hanno sostenuto, talvolta con un pizzico di ironia, che la vera unità d’Italia sia merito di Mike Bongiorno e non di Garibaldi o Cavour, grazie alla sua trasmissione Lascia o raddoppia? Fu quel programma a diffondere la lingua italiana in tutto il Paese, facendola conoscere a una parte della popolazione che ancora negli anni Cinquanta si esprimeva solo con il dialetto. Pochi anni dopo, dal 1960 al 1968, arrivò il programma Non è mai troppo tardi, in cui il maestro Alberto Manzi insegnava le nozioni base dell’italiano a coloro che, pur avendo superato l’età scolare, non le conoscevano.

Con l’avvento delle televisioni private, però, qualcosa è cambiato. Dovendosi sostenere con la sola raccolta pubblicitaria, queste hanno cominciato a tener conto soprattutto degli indici di ascolto, non sempre legati alla qualità di quanto messo in onda. Anche la Rai, inseguendo le televisioni commerciali sul loro terreno, ha abbassato il livello culturale dei propri programmi e del suo pubblico.

Lascia o raddoppia?, 1956

Sul lungo periodo questo impoverimento intellettuale degli spettatori può avere un effetto grave sull’intera società, secondo quanto sostiene il filosofo austriaco Karl Popper, che da giovane aveva collaborato con lo psicoanalista Alfred Adler. Con lui si era occupato, per conto della Società di psicologia individuale comparata, di bambini con difficoltà di apprendimento: da questa esperienza ebbe origine il suo interesse verso le problematiche educative e la proposta di istituire “una patente per fare la televisione”. Le ragioni di questa presa di posizione, che potrebbe assomigliare alla volontà di censura, si trovano nel suo saggio Cattiva maestra televisione del 1994. La provocazione lanciata nello scritto è giustificata dalla volontà di Popper di difendere la libertà dei singoli e delle loro menti.

Popper, infatti, attribuiva alla televisione la capacità di agire in maniera inconscia sul pubblico, imponendo modelli di riferimento e gusti individuali e spingendolo ad adeguarsi in modo passivo a certi standard di opinione e di comportamento. Il filosofo era convinto che attraverso programmi diseducativi il sistema televisivo sia in grado di diffondere la violenza nella società, provocando “una perdita dei sentimenti normali del vivere in un mondo bene ordinato in cui il crimine sia una sensazione eccezionale”. Il meccanismo si aggrava nel caso dei giovani che, essendo più influenzabili, rischiano di confondere la finzione con la realtà, cedendo a una visione irreale della vita.

A sostegno della sua tesi, Popper richiamava la sua esperienza nella cura di bambini con disturbi originati proprio dalla violenza quotidiana nelle loro case. Per questo considerava estremamente dannoso permettere al mezzo televisivo di diffondere la violenza anche nelle famiglie che non ne sono direttamente toccate. La sua capacità di anestetizzare lo spirito critico e di addormentare le masse diventano per Popper anche uno strumento di controllo politico, in grado di minare alla base lo Stato di diritto. “Ora è accaduto che questa televisione sia diventata un potere politico colossale, potenzialmente si potrebbe dire anche il più importante di tutti, come se fosse Dio stesso che parla. E così sarà se continueremo a consentirne l’abuso. Essa è diventata un potere troppo grande per la democrazia. Nessuna democrazia può sopravvivere se all’abuso di questo potere non si mette fine. Credo che un nuovo Hitler con la televisione avrebbe un potere infinito”, ha scritto il filosofo.

La proposta di Popper di rilasciare un’autorizzazione specifica alla fine di un corso per responsabilizzare i produttori televisivi, e renderli consapevoli del loro ruolo di educatori, è dovuta alla consapevolezza che spesso gli autori sacrificano la qualità dei loro prodotti per l’audience. Non vuole dunque limitare la libertà, ma preservarla dal totalitarismo televisivo, molto più complesso ed efficace di quelli conosciuti fino a ora nella storia. Popper rispose ai suoi critici in un’intervista per l’Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche di Rai Educational del 1993: “Bisogna privare il consumatore del suo piacere? Sì, se il suo piacere costituisce un pericolo per gli altri. […] Certe persone, con il loro atteggiamento di rifiuto della violenza, non diventerebbero pericolose anche se vedessero le peggiori cose alla televisione, mentre altri possono esserne influenzati.

Anche il cinema è stato coinvolto nella discussione. Durante la stessa intervista, gli venne chiesto se sia necessaria una patente anche per produrre film. La risposta di Popper non lasciò spazio a fraintendimenti: a differenza della televisione, disse il filosofo, il cinema è meno incisivo nella vita di tutti i giorni. Questo perché “bisogna darsi la pena di andare e non si resta normalmente più di due ore o di due ore e mezzo”. Perciò, anche se è opportuno intervenire in futuro anche in questo settore, il problema del piccolo schermo resta di maggiore urgenza e di più complessa risoluzione.

Intanto, la teoria popperiana sembra trovare riscontro nella realtà. La televisione si è dimostrata capace di creare bisogni fittizi, distruggere le diversità locali, svuotare di significato culture con centinaia di anni alle spalle e, soprattutto, di incattivire il telespettatore. Per averne la conferma basta guardare una puntata di programmi come La Corrida, Ciao Darwin o Avanti un altro!, che basano il loro successo sul sadismo del pubblico, pronto ad assistere divertito alle performance grottesche dei partecipanti.

La volontaria umiliazione dei concorrenti raggiunge un livello più grave andando a toccare la questione della privacy, ancora più minacciata con l’avvento della società dello spettacolo. Nel campo dei talk show, un caso esemplare è quello di Live – Non è la D’Urso, dove personaggi famosi o aspiranti tali rivelano retroscena intimi della loro vita privata. Come ha dimostrato il recente caso Pamela Prati, se non hanno uno scoop abbastanza importante da gettare in pasto all’opinione pubblica, possono arrivare a inventarlo.

Come temuto da Popper, la televisione sta davvero inebetendo i suoi spettatori. Nel 2018, una ricerca della società britannica Ipsos Mori ha messo in luce come gli italiani siano il popolo più ignorante in Europa, soprattutto per quanto riguarda la percezione dell’attualità. La causa principale del record negativo è la cattiva informazione televisiva, che distorce la comune percezione della realtà con false notizie. La scuola, in questi casi, non può essere la sola soluzione. Un ruolo importante va attribuito proprio alla televisione, che dovrebbe anche educare attraverso programmi di approfondimento culturale alla portata di tutti e appassionanti. 

Ora più che mai abbiamo bisogno di un nuovo Alberto Manzi. Ne perderà l’audience forse, ma ci guadagneranno gli italiani.

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